La presa di Gorizia

Due cronisti di guerra a confronto

9 agosto 1916: primo giorno di Gorizia italiana

 

di Luigi Barzini

(…) Si combatte con violenza ai fianchi, per allargare il varco della linea fortificata che ci tratteneva. Un bombardamento intenso batte il Monte Santo e il Monte Kuk, al nord, batte i rovesci del S. Michele e il Vallone di Doberdò, al sud.

E nel centro l'ondata copre del suo impeto la piana di Gorizia. I margini dell'avanzata tendono alle alture, dove la nuova resistenza austriaca si delinea.

Ma non cerchiamo di capire. È una giornata di stordimento e di ebbrezza. Lasciamoci trascinare da questa immane ondata di esultanza che passa. Ci sentiamo travolti come da una bufera di entusiasmo. È la gioventù, è la gloria, è l'avvenire d'Italia che passano in un'irruzione prodigiosa (…)

Sorpassiamo le vecchie posizioni piene di morti, varchiamo la soglia spaventosa che la fatalità aveva imposto alla nostra vittoria. Sulle trincee del Podgora, silenziose, dalle quali si domina tutto il nuovo campo di azione, due generali vanno lentamente lungo le creste, e guardano pensosi seguiti da qualche aiutante. Sono i soli esseri viventi sulle tragiche vette.

Passano fra i rottami, fra i cadaveri, in uno sparpagliamento di armi spezzate, di granate a mano, di indumenti calpestati che hanno l'aria morta anche essi, scavalcano grovigli di ferro, si fermano meditando come per ricostruire nel gesto dei caduti gli episodi supremi della lotta (…)

Le truppe che marciano ai piedi delle alture, dirette a Gorizia in lunghe file grigie e tortuose sul terreno spezzato da trincee e camminamenti, lungo la ferrovia dalle rotaie divelte e contorte, non immaginano che è il pensiero, è la volontà di quei due uomini il cui profilo si erge sulla vetta solitaria e insanguinata, che li muove. Sono il genio e la scienza della guerra, lassù, Cadorna e Porro. Se i soldati lo sapessero l'acclamazione sorgerebbe dalle loro masse.

 

L'alba gloriosa

 

Le truppe sono penetrate a Gorizia nella prima ora del giorno. I battaglioni che, conquistato il Podgora, si sono gettati ieri nel fiume passandolo a guado, si sono trincerati alle prime case dei sobborghi. Hanno sbarrato le strade con barricate di sassi, di carri, di travi, di botti. Soltanto qualche pattuglia si era portata più avanti, negli orti e nei giardini. Per tutta la notte è stato uno scoppiettìo di fucilate. Gli austriaci sparavano dalle finestre. Avevano sfondato i recinti, aperto dei varchi nelle pareti degli edifici, eretto parapetti ai crocicchi, per opporsi all'avanzata con una guerriglia di strada. Ma si trattava di poche forze di retroguardia. Il grosso dei nostri era trincerato ancora al di là del fiume, nel folto e antico bosco che fronteggia il villaggio di Grafenberg e che sembra un parco, di fronte al paese di Podgora.

L'avanzata è avvenuta all'alba. Da alcune case le ultime pattuglie austriache hanno tentato di difendersi. Brevi scaramucce hanno fatto echeggiare di fucilate le vie deserte. Qualche morto, pochi feriti: l'ultimo prezzo della conquista. Un rombo cupo è venuto dal ponte di ferro, quello della strada di Lucinico, l'unico rimasto intatto. Era la cavalleria che passava, al galoppo. È continuata a passare per qualche ora mentre l'artiglieria austriaca si svegliava e batteva il varco. Plotoni di carabinieri a cavallo irrompevano per le vie e per le piazze, occupavano gli edifici pubblici, stabilivano il primo servizio di sicurezza. Intanto la fanteria avanzava, attraversando a guado l'Isonzo mentre i pontieri lavoravano febbrilmente alla costruzione delle passerelle. Alle cinque del mattino, l'irradiazione delle avanguardie aveva attraversato la città.

