| Lunedì, 8 Ottobre 2001 |
|
| Sono stati in molti che hanno preferito ... | |
|
Sono stati in molti che hanno preferito sfuggire alla morte
quasi sicura lanciati in assalti senza senso davanti al fuoco delle
mitragliatrici nemiche, a scegliere la resa, specie una volta accerchiati
dalle truppe austriache dopo Caporetto. "Viva l'Austria, viva la Germania", non tanto per
tradire la Patria, quanto per la disperazione dopo anni di trincea e dopo
aver visto tanti sacrifici vanificati con l'avanzare delle truppe
austrotedesche che avevano sfondato il fronte orientale. Una storia poco
nota, fra le molte della Prima guerra mondiale, con un destino spesso
tragico per molti soldati italiani caduti in prigionia. L'Italia se ne dimenticò, colpevolmente, non facendo
giungere aiuti umanitari tramite la Croce rossa, quando il generale
Cadorna, per giustificare se stesso, con la copertura politica
dell'inettitudine di parte degli alti comandi, ebbe l'interesse a
sostenere la tesi del "tradimento". Tanti italiani caduti in
prigionia vennero lasciati in balia di se stessi nei campi di
concentramento o di lavoro disseminati in gran parte del Centro Europa, in
Stati che erano già allo stremo e non avevano pane neppure per i propri
soldati. Furono le malattie e la fame, nonchè i postumi delle
ferite, poco e mal curate, a compiere quella decimazione alla quale, con
la resa, tanti soldati credevano di essere sfuggiti. Diversa la sorte
degli ufficiali, ai quali veniva garantito un "percorso"
diverso, e condizioni un po' più tollerabili in quell'anno di prigionia
prima della Vittoria. Di queste vicende, delle motivazioni che spinsero o
costrinsero alcuni alla resa, delle peregrinazioni dietro le linee, della
vita nei campi di prigionia nel 1917/18 si occupa con una serie di
testimonianze il volume "I prigionieri italiani dopo Caporetto"
di Camillo Pavan , secondo libro di una trilogia che riguarda la Grande
guerra e la popolazione civile, che sarà presentato il 3 novembre alle 21
nella biblioteca comunale di Guarda Veneta. La scelta non è casuale in quanto l'ampia parte
documentaria è stata curata da Alberto Burato, proprio di Guarda Veneta,
che, con una ricerca durata sette anni, è riuscito a fare un quadro
completo e, finora inedito, dei campi di prigionia in cui soggiornarono e
spesso morirono prigionieri italiani. Dotato di cartina risulta un
prezioso vademecum, strumento o traccia per ulteriori ricerche. Grazie a
questo prezioso lavoro è già stato possibile rintracciare e onorare
adeguatamente vittime della guerra che erano rimaste sconosciute. E sarà
anche possibile dare il via a nuove ricerche per chiarire ancor più in
quadro finora poco noto. Maurizio Romanato |
|
|
|
|
|
|
|
Questo sito — online dal 15 giugno 2000 — è stato ideato, messo in rete e curato da Libero
Pavan |
|
| Ultimo
aggiornamento
27/02/09
|
|