|
Carso |
|
La mia passione per il Carso è nata dai ricordi di mio papà, di mia mamma e dei parenti; dei paesani che venivano qui, nella nostra bottega di giornali e tabacchi, e raccontavano. Mi appassionavo. Mio papà, Gismano Guido, era del 1901 e faceva il pittore di quadri. Dipingeva il Carso, l'Isonzo, Gradisca; era molto bravo. All’inizio della guerra le popolazioni di queste zone, austriache e vicine al confine con l’Italia, sono state costrette a levar le tende e andare verso Wagna, Pottendorf e in altri campi profughi. A mio papà premeva sempre dire che non erano lager nel senso germanico della parola, ma erano dei posti dove loro nei primi tempi non si trovavano neanche male. Dopo l'agosto-settembre del '16, quando per l'Austria incominciava la parabola discendente, allora sono cominciati i dolori. Finita la guerra, nel novembre del '18 gli abitanti di Sagrado sono rimasti là a Wagna fino alla fine di gennaio del 1919. Abbandonati in questo caos dell'Austria, dentro al campo, nella miseria e nella fame. Ricordo il particolare che mio padre raccontava: «Siamo arrivati a Sagrado il 31 gennaio 1919, dopo quasi tre mesi dalla fine della guerra. Avevamo lasciato ben mezzo metro di neve a Lubiana, e qua, arrivati alla stazione, siamo scesi in un 31 gennaio di primavera». Mio papà non era uomo di tante parole; era più pittore, poeta, così. E il suo ricordo era: «Guarda, sono tornato a Sagrado dopo tanti anni e si trovano già le viole». Per il resto, il ricordo era di una desolazione assoluta: il paese a tocchi, a pezzi, fin dai primi bombardamenti. Qui, dopo Caporetto, era ritornata l’Austria ed era rimasto tutto uguale. Solo cimiteri. Proprio un posto di prima linea, Sagrado. Il Carso era un carnaio: nessuno l'aveva toccato. Tornati fra i primi, quelli di Sagrado andavano sul Carso ed era tutto intatto. Compreso i morti, con le scarpe e le teste fuori, ribaltati. Tutti qua, nelle doline specialmente. Gli austriaci non avevano avuto né tempo né interesse a mettere a posto; e chiaramente nel periodo di guerra dopo Caporetto chissà quanti sciacalli saranno andati a rovistare in mezzo ai morti. I ragazzi si divertivano a sparare, con i fucili, con le mitragliatrici. Tiravano col '91 e a volte scoppiavano le canne. Trovavano i fucili e li usavano per gioco; si divertivano a tirare nei pini, specialmente nella parte meno toccata dalla guerra, qui vicino al cimitero. Fin che non hanno riaperto i cantieri di Monfalcone, il Carso è stato una miniera per la povera gente. Non oro e pietre preziose, ma ferro, rame, ottone, piombo hanno permesso di sfamare decine e decine di famiglie. Il materiale recuperato lo portavano o a Gradisca o a San Pier d'Isonzo, dove c'erano due grandi centri di raccolta, dei “ferri vecchi”; gente che raccoglieva del ferro forse anche prima della guerra. Mio papà mi diceva: noi portavamo là quelle quattro scoàsse e naturalmente i padroni dei magazzini si facevano i soldi. Ed era un rischio grandioso, perché moltissime persone o sono rimaste mutilate o ci han rimesso la pelle. Mia mamma e delle sue amiche camminavano verso Castelnuovo, qua nella zona delle prime battaglie dell'Isonzo, quando hanno sentito un gran botto, in una dolina e hanno visto venir fuori un ragazzo loro coetaneo, che si teneva il ventre con tutte le viscere che uscivano. Ha fatto dieci metri: finito. Ma la miseria era tanta, e stuzzicava. Mi ricordo che c'era un pensionato di San Martino, amico di mio papà che ogni volta che veniva a prendere la pensione si fermava con noi qua a prender le sigarette e mio papà lo tirava su di corda dicendogli: «Cóntighe, cóntighe a mio fìo còssa che te xe sucesso» (Racconta, racconta a mio figlio cosa ti è successo). E allora lui si apriva la camicia e faccia conto che, dall'orecchio in giù, aveva sul corpo una macchia nera a forma di pesce. Questo signore — parlo di un