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Una
vampata di benzina bollente
che ti entra nella gola
Testimonianza
di Ivo
Ivančič raccolta da Camillo Pavan |
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Tutto il fronte di Plezzo fu
sottoposto a bombardamento con il gas, quella volta, mediante il tiro di
normali granate a gas, di cui nella mia collezione conservo vari
esemplari. Ma questo bombardamento “generico” non diede grandi
risultati. Quello che invece ebbe un effetto determinante per le sorti
della battaglia fu il lancio di mille proiettili effettuato dagli spiazzi
pianeggianti di terreno riparati da scarpate, che si trovano poco più
avanti del villaggio di Vodenca, provenendo dall’Isonzo. Le mille
granate contenenti gas erano poste dentro a dei tubi, una specie di mortai
che in tedesco si chiamano Gaswerfer
e furono lanciate contemporaneamente per mezzo di un contatto elettrico in
direzione delle trincee italiane che si trovavano a circa cinquecento
metri di distanza in località Naklo.
Una volta effettuata la
rottura del fronte i tedeschi lasciarono i tubi sul posto. Mirko Fuljac, un vecchio recuperante qui di Plezzo, che è stato quello
che mi ha insegnato ad aprire le mie prime dieci-quindici bombe e che
adesso è morto, mi raccontava che tanti anni prima che io lo conoscessi
aveva trovato queste centinaia di tubi. Li aveva raccolti e portati a
vendere, ma ci aveva guadagnato poco, perché erano di semplice ferro. Non
riusciva però a spiegarsi cosa ci facessero in quel posto tutti quei
tubi. Adesso sì che lo sappiamo! Ogni tubo conteneva una
granata cal. 180 caricata a gas. Io ne ho recuperate due di queste
granate: una era ormai vuota, perché a contatto con il terreno la base si
era corrosa e il gas era fuoriuscito, l’altra invece era ancora piena. Eravamo in tre amici quando
abbiamo trovato questa bomba nella zona di Naklo: io, Anton Kauc, che
adesso è morto, e Dvsan Klavora. Sapevamo per certo che era ancora
carica, perché è come con una bombola da cucina che a prenderla in mano
si sente muovere il gas che c’è dentro. Il problema era: come fare per
aprirla vista la pericolosità del contenuto?
Ci abbiamo messo due anni,
prima di trovare una soluzione. Ne parlavamo quando ci si incontrava in
osteria a bere un bicchiere, se ne parlava nelle sere d’inverno… Finché
un giorno — era verso il 1980 — ci decidemmo di passare
all’azione. Caricammo un fucile con una
pallottola di mitragliatrice pesante Breda da 8 mm, della seconda guerra
mondiale (trovata sempre qui in zona, lasciata dagli italiani quando si
ritirarono dopo l'8 Settembre). Portammo la bomba in un luogo che noi
sapevamo essere assolutamente non frequentato, su in montagna, uno di quei
posti in cui in tutto l’anno passerà si e no una persona. La mettemmo
per terra e vi avvicinammo la canna del fucile, a non più di due cm. Poi
collegammo il grilletto a una lunga cordicella che facemmo girare attorno
a un lato della granata in modo da poterci mettere dalla parte opposta a
quella della fuoriuscita del gas. Ci allontanammo a più di cinquanta
metri e tirammo la cordicella. Partì il colpo. La potente pallottola forò
la corazza della granata e il gas uscì sibilando per la pressione,
formando una nuvola di colore bianco (simile alla nebbia e solo
