A proposito di Katzelmacker

Pubblico parte del capitolo "Qualche buon motivo per uccidere" (cfr. alle pagine 213-224 di Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1, Caporetto) in cui si parla degli stereotipi etnici, dei pregiudizi nei confronti degli "altri", enfatizzati ed ampiamente utilizzati da tutte le parti in conflitto per attizzare l'odio nei confronti del nemico.

Cercherò poi di porre rimedio alla traduzione decisamente fantasiosa data nel libro all'epiteto di Katzelmacker, ampiamente utilizzato dagli austriaci come insulto e termine spregiativo nei confronti degli italiani.

«Guerra = morte. Binomio incontestabile e di un'evidenza così palmare che a volte si tende a dimenticarlo, o si fa di tutto per nasconderlo

L'essenza di tutte le guerre è cercare di uccidere e rischiare di essere uccisi. Per quanto nella guerra moderna la morte sia provocata raramente dalla lotta corpo a corpo che ha caratterizzato le guerre dell'antichità, e più spesso invece da un frammento di acciaio e di piombo che arriva da lontano e di cui non si fa neppure in tempo ad accorgersi, pur sempre di morte si tratta. Il che non è così semplice da accettare, neppure in nome della Patria e neppure con il beneplacito di quel Dio che ogni Patria afferma essere dalla sua parte.

Per questo riveste fondamentale importanza, per i "signori della guerra" fomentare il disprezzo dell'avversario, dell'altro, del diverso, di chi non appartiene alla propria etnia, alla propria nazione, al proprio stato. Cercando di trasformare dei sentimenti irrazionali, latenti in ciascuno di noi, in vero e proprio odio, molto utile per accettare appunto quello che a mente fredda non si accetterebbe mai: uccidere o essere uccisi.

Certo l'odio non è l'unico motore della guerra. "In quello che Hegel chiama il 'bagno di ferro morale' (…) trovano posto elementi disparati: il coraggio, lo spirito di emulazione, il rispetto della disciplina severa (…), il senso dell'onore e dell'abnegazione spinta sino al sacrificio della vita" [1].

Tralasciando le altrettanto se non ben più importanti capacità dei contendenti di buttare sul campo milioni di tonnellate di mezzi materiali, e sempre per restare alle qualità individuali, anche altri elementi molto più terra terra contribuiscono a tenere in moto l'infernale macchina della guerra. Lo spirito gregario, ad esempio, ben cementato dalla paura del plotone di esecuzione. Oppure l'acool, che corre a fiumi fra gli opposti schieramenti, vera 'benzina del soldato', come unanimamente ricordato nella letteratura di guerra[2].

Diciamo allora che l'odio per l'avversario, pur non essendo l'unica molla della guerra, è molto utile alla causa, altrimenti non si spiegherebbe l'impegno profuso dai vari comandi militari e comitati civili per instillarlo e diffonderlo ad ogni livello e sotto le forme più diverse.

Leggendo le cronache della prima guerra mondiale ci si imbatte infatti in un campionario quanto mai vasto, e a volte del tutto inaspettato, di pregiudizi, stereotipi, luoghi comuni nei confronti dell'altro (che non necessariamente è il nemico). Un substrato di irrazionalità comune a tutte le forze in campo che la fine per esaurimento della guerra, dopo quattro anni di massacri, non ha certo eliminato, ma che anzi troveremo ben presente anche prima e durante la seconda guerra mondiale. (Magari nel frattempo c'è stato un cambio di alleanze —  è il caso dell'Italia —  che ha portato anche al cambio del popolo verso cui indirizzare il rancore. Non più contro i barbari tedeschi ma contro la "perfida Albione" e gli inglesi suoi abitanti, "che Dio li stramaledica").

Iniziamo la nostra breve rassegna sui più comuni stereotipi circolanti durante la Grande Guerra pubblicando un paio di illustrazioni fra le molte che circolavano in milioni di esemplari soprattutto sotto forma di cartoline, oltre che nei giornali, nelle riviste illustrate e negli opuscoli di propaganda.

Sono di fronte i secolari nemici Italia e impero austro-ungarico.