caso uguale ad altri cento — stava pulendo con un amico il detonatore di una granata austriaca quando la bomba è esplosa. E in dialetto di San Martino diceva: «Jò soi cà, e l'me amico l'elàt», che vuol dire che è andato in cielo, è andato in tocchi e lui invece è stato colpito solo di striscio sulla spalla e mi diceva che quella macchia nera che aveva era formata da migliaia e migliaia di scheggette di questa granata. Qua, guardi, se lei si accontenta del ferro, fa ancora una portaerei quassù, in ferro. Perché il ferro valeva poco, e l'hanno lasciato. Mio papà mi diceva: raccoglievamo soltanto il materiale prezioso: piombo, ottone, rame, quella roba là; il ferro era lasciato là. Qua sul Carso, specialmente dopo le piogge, schegge così ne trova ancora fin che vuole, anche qua a Sagrado, perché in linea d'aria siamo vicini al San Michele. Io prima a piedi, poi in bicicletta e dopo con la macchina, mi son girato tutto il Carso. Mio papà aveva il grande amore della pittura, mi portava su, pianino pianino, una volta sul San Michele, una volta fino a Doberdò, che poi non è la strada dell'orto, senza macchina e senza motorino. In bicicletta ci lasci l'anima. Mi raccontava di questi fatti e di questi posti. Mi diceva: «Facciamo fatica a camminare noi che stiamo facendo una passeggiata; t'immagini quei soldati, magari sardi, calabresi, o anche viennesi, signori di città. Li facevano correre su quelle pietraie. Che tomboloni! Si facevano male anche senza essere colpiti». Mio papà che era poetico, mi diceva: «Andémo sul monte» e per noi il monte è questo qua, il San Michele e il Carso in generale. Poi mi diceva: «Guarda Enzo, guarda il Matajur qua davanti, sulla sinistra il Canin, sulla destra il Monte Nero: ecco la Trinità». «Una cosa maestosa», commenta la moglie di Enzo, «perché dalla parte nostra il Matajur è bellissimo». E poi mi dicevano, mio papà e i suoi amici: «Vai in quel posto, vai in quell’altro, che trovi i morti, che trovi i morti!». Allora mi son messo, anche rischiando, perché i carabinieri e la forestale non è che vedono di buon occhio uno che va là con quella pala, no? La mia grande passione è nata così, guardi, come guardar una bella donna, un amore improvviso. Avevo appena finito il militare, negli anni 1963-64 e avevo già 24-25 anni. La prima volta che io ho trovato dei morti, è stato un caso. Si camminava con questo mio amico, Elio Fumis (barbiere di Gradisca e mio compagno da militare, al 53° reggimento della Folgore) per un camminamento del San Michele appena disboscato; in questa stagione qui, bello, bello, bello, proprio sopra al San Michele, in località di Peteano. Ad un certo momento, alla fine del camminamento, alto, con tutti i detriti, sa, dopo molti anni… abbiamo visto in un angolo un elmetto. Tac, un colpo del piede, e sotto l'elmetto viene fuori una testa. E allora con questo mio amico ci siamo presi la briga e la passione anche, la frenesia. Gratta, gratta, gratta e son venuti fuori tre morti. Ricordo ancora quel momento. Basta che chiuda gli occhi. Quello che vedo è il teschio sotto l'elmetto, con i denti tutti belli, roba di un ragazzo di vent'anni, perfetto, la bocca e i denti. Il resto era tutto macinato dal tempo, dalle radici degli alberi, delle acacie, delle robinie. Le ossa le abbiamo ricostruite; e specialmente con le ossa lunghe delle gambe, i femori, non si sbaglia; insomma, se ne abbiamo due sono di un soldato, se sono sei son di tre soldati. Io poi ho fatto anche le fotografie, solo che adesso non so dove le ho, era il '64-'65: sono fotografiette piccole, con la prima macchinetta che avevo. Se le trovo la informo. La prima cosa che abbiamo fatto, da buone persone, siamo andati dai carabinieri. E i carabinieri ci hanno detto: «Ma lasciateli là, sono passati tanti anni!». «Eh, no» — abbiamo detto — «han combattuto per la patria, una degna sepoltura, per lo