I combattimenti riprendevano al di là. Gorizia pareva deserta. I grossi calibri austriaci cominciavano a percuoterla. Il ponte era bombardato, e sotto il fuoco l'avanzata continuava. E continua ancora. Questa è in poche parole la cronaca della presa.

Ed ora entriamo anche noi nella città conquistata. Il lettore ci segua pazientemente nel tumulto delle nostre impressioni alle quali non è possibile dare un ordine.

 

Passa l'artiglieria

 

La strada che da Lucinico va al villaggio di Podgora attraversa l'altissima banchina ferroviaria in un lungo sottopassaggio, oscuro, barricato con travi. Era un rifugio austriaco, una sede di comandi. Per qualche ora è un nostro quartiere generale e un posto di medicazione. È una galleria fantastica, ampia, ingombra di bottino, piena di casse, di armi. Delle lampade elettriche  spente pendono dalla travature, e si va nel buio, fiancheggiando strani edifici, casette di legno erette lì dentro come le stazioni sotterranee del Sempione. Passano dei feriti, si odono dei comandi, degli ufficiali si affollano intorno al generale che impartisce ordini, presso uno degli sbocchi, seduto a una tavola coperta di carte. Pare di essere in una miniera. Dei soldati gridano: Largo! Largo! e trascinano delle cose pesanti. Sono i cannoni presi al nemico. Improvvisamente il sole. Si sbocca nel villaggio.

L'ultimo bombardamento nostro lo ha devastato. Tutto è in rovina. Da ogni parte cadaveri austriaci giacciono nell'atteggiamento in cui sono caduti, con le loro granate a mano nel pugno. La resistenza è stata violenta e disperata. Vi sono ancora dei nemici dispersi che non si arrendono. Nei rifugi del Podgora, la cui torva cima ci sovrasta, in quei rifugi che aprono nella boscaglia stroncata la loro bocca nera di caverna, dei nuclei nemici sono rimasti intanati fino a poche ore fa.

Il vicino ponte della ferrovia, crollato in parte, sospende sulle macerie, fra i piloni rimasti, la centina delle rotaie intatte, sospese. Arrivano granate nemiche di tanto in tanto, e le schegge crepitano sui muri come una grandine sibilante. Degli avvisi in tedesco indicano i passaggi alle posizioni, grandi cartelli neri e bianchi, sinistri come le iscrizioni funerarie sulle porte delle chiese nei giorni di esequie: «Nach Gorizia». — Seguiamo il sentiero nel bosco che costeggia l'Isonzo, insieme alle truppe, i cui elmetti sporcati di fango oscillano nella marcia fra le fronde simili a ciottoli in moto. Il Genio ha creato una passerella attraverso il fiume. L'artiglieria nemica tempesta il greto. La fanteria passa a drappelli, di corsa.

Un fragore scrosciante di grosse granate ci sorprende, e uno spettacolo magnifico ci inchioda a metà della passerella. L'artiglieria italiana varca l'Isonzo sotto ad un diluvio di cannonate. Passa sul ponte di ferro. Il nemico vuol fermarla.

Enormi esplosioni sollevano gigantesche colonne d'acqua, eruzioni di pietre, la terra trema, pare di sentire la vampa dei colpi passare come un soffio ardente. Nuvole dense e vorticose annebbiano il greto, avvolgono il ponte. Quando il fumo si dissipa, la rigida trina di acciaio del ponte si disegna nera in una caligine grigia, e su di essa si rivedono le nostre batterie che passano impavide, tranquille, a piccolo trotto, sollevando la polvere della strada, con i postiglioni eretti sulle selle e i serventi rigidi sui sedili dei cassoni e dei pezzi. Raffiche di shrapnels empiono l'aria del loro lamento… Dio! un cavallo di testa è caduto! La fila dei cannoni si ferma, si accavalca! È un istante. Le tirelle sono tagliate, il cavallo morto nereggia per terra. Il passaggio continua.

