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Martedì, 24 Luglio 2001 |
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| Lo storico trevigiano Camillo Pavan ha analizzato nel suo ultimo volume la condizione dei prigionieri italiani dopo la rotta di Caporetto | |
| Una pagina nascosta della Grande Guerra | |
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Le ore della resa, le marce di
trasferimento, l’aiuto delle popolazione e le difficoltà nei campi di
prigionia «Salivamo sulla destra della strada,
mentre sulla sinistra discendevano i rinforzi austriaci. Nel buio ci
squadravamo a vicenda, e in silenzio. Raramente i combattenti insultano i
nemici sfortunati: la simpatia che ispirano dovere e sfortuna fa
dimenticare l'odio. Questo triste compito spetta a "quelli dei caffè",
italiani e austriaci». Le parole sono di Persio Falchi, un
ufficiale dei mitraglieri che subito dopo la guerra ricordò nelle proprie
memorie i giorni terribili del dopo Caporetto. Quelli in cui, assieme a
centinaia di migliaia di commilitoni, fu fatto prigioniero e trascinato
fino al campo di prigionia. E che ora sono riportate, assieme a
quelle straordinarie di tanti altri soldati, in «I prigionieri italiani
dopo Caporetto», un libro dello storico trevigiano Camillo Pavan (suo
anche «Grande Guerra e popolazione civile», vol. 1 , Caporetto, del
1997) appena uscito e che ricostruisce un lato oscuro di quella guerra. E
cioè il dramma di quelle migliaia di uomini sbandati, affamati, vessati e
umiliati, che furono appunto i soldati italiani caduti nelle mani
austro-tedesche dopo la disfatta di Caporetto. Giorni terribili, che
investirono anche il Bellunese. Non solo per il famoso episodio che a
Longarone vide protagonista l'allora tenente Erwin Rommel, la futura
"volpe del deserto", ma anche per il coinvolgimento della
popolazione civile in quella tragedia. Il libro di Pavan è infatti a tutto
tondo. Parte dalle ore terribili della resa, quindi della fuga attraverso
i borghi veneti sbigottiti, poi delle estenuanti marce di trasferimento,
infine della vita nei campi di prigionia. Momenti che vengono ricostruiti
fondamentalmente attraverso i diari, le memorie o anche i semplici appunti
dei protagonisti. C'è chi la chiama «storia minore»,
ma se qualcuno vuole capire davvero cosa fu la Grande Guerra, il peggiore
di tutti i conflitti, deve attraversare questi libri, che riportano il
dettaglio di quella tragedia. E dai particolari si comprende in realtà il
clima, i valori, gli odi e gli amori in cui maturò quella tragedia. Anche
perché Pavan non tralascia nulla: i rapporti con i "nemici",
quelli con le popolazioni amiche, quelli tra ufficiali e soldati semplici. E così emerge come lo strazio e lo
spavento della guerra accomunino i combattenti, oltre le rispettive
bandiere. Non mancano gli episodi violenti, ma molto più spesso i
militari italiani raccontano del rispetto e comunque della comprensione
manifestata da chi, fino a pochi giorni prima, era nella trincea di fronte
a sparare contro. A insultare, a schernire, sono semmai
«quelli dei bar», che la guerra in realtà ignorano. Dalla fruttivendola
di Gorizia che, fiutato il cambio del vento, allontana «voi italiani»,
al territoriale trentino che insulta al passaggio dei prigionieri. Significativo anche questo, perché
quando i militari italiani attraversano, diretti ai campi di prigionia, le
strade del Cadore, già devastate dalla ritirata e dall'avanzata
austro-tedesca, ottengono solo commiserazione, conforto e aiuti concreti. Così come, in questo peregrinare, gli
ufficiali italiani vengono spesso intrattenuti amabilmente dai loro
colleghi austroungarici o tedeschi, mentre i soldati continuano a
camminare. Uno spirito di classe e di appartenenza che, evidentemente,
superava ogni diffidenza. Ma Pavan va oltre, analizzando anche il
trattamento ricevuto nei campi. L'Austria e la Germania morivano di fame,
e non avevano certo cibo per chi le aveva combattute. Così, mentre
francesi e inglesi venivano nutriti con i viveri inviati dalla madre
patria attraverso la Croce rossa, così non avveniva per gli italiani.
Meglio soffrissero e morissero di fame, si spiega, affinché non si
pensasse che arrendersi conveniva. Questo l'atteggiamento dei vertici
militari, indicatore di un rapporto e un rispetto per la truppa che durerà
almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, se non oltre. Così, in un solo anno di prigionia gli
italiani morti furono il quintuplo di quelli delle nazioni alleate. Una
storia che, nell'orgia retorica scatenata sull'ultima delle guerre
risorgimentali italiane, è stata appositamente sepolta. Ma che ora, nel libro di Pavan, emerge
in tutta la sua crudezza. Ugo Pollesel |
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| Ultimo
aggiornamento
27/02/09
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