leggerissimamente tendente al giallo) che si espanse per circa 25 metri. Passato un po’ di tempo,
quando ormai non si vedeva più traccia di gas proposi ai miei amici di
andare a controllare la granata. Dvsan non si fidava di venire, allora
andammo solo io e Anton Kauc. Ci avvicinammo lentamente, con prudenza,
pochi centimetri alla volta, annusando l’aria in modo da fermarci al
primo odore sospetto. E quando fummo a circa sei-sette metri dalla bomba
sentimmo tutti e due contemporaneamente un qualcosa che ci bruciava alla
gola e ci impediva di respirare; scappammo indietro di gran corsa. Eppure gas non se ne vedeva,
anche se evidentemente qualcosa era ri-masto. Era come in una stanza in
cui si è smesso di fumare da ore, ma l'ambiente continua a essere
impregnato di fumo. Dopo un altro po’ di tempo,
pur rendendomi conto che la cosa era pericolosa, dissi all’amico: «Aidi,
greva se nkret…», che nel nostro dialetto vuol dire: «Dai, dai…
andiamo ancora una volta». Anton però aveva preso troppa paura. «No»,
mi disse, «io non vengo più». Ma io sono fatto così, volevo
provare ancora! Mi avvicinai di nuovo alla granata, da solo, sempre
annusando l’aria, passo dopo passo. «Non c’è niente», dicevo fra di
me mentre mi avvicinavo al punto in cui prima avevo sentito il gas, e
avanzai un altro po’. «Non c’è ancora niente», mi dissi, e feci un
altro mezzo passo in avanti. Forse in quel momento il vento cambiò
direzione, non lo so: in un istante mi trovai dentro al gas, sentii come
fosse una vampata di benzina bollente che ti entra nella gola e che dentro
prende fuoco. «Ah, non riesco più a respirare!». Mi girai, feci appena in tempo
a fare pochi passi di corsa e, finito l’ossigeno, caddi a terra. Sentivo
i miei due amici che commentavano: «E’ spacciato, ormai è finito…».
Ma dopo un po’ riuscii a
riprendermi e mi misi a tossire, scatarrare, buttare fuori muco per il
naso. Ci vollero dieci minuti prima che riuscissi a respirare quasi
normalmente. Dopo due ore ancora mi bruciava un po’ in gola e solo il
giorno dopo non ebbi più alcun problema. Adesso posso confermare che è
vero quello che hanno scritto certi libri italiani: che questi soldati su
cui è stato lanciato il gas sono morti buttando fuori sangue e pezzi di
polmone 1.
E’ vero, sono sicuro che è vero, perché io l’ho provato, questo gas. Perché tu possa renderti
conto di quanto potente fosse quel gas ti dico anche un’altra cosa.
Quando abbiamo fatto esplodere la granata era una giornata di estate
avanzata, forse fine agosto, forse i primi di settembre, però nel bosco
le foglie erano ancora belle verdi. Ma quando dopo qualche giorno siamo
ritornati sul posto, le foglie, nel raggio di cinquanta metri
dall’esplosione, erano tutte bruciate, avevano il colore del legno di
questa credenza; e non solo le foglie erano bruciate, tutto era bruciato,
anche l’erba si era seccata. Dopo cinquanta metri la vegetazione
cominciava ad essere un po’ meno bruciata, ma i segni del gas si
vedevano ancora fino a 250 metri dalla granata. E tutto questo con una sola granata. Era il gas fosgene 2, l’ho visto scritto
anche in un documento militare italiano risalente al tempo della guerra 3.
Io però non sono un esperto di chimica, non posso neppure dire se sapesse
di mandorle, o di caffé o di pastasciutta! Io non ho sentito nessun odore
4.