meno!». Mi pareva una roba giusta andar raccoglierli, portarli in cimitero, a Redipuglia, Oslavia, in un altare consacrato, insomma. Dopo, avevo fatto amicizia con un signore di Monfalcone, un certo cav. Spangaro, che era speleologo. Era dell'Uno come mio papà, era nativo di Poggio Terza Armata e abitava a Monfalcone. Arrivava da Monfalcone col treno e veniva con me sul Carso, a piedi. Tramite la sua amicizia, questi morti che si trovavano, finivano giustamente a Redipuglia. Non abbiamo mai trovato le piastrine. E quindi sono stati portati nel mucchio degli ignoti. Facevano una messa. A prenderli veniva uno degli addetti del cimitero di Redipuglia, io lo ricordo in borghese, non so se fosse militare o civile. Mettevano le ossa in cassettine bianche di legno, così di circa 40-50 cm di lato, faccia conto di veder dei cubi. Abbiamo trovato dei morti verso Doberdò, verso Castelnuovo, nella famosa Crosera. Ne ho trovati tanti anche quasi a raso terra. Stesso procedimento. Sono andato avanti così fin quando ho trovato la morosa, anche se la passione è grande, sempre. Volendo ce ne sono certamente tanti ancora, perché guardi, per quello che ho visto io, se lei, parlando alla triestina, va a sbisigàr nelle doline trova ancora roba. Perché cosa vuole, le doline erano trasformate in ricoveri, in paesetti, tutte avevano un nome, le chiamavano con un nome di paese. La dolina era l'unico ricovero in quel paesaggio lunare. È che adesso ormai la vegetazione ha cancellato tutto, ma andando sul San Michele, lei avrà l'idea di cosa è nascosto lì sotto. Perché poi sul San Michele mi diceva mio papà che i primi tempi i carabinieri tolleravano queste persone che andavano a recuperare gli shrapnels. In dialetto si diceva “andar a piombi” o “a balìni”: erano i più facili di trovare, a milioni. Quindi la polizia e i carabinieri tolleravano. Poi mi sembra che ci sia stato un regio decreto del '21, che ha trasformato la zona del San Michele in "Zona Sacra". Allora, entro certi limiti attorno al San Michele non andavano più, anche se sarebbe stato il paradiso per questi cercatori. Venivano gli ex combattenti a visitare il San Michele e il Carso. Nei primi tempi, il 4 Novembre venivano a piedi; arrivavano — mi ricordo — ancora con l'elmetto o col berretto dei bersaglieri. Venivano reduci da tutte le regioni, anche meridionali. Arrivavano col treno perché fermava a Sagrado. Venivano a rivedere i posti in cui avevano combattuto. Negli anni '50 ce n'erano ancora a centinaia, a migliaia di arrivi. Da ragazzino mi ricordo che dicevano che vedevano quel vecchio con un cappotto, con una palandrana e con un basco in testa: era Ungaretti che veniva spesso a passeggiare a San Martino, negli anni '50. Adesso, cosa vuole, verranno i nipoti, forse i figli; qualche corriera viene ancora, a Redipuglia; ma mi ricordo che nel '65, a Redipuglia, la Scala di Milano aveva suonato il Requiem di Verdi, di notte, con i fari, veramente suggestivo. Ultimamente veniva nel mio negozio un reduce ultranovantenne di Reggio Calabria e mi raccontava che un suo fratello era morto quassù sul San Michele; lui invece era riuscito a portar casa la pelle. Anche adesso il San Michele è zona sacra, ma per incuria dello stato sta andando tutto a remengo. Adesso ci sono anche molti ripetitori televisivi. Ecco, il museo: non c'è neppure il custode, perché è andato in pensione e il museo resta chiuso. C'è gente che viene da fuori e va via incazzata, l'ho vista io, quest'estate; e magari fanno pubblicità sulle carte, poi vengono qui e non vedono niente. Adesso
per aprire il museo, al sabato e alla domenica, viene un pensionato di
Gradisca. |
© 2004 Camillo Pavan - Dal libro L’ultimo anno della prima guerra |
|
|
|
|
|||
|
|
|||
Questo sito — online dal 15 giugno 2000 — è stato ideato, messo in rete e curato da Libero
Pavan |
|
| Ultimo
aggiornamento
12/01/09
|
|