[cliccare per ingrandire]

Clicca sull'immagine per ingrandireQui a fianco  una cartolina edita dal Comitato di Preparazione Civile" di Treviso che ha affidato il compito di rappresentare l'austro-croato tipico all'opra di un artista di buona mano. Arruolato per un'azione di propaganda spicciola l'autore trasforma in figura bestiale la faccia di Francesco Giuseppe, con l'immancabile forca in primo piano a simboleggiare la durezza della repressione esistente nell'impero in particolare contro i fermenti delle sue varie nazionalità [3].

Del tutto simile era la propaganda da parte austriaca;

La perfida Italia è un popolo "di vili, di briganti, di ladri" per dirla con le parole del capo di S.M. dell'esercito gen. Conrad, il quale, per ogni evenienza, non aveva dubbi (già nel 1907) sulla necessità di un attacco preventivo all'allora alleata Italia. Sempre Conrad, il 22 maggio 1915, nell'imminenza della dichiarazione italiana di guerra, affermava che se gli italiani "ancora non attaccano, non soltanto sono dei codardi, ma anche degli stupidi cani" [4].

E a proposito di cani, come non ricordare il brillante poeta Gabriele D'Annunzio che, in quella lotta per la difesa della cristianità che fu la conquista italiana della Libia, così si esprimeva:

 

                   Occhio alla mira ferma, o Cristiani.

                   Solo chi sbaglia il colpo è peccatore,

                   vi sovvenga! Non uomini, ma cani [5].

 

Sempre in tema di bestie, qui sotto vediamo una pubblicazione dedicata al Katzelmacker, letteralmente produttore di gatti (con riferimento spregiativo alla prolificità degli italiani - Sic!), termine affibbiato dagli austriaci non solo agli italiani d'oltre confine ma anche agli "italiani d'Austria", trentini, friulani e abitanti del litorale adriatico [6].

In particolare provarono sulla propria pelle gli effetti di tale propaganda i profughi provenienti da queste regioni: "profughi del sud" (sud dell'Austria, cioè). Gli austriaci doc, con il prolungarsi della guerra, sempre più tendevano a identificarli come italiani tout court, cioè nemici. Inoltre, non di rado li consideravano sfaticati, "indolenti, poltroni, riottosi ad assumere un lavoro [7].

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 Copertina di un libretto austriaco di propaganda, pubblicato a Mainz,

Maledetto Katzelmacker, meravigliosa storia

 dipinta e cantata sulla chitarra.

[cliccare sull'immagine per ingrandirla]

L'opuscolo, con disegni e versi di Arpad Schmidhammer, era rivolto ai ragazzi per educarli al disprezzo degli italiani. L'italiano-tipo è qui rappresentato non tanto da un gatto - sic! (Katze) quanto da un brigante abruzzese che nel corso del racconto si trasforma in bersagliere [8].

L'analogo "strumento educativo" italiano era rappresentato dal Corriere dei Piccoli, dove al protagonista positivo Italino bambino astuto si contrappone il nemico Kartoffel Otto [9]».

(…)

Nell'ottobre 1997, appena uscito il libro, l'amico Emanuele Bellò, dopo aver scritto una recensione molto positiva su un giornale locale mi telefonò per segnalare che tutto andava bene, tranne la traduzione di Katzelmacker. Parola che non aveva niente a che vedere con i gatti ma era un termine dialettale austriaco per indicare le venditrici ambulanti italiane delle vallate carniche, dell'alto Friuli o del Bellunese, che scendevano a vendere in Austria i loro oggetti di legno, di solito servendosi di un carrettino trainato a mano.

«Praticamente per gli austriaci di allora simili agli odierni vu cumprà» , commenta il lettore Stefano Della Mea di Chiusaforte (Ud) in una lettera che mi invia il 17 marzo 1999.

Anche il libraio-editore di Gorizia Giorgio Ossola (Libreria Editrice Goriziana) nel frattempo mi aveva segnalato l'errore.

Non bastasse, a pag. 156 del libro di Eugenio Bucciol 1915-1918, Foto italiane e austroungariche fronte a fronte, (edito nel 1995 dalla Ediciclo di Portogruaro e che, quindi, avrei ben dovuto conoscere) c'era anche la foto di due di queste venditrici ambulanti con il loro carrettino pieno di utensili in legno.