Posso solo dirti che sono l’ultimo uomo ancora in vita che ha provato
quel gas! Ma lasciamo perdere le
discussioni su che tipo di gas fosse. Quello che so con certezza è che ti
prende alla gola e che se avessi fatto un solo respiro completo, uno solo,
sarei morto. Perché quando c’è questa nebbia bianca non occorre altro:
basta un respiro e sei morto. Quando l’ho provato io non c’era più la
nebbia bianca, non c’era più niente, eppure per poco morivo. E quella
volta i tedeschi hanno lanciato mille bombe, che sono esplose prima di
toccare terra, provocando una gran nuvola, carica di gas. Poi il gas,
essendo più pesante dell’aria, è sceso al suolo, è entrato nelle
trincee, nelle baracche, nelle caverne, dappertutto. Ed è bastato un solo respiro
a quei soldati italiani, per morire. -------------- Note 1 Il testimone non ha saputo indicarmi a quale
autore si riferisse, né io sono riuscito ad individuarlo. Le parole di
Ivancic ricordano quelle che si leggono nella traduzione italiana di Fritz Weber, Dal
Monte Nero a Caporetto, 1a edizione italiana, Mursia,
1967, p. 382. «Qua, là, dappertutto, questa nebbia orrenda, bastava
aspirarla una volta perché i polmoni ne venissero corrosi, una sola
boccata e la vita se ne andava a brani sanguinolenti». Oppure di Walther
Schaumann - Peter Schubert, 1990, Isonzo,
là dove morirono …, Ghedina e Tassotti, Bassano del Grappa,
Vicenza, p. 220: «Fra le masse dei cadaveri sedevano alcuni intossicati
dai gas che sputavano sangue da sotto il becco delle loro maschere…». 2 Secondo Attilio
Izzo, Guerra
chimica e difesa antigas, Seconda edizione aggiornata e aumentata,
Hoepli, Milano, 1935, p. 21, a Plezzo «gli aggressivi adoperati furono il
difosgene e la difenilcloroarsina. I colpiti (circa 500-600 uomini)
morirono istantaneamente». Si trattava del V battaglione, 87° rgt., Brg.
Friuli. (Relazione
Ufficiale Italiana, Ministero della Difesa, Stato Maggiore
dell'Esercito, Ufficio storico, 1967, L'esercito italiano nella Grande
Guerra, vol. IV/3, schizzo 3). Sia
fosgene che difosgene, attaccando le vie respiratorie, sono classificati
fra gli «aggressivi soffocanti» ed entrambi hanno un elevatissimo indice
di tossicità . Il difosgene ha il “vantaggio” di essere stabile a
contatto con il ferro e di poter perciò essere caricato direttamente sui
proiettili, come constatato nelle granate recuperate da IvanËiË,
mentre l'acido cianidrico «non lo si può impiegare allo stato liquido»
nelle bombe di ferro. (Izzo, op. cit.,
p. 52) Il difosgene inoltre «non è facilmente decomposto dall'acqua» (Id.,
p. 50), fattore quest'ultimo che gli attaccanti, visto l'ambiente fisico e
le condizioni atmosferiche in cui avrebbero dovuto impiegare il gas devono
aver tenuto ben presente. La
difenilcloroarsina, i cui proiettili erano contrassegnati dai tedeschi con
una croce blu, è classificata fra gli «aggressivi sternutatori», anche
se ha una sua intrinseca tossicità. È fortemente «stimolante delle
mucose del naso, della gola, degli occhi e delle vie respiratorie». Id., pag. 71. 3 Si riferisce a una fotocopia in suo possesso,
purtroppo senza indicazioni bibliografiche. 4 È una risposta a mie sollecitazioni relativamente
a quanto scritto da Giovani Comisso,
Giorni
di guerra, 3a edizione riveduta, Longanesi, Milano,
1960, p. 127) e da Mario Silvestri, 1984, Caporetto,
Una battaglia e un enigma, (Oscar Bestsellers, Mondadori, 1995),
p. 180, il quale, sulla base proprio dell'affermazione di Comisso
sull'odore tipico dell'acido cianidrico (mandorle amare), e di quelle di Weber,
(op. cit., pagine 380 e 383),
afferma che il gas lanciato a Plezzo non era fosgene bensì acido
cianidrico. L'acido cianidrico (o prussico) però, pur essendo uno dei
composti più tossici che si conoscano, se usato da solo «a motivo della
sua grande volatilità… ha dato in guerra scarsi risultati». (Izzo,
op. cit., p. 51) --------------
PS Ivo
Ivančič (1937, Plezzo/Bovec) è proprietario di una collezione-museo di
reperti bellici da lui raccolti sui campi di battaglia del settore
Rombon-Plezzo. Il suo museo è rimasto aperto al pubblico fino al
terremoto del 1998, quando l'edificio che l'ospitava venne gravemente
danneggiato. Attualmente (febbraio 2002) non è visitabile. -------------- © 1997. Dal libro Grande
Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto. |
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| Ultimo
aggiornamento
27/02/09
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