| Giovedì 1 novembre 2001 | |
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Un volume sulle traversie degli italiani deportati |
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| Il dramma della prigionia | |
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Già poche ore dopo l'inizio della battaglia, centinaia di soldati italiani si riversarono nella conca di Caporetto, senza ufficiali, parte allegri e parte frastornati, agitando fazzoletti bianchi al grido di «Evviva la Germania!». Con queste annotazioni poco edificanti sul
nostro esercito si apre I prigionieri italiani dopo Caporetto, un crudo e
realistico documento frutto d'una ricerca del trevigiano Camillo Pavan,
che ne è anche l’editore. Ma si sa che la rapidità e le dimensioni del
crollo dell'armata grigioverde furono tali da lasciare stupito lo stesso
nemico. E generarono nella truppa allo sbando un’euforia, un senso di
liberazione: «La guerra per noi è finita, la pelle è salva!». Seguì,
però, un brusco risveglio con le massacranti marce verso i campi di
concentramento del Centro Europa e, una volta arrivati, con privazioni e
sofferenze indicibili davanti a un nemico ben più implacabile e spietato:
la fame. Ma quanti furono i prigionieri dopo Caporetto?
276.500 secondo i bollettini ufficiali austro-tedeschi e italiani. Dai
primi 10 mila del 25 ottobre ai 40 mila del 28, agli 80 mila fra il 31
ottobre e il 3 novembre. La rotta del 1917 causò, insomma, quasi la metà
dei prigionieri di tutta la guerra 1915-'18, che furono 600 mila. E a
questi vanno aggiunti i 16 mila civili deportati dagli invasori (ne
morirono 3 mila). Naturalmente ci furono anche i valorosi che si
arresero solo dopo aver strenuamente combattuto, perché l'offensiva
austro-tedesca fu tutt'altro che una passeggiata: «Alla fine di novembre,
quando si conclusero anche le ultime operazioni conseguenti allo
sfondamento del fronte e all'inseguimento dell'esercito italiano, le
perdite delle forze armate degli Imperi centrali furono valutate intorno a
70 mila uomini, mentre i caduti furono circa 12-15 mila». Il libro
riporta, tra gli altri, l'episodio del colonnello Spinucci, morto a
Flambro alla testa dei suoi granatieri, raccontato da uno dei superstiti,
Giuseppe Giuriati di Treviso. A rendere avvincente questo libro del
dopo-Caporetto, è proprio l'incrociarsi dei resoconti autobiografici.
L'autore ha attinto, fior da fiore, da una serie di diari di guerra di
autori illustri come Curzio Malaparte e Carlo Emilio Gadda, ma sopratutto
di umili soldati, scritti anche qualche decennio dopo gli eventi. La prigionia diventa drammatica quando
cominciano le marce verso l'interno: decine di migliaia di soldati
sospinti come mandrie, sorvegliati da pochissime sentinelle e mitragliati
e bombardati dalle nostre artiglierie (il “fuoco amico”, come fu
chiamato per definire, tra l'ironico e il cinico, l'atteggiamento verso
“i vigliacchi che si sono arresi”). Prima tappa il campo di
concentramento di Cividale, poi i viaggi interminabili con le tradotte in
Austria, Germania, Cecoslovacchia. Anche cinque giorni senza un cucchiaio
di rancio... I nostri prigionieri furono decimati dalla fame e ciò non
deve stupire se si pensa che anche le popolazioni locali, pur in qualche
caso generose con gli italiani vinti, erano in grandi ristrettezze
alimentari. E lo stesso esercito austro-ungarico non era in grado di
scialare. Alessandro Pennasilico rievoca lo scambio d'un orologio d'oro
con una scatoletta di carne a Loqua, sulla Bainsizza, mentre il friulano
Francesco Isola, prigioniero in Westfalia, racconta che gli alleati
francesi e inglesi ricevevano pacchi alimentari da casa. Gli italiani
invece no, il Comando supremo si oppose a questi invii anche allo scopo di
“porre un freno alla diserzione”. Solo nell’agosto 1918, in seguito
alle crescenti proteste internazionali e alla campagna di stampa
dell'Avanti!, fu deciso un “esperimento” di spedizione di gallette da
parte del governo italiano. Quaranta vagoni giunsero in Austria tra fine
settembre e ottobre, altri 15 arrivarono in Germania solo a guerra finita! La grande protagonista del libro di Camillo
Pavano è, dunque, la fame, «la continua, orrenda fame». L'aspirante
ufficiale torinese Attico Dadone, ragazzo del ’99, racconta del compagno
di sventura Augusto Perosimo di Torino, sottotenente d'artiglieria, che
nel campo di Crossen sull'Oder si era specializzato nella cattura dei topi
di fogna: «Scuoiati alla meglio, li arrostiva sulla stufa e se li
mangiava fra la riprovazione quasi universale. Diceva che erano ottimi».
Tristissimo e toccante è il racconto Natale 1917, del già citato Dadone,
sulla squallida realtà di quel «pranzo di festa». Ma ci fu anche chi
riuscì a trovare qualche momento d'ironia, come lo scrittore milanese
Carlo Salsa che tradusse Krigsgefangelager (campo dei prigionieri di guerra) in Cristchefamdelader (Cristo, che fame ladra!). Mario Blasoni |
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aggiornamento
27/02/09
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