Ma ormai la frittata era fatta! Il libro era stampato e non mi restava che imparare la lezione. Mai fidarsi di una fonte sola! Regola aurea di ogni buon giornalista (e a maggior ragione di uno storico, che non può certo accampare come scusante la fretta che caratterizza il lavoro del giornalista).

 

Per concludere vorrei ricordare come il termine spregiativo Katzelmacher non sia morto con la fine della prima guerra mondiale e sia stato utilizzato almeno fino a tutta la seconda guerra. Qui sotto pubblico due documenti al riguardo.

 

Documento 1: Brano di un'intervista di Paolo Paci allo scrittore Joseph Zoderer, nato a Merano nel 1935.

 

Le Opzioni del 1939, cioè l'obbligo, per i sudtirolesi, di scegliere tra lingua italiana ed emigrazione in Germania, hanno segnato la sua infanzia. Può raccontarmi questa esperienza?

 

«Io avevo quattro anni e non ne ero cosciente, ma ero uno dei 70 mila sudtirolesi che scelsero di emigrare. Le Opzioni furono un trucco ideato da Hitler e Mussolini. Himmler venne qui a fare propaganda: Heimat, diceva, è la lingua tedesca, e chi non la sceglie è un traditore. Oggi sappiamo che fedeltà è sedersi sulla propria terra, ma allora molti abboccarono: non tanto i contadini che possedevano qualcosa, ma soprattutto i proletari come mio padre, che aveva nove bambini e nessun lavoro. Si poteva scegliere fino alla fine dell'anno: noi il 4 gennaio 1940 eravamo già sul treno per il Terzo Reich. Sono cresciuto a Graz, dove sono rimasto fino alla prima ginnasio; poi mi sono spostato in collegio presso San Gallo, Svizzera: lì ero fortunato, mangiavo cioccolatini. Infine ho terminato il liceo a Merano. In Austria ero chiamato Katzelmacher, che è l'insulto per gli italiani; in Svizzera invece ero il cinc (quello che sa contare solo fino a cinque), un altro insulto per italiani. Tornato in Sudtirolo, mi trovavo a dover imparare sia l'italiano che il sudtirolese. (…)».

 

(Da Alto Adige. Gli itinerari, l'ospitalità e i personaggi. Allegato al numero di settembre 1998 di "Weekend Viaggi").

 

Documento 2: Poesia di Pietro Romano Ca' Zorzi  (S.Polo di Piave, TV)

 

LE CASSARUTE

 

Co la zerla carga su le spae,

le vegnéazò dal Friuli, o dal Tirol,

co le cotoe longhe fin dai piè,

un fasoeto colorà ligà

su la testa, e un sul col.

Le passea par i nostri paesi,

visitando ogni casa

par vender mestoi, cassut,

candoe, spinei, robe de legno;

che de inverno in te le so' case

visin al fogo le gavéa tajà co' inzegno.

Me ricorde anca lora dea guera,

le vignea lo stesso a farne visita;

i tedeschi anca lori i le conosea,

e soridendo i disea: "Katzelmaker" (cassaru).

A la fiera dea Caminada

Le vignea zò in tante fando boni afari,

vendendo mescoj, crivei e cuciari.

Col progresso anca lore le ze sparide

Parché fero e plastica le ga sostituide;

su la nostra mente xe restà al ricordo

de un tempo lontan ormai passà,

che forse dai zoveni vegnarà desmentegà.

 

(In El Sil, Treviso, Novembre 1998)

 

 

*

 

LE CASSARUTE (Venditrici ambulanti di oggetti di legno)

 

Con la gerla caricata sulle spalle / venivano giù dal Friuli, o dal Tirolo, /

con le gonne lunghe fino ai piedi, / un fazzoletto colorato legato /

sulla testa, e uno sul collo. / Passavano per i nostri paesi,

visitando ogni casa / per vendere mestoli in legno (…) /

cannelli per tini, zipoli, utensili di legno / che d'inverno nelle loro case /

vicino al fuoco avevano tagliato con ingegno. /

mi ricordo anche all'epoca della guerra,  [2aGM] /

venivano lo stesso a farci visita: / i tedeschi[1] anche loro le conoscevano, /

e sorridendo dicevano: "Katzelmacher" (…)./ A la fiera dea Caminada [2] /

venivano giù in tante facendo buoni afari, /

vendendo mestoli, crivelli e cucchiai. / Col progresso anche loro sono sparite /

perché ferro e plastica le hanno sostituite; / sulla nostra mente è rimasto il ricordo /

di un tempo lontano ormai passato / che forse dai giovani verrà dimenticato.