 

Nella città redenta

 

Risaliamo il greto, ecco delle case rustiche, dei cascinali, dei frutteti, poi delle ville, delle strade: Gorizia. Tutto è chiuso, tutto è silenzioso, tutto è abbandonato. Si direbbe che la città fosse vuota da anni. Per le vie alberate cresce l'erba lungo i lati, ai piedi dei muri. Un gran silenzio. Qualche tetto è sfondato, qualche edificio è bruciato, i muri sono butterati da schegge. In certi giardini le piante e i fiori hanno invaso ogni spazio, hanno cancellato i viali, si affacciano da tutte le parti sulla strada, hanno occupato il posto che l'uomo si riservava fra loro, e un fiammeggiare di oleandri fioriti maschera delle finestre basse che da lunghi mesi nessuno ha più aperto.

Quasi tutte le case dalle quali è scomparsa ogni traccia di vita recente, portano dei nomi italiani alle targhette dei campanelli. Le ortiche mettono alle loro porte delle soglie verdi. Sono le case degli internati…

Una finestra a pian terreno è spalancata. Guardiamo dentro, c'è forse qualcuno. Nel mezzo della camera sono distesi dei cadaveri di soldati austriaci. Una motocicletta passa come un dardo in un crocicchio. Nell'afa ardente della giornata estiva scende dagli alberi polverosi un canto vasto e monotono di cicale. «Fermata del tram» —  dice un cartello che sporge, e ci accorgiamo solo allora che delle rotaie rugginose si distendono sotto la polvere fine della strada.

Gli edifici si fanno ampi, moderni, e si serrano allineando le loro finestre innumerevoli sulle facciate bianche. Siamo nel centro della città nuova, e qui la solitudine che l'Austria ci abbandona è più tragica, per tutto quello che parla della vita della folla, di movimento e di traffico. Vi è una non so quale costernazione… nei palazzi senza sguardo, nei negozi sulle cui porte la polvere si è posata a strati.  

Ad un tratto ci troviamo di fronte ad un caffè aperto, un elegante caffè pieno di ufficiali che si dissetano, serviti da un cameriere in giacca bianca. Al banco il padrone. Si bevono delle limonate eccellenti per pochi soldi. Gli austriaci potevano mancare anche di sapone, ma avevano limoni in abbondanza. Anche nelle trincee. E sono limoni nostri, passati per la Svizzera. Le casse portano impressa l'origine. «Boni itagliani!» — come dicono loro.

La prima cosa che ha rivissuto a Gorizia è stato il caffè. Si è aperto puntualmente alla mattina, appena si è estinta la fucileria nei sobborghi. Più avanti, nella città vecchia, oltre la piazza Grande, si sente una vita celata oltre i muri, una vita che aspetta nascosta, malsicura ancora. Qualche bimbo si mostra, delle donne spiano da dietro le persiane, sentendo un passo sulle pietre affocate della strada silenziosa. È il popolo più povero, quello che è rimasto del popolo dopo gl'internamenti e le coscrizioni. Domani le porte si apriranno e vi sarà un po' di folla per queste viuzze tortuose dell'antico quartiere veneziano, che si arrampicano sulla collina del Castello.

 

Dal Castello

 

Sul Castello gli austriaci tirano con i grossi calibri. Immaginano che serva da osservatorio. Le granate sembra che soffino sulla nostra testa tanto il loro urlo possente si spande con veemenza. Andiamo senza meta in questa lugubre solitudine piena di sole. La strada che porta al Castello diviene ad un tratto campestre, fiancheggia muri di orti, dai quali si affacciano le piante. La fucileria è vicina.

Si combatte lì sotto, al borgo S. Rocco e al borgo S. Pietro. Scaramucce di avanguardia. Non si vede nessuno giù per i vigneti dove la battaglia si riaccende. Degli edifici grandi e bianchi come caserme, una chiesa nuova, delle strade vuote, e intorno dei prati, dei giardini, dei filari d'alberi. Qualche pallottola arriva non si sa da dove, presso l'entrata massiccia della antica fortezza veneziana, sotto al cui arco una lapide di marmo, incisa in caratteri dorati e circondata da una corona di quercia, ricorda la morte avvenuta in quelle vicinanze, per una granata italiana durante la nostra offensiva di novembre, del comandante delle artiglierie, generale Körner.

Non più soldati, non più pattuglie, la solitudine lassù è assoluta, il borgo del Castello, oltre il portale, allinea le sue casette vecchie e nostrane, tutte a portici, in un silenzio di morte grave di spavento. Niente vive se non la battaglia invisibile e misteriosa, uno scoppiettio che sembra là, dietro i muri, qualche ronzìo e di tanto in tanto il rombo della granata austriaca che arriva, fragoroso e suonante come un rumore di treno e che muore nello scoppio formidabile. La terra sussulta. Si ode lo scroscio lungo di macerie che crollano, di tetti che si sfasciano, qualche casa muore, e una grandine fitta di schegge si sparpaglia sui muri e sulla strada  con sibili taglienti sollevando nembi di polvere.

Una porta si schiude, un bimbo di sette od otto anni, pallido ma tranquillo, si sporge, guarda, rimane un po' incerto, poi domanda: Sono granate austriache queste?

— Sì figliuolo, sono granate austriache.—

Con un gesto di rassegnazione si mette a sedere sulla soglia, fra rottami di tegole che la cannonata ha lanciato.

Si vedono lontano le posizioni espugnate, come il nemico le vedeva. Il loro profilo maledetto ci è così familiare che le riconosciamo tutte senza esitazione. Attirano il nostro sguardo, le contempliamo con una specie di rancore feroce. Il cannone tuona verso il Monte Santo, che ci domina tutto grigio e sassoso come il Sabotino. Sul San Michele continua la lotta accanitamente. Ma i colpi austriaci tempestano ora il declivio verso Gabrije e verso Cotici. Avanziamo. Il bombardamento dei ponti di Gorizia non ha sosta. Vuol dire che prosegue intenso il passaggio delle nostre forze. Quelle batterie nostre che abbiamo visto attraversare l'Isonzo sono già in azione. I loro shrapnels costellano la piana a levante di S. Andrea.

 

Gli uccellacci

 

Ridiscendiamo nella città. Passano ora dei battaglioni, ordinati e fieri, nelle grandi vie alberate. Sono moltitudini grigie che sfilano, irte di fucili, fra le case taciturne. Nell'ombra dei filari, squadroni di cavalleria si appiedano: i cavalli coperti di polvere e assetati sfrogiano mordendo le cortecce degli alberi, dei soldati sdraiati dormono fra le zampe delle loro cavalcature. Il vento caldo del meriggio fa sventolare le banderuole delle lance riunite in fasci, che danno un'impressione inattesa e pittoresca di antica guerra: La cavalleria torna dall'inseguimento. È lei che ha ripreso contatto col nemico e riacceso il combattimento. Ha fatto dei prigionieri.

Precedute e seguite da carabinieri a cavallo, le carovane dei prigionieri attraversano Gorizia. Qualcuno è stato preso in città. Ecco un aitante ufficiale austriaco con la sua ordinanza, che un soldatino conduce, trovato or ora in una casa. Ce ne debbono essere ancora molti, disposti a figurare come dei buoni borghesi di Gorizia, ardenti di italianità. Dobbiamo diffidare di tutti gli uomini atti alle armi che vedremo in giro.

Sui muri biancheggiano dei manifesti ufficiali, sormontati dall'aquila bicipite. Alcuni proclamano in quattro lingue l'infamia della nostra guerra. Altri stabiliscono delle regole per avere la “carta del pane” o del sapone o della carne. La carne costava dodici corone al chilo, il pane sessantasei centesimi, il lardo dodici corone. Un avviso avverte che chi prestasse aiuto ai prigionieri di guerra nel compimento della fuga verrebbe «punito con la morte mediante capestro». Da noi aiutare i prigionieri nel compimento della fuga è diventato uno sport.

Dei colpi precipitosi di mitragliatrice risuonano improvvisamente, vicini. Cos'è? Dove parano? Sembrano venire dall'alto, dal sereno. Vengono dall'alto. Due aeroplani austriaci volteggiano sulla città, bassissimi. Si vedono ad occhio nudo le loro croci nere sotto le loro ali, si distinguono gli aviatori. Sparano sulle truppe ammassate in certe vie. Non riescono a colpire, ma seguitano a lungo; girano, mitragliano, pare che in certi momenti si fermino quasi, la prora contro il vento. Poi si allontanano subitamente. Un Caproni è comparso e li insegue. Un altro sopraggiunge. È la caccia: le mitragliatrici martellano nello spazio. Tutti gli aeroplani si innalzano, si confondono nella luce, svaniscono nell'azzurro. Un rombare vago di motori scende dal cielo.

 

Passa la guerra

 

Il sole declina, il primo giorno italiano di Gorizia è alla fine. Sulle retrovie, in un polverone denso che il tramonto arrossa, tumultua un immenso movimento di veicoli, di uomini, di cavalli. L'avanzata della fronte propaga lontano il suo moto, trascina con sè quartieri generali, basi di rifornimento, stazioni di deposito, riserve, sposta tutto, attiva la circolazione dei servizi ed è tutta la vita dell'esercito che affluisce, che scorre, che palpita nelle arterie del paese. Le file sterminate dei carri, dei cassoni, dei camions, dei furgoni, di automobili, non hanno interruzioni, non hanno lacune, scorrono serrate come un rumore profondo fatto di scalpitii, di passi cadenzati, di rombi di motori, di fragori di ruote. E tutta questa attività prodigiosa ha qualche cosa di incorporeo nelle nebulosità del polverone, come in una nebbia opaca, in una folta caligine popolata di ombre agitate, nella quale tutto sembra sospeso, evanescente, indefinito, irreale. Per queste strade che fino a ieri il fuoco nemico interdiceva, fiancheggiate da rovine, si ha il senso definitivo dell'avanzata, dell'irrompere violento di una grande forza. Pare che tutto corra verso il cannone, che il tuonare della battaglia allontanandosi chiami a sè inesauribili energie, urgenti e piene.

È necessario riattraversare le posizioni abbandonate per rientrare nel vortice di questa vita. Si ripassa fra i morti che impugnano ancora il loro fucile, rimasti soli a combattere una battaglia silenziosa nell'ombra della sera, distesi come in agguato. Scrosciano incessantemente i colpi diretti al ponte. Fra un'esplosione e l'altra si sente venir su dalle rive cespugliose un vasto e tranquillo gracidare di rane.

 

 

(Dal Corriere della sera di sabato 12 agosto 1916 - Titolo originale: L'irrompente avanzata)  

 

Come penetrarono gli italiani a Gorizia

 

Titolo di un articolo non firmato apparso lunedì 14 agosto 1916 sul giornale austriaco di lingua italiana L'eco del Litorale

Un po' di storia

 

Le sorti di Gorizia — che resistette tenacemente più di 14 mesi ai furiosi attacchi del nemico — dipendevano unicamente dal possesso del colle che la sovrasta nella direzione di Podgora. Questo colle, che da un lato è molto ripido, si trova nella stessa linea di difesa che si allarga fino alla foce del Vipacco, a piè del Monte S. Michele. Gorizia si trovò perciò proprio nel mezzo della più diretta linea di fuoco. Bastava difatti rischiar di spingersi fino al giardino pubblico, per sentirsi fischiare intorno ogni sorta di proiettili. Più di 300 cannoni italiani di tutti i calibri — da 21, da 24 e da 28 cm. — vomitavano fuoco da S. Floriano e da Mossa. E tutte queste bocche di metallo erano dirette contro un settore di appena dieci chm. Un cannone ogni 30 metri! Qualche posizione fu colpita in un solo giorno da più di 1000 granate. Il centro di tutti gli attacchi erano sempre le cime di Podgora, di Oslavia e del Sabotino.

Comandante dell'armata all'Isonzo è il colonello generale S. BoroeviÊ di Bojna; difensore di Gorizia il tenente maresciallo Zeidler. Avversario del BoroeviÊ è il duca d'Aosta, il cui stato maggiore si trova a Cervignano. Il suo esercito si componeva dapprima di 4 corpi, che nelle ulteriori battaglie aumentarono a 7