 

(Traduzione di C.P.)

 

1      Fadini Francesco, 1974, Caporetto dalla parte del vincitore (2a edizione, Mursia, MI), p. 188.

2      Un esempio per tutti in Un anno sull'Altipiano di Emilio Lussu, pp. 50-51 (dal dialogo fra il protagonista e un tenente colonnello): «Io mi difendo bevendo.  Altrimenti sarei già al manicomio. (…) È da oltre un anno che io faccio la guerra, un po' su tutti i fronti, e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! È orribile! È per questo che ci ubriachiamo tutti, da una parte e dall'altra. Ha mai ucciso nessuno lei? Lei, personalmente, con le sue mani? — Io spero di no. — Io, nessuno. Già, non ho visto nessuno. Eppure se tutti, di comune accordo, lealmente, cessassimo di bere, forse la guerra finirebbe. (…) L'anima di questa guerra è l'alcool. Il primo motore è l'alcool. Perciò i soldati nella loro infinita sapienza, lo chiamano benzina».                    
3        L'autore della cartolina, stampata dallo stabilimento grafico G.M. Pietrobon di Treviso, è con molta probabilità il disegnatore e pittore Alberto Martini (Oderzo 1876 - Milano 1954). Un'attribuzione sicura non è tuttavia possibile, anche per il tipo di firma diversa da quelle normalmente da lui usate.

[Ringrazio per la consulenza il direttore del Museo Civico di Treviso, Eugenio Manzato]. 
Alberto Martini, considerato un precursore del surrealismo, è autore anche di 4 celebri        litografie dal titolo Danza macabra europea, pubblicate in 5 serie, fra il 1914 e il 1916, dal tipografo-editore Domenico Longo di Treviso, e in parte riprodotte nel volume Mostre del Cinquantenario, Treviso, 1968. La tipografia Longo ebbe importanti commissioni dal Comando supremo — ad esempio la stampa dei Documenti e delle Relazioni del segretariato Generale per gli Affari Civili — tanto da diventare "stabilimento ausiliario" dell'esercito. Dopo Caporetto si trasferì a  Bologna.                              

4        Pieropan Gianni, 1988, 1914-1918, Storia della Grande Guerra sul fronte italiano, Mursia, MI, pp. 57-60.

5        In "Canzoni delle gesta d'oltremare", pubblicate dal Corriere della Sera fra il 1911 e 1912. (Cit. in Bucciol Eugenio, 1995, 1915-1918, Foto italiane e austroungariche fronte a fronte, Ediciclo Editore, Portogruaro, VE, p. 9).

6        La città di legno, Profughi trentini in Austria 1915-1918, a c. Diego Leoni e Camillo Zadra, 1981. (3a edizione, Temi, TN, 1995) pagine 48 e 130.

7        Id., pp. 111-112. Sull'odio contro i Katzelmacker profughi italiani cfr. anche Drago Sedmak, a pag. 295 di Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1, … nel saggio "Profughi nelle città di legno".

8        Mostre del Cinquantenario 1918-1968, Catalogo a c. di Giuseppe Mazzotti [di cui è anche il commento della vignetta, dove viene accostato alla parola italiana "gatto" quella tedesca "katzel"], Comitato per la celebrazione del cinquantesimo anniversario della Vittoria, (Senza numero di pagina, verso la fine del volume), Treviso, 1968.

9        La nostra guerra, Il Triveneto dal 1914 al 1919, di Edoardo Pittalis, Sandro Comini, Francesco Jori, Edizioni del Gazzettino, Venezia, 1988, p. 62.


[1]    Ricorda l'autore che si trattava di soldati "anziani" addetti alla contraerea sull'argine del    Piave in territorio di Cimadolmo. Molti di loro erano già stati sul fronte del Piave nel corso della prima guerra mondiale.

[2]   Antica fiera autunnale di San Polo di Piave.  

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Ultimo aggiornamento 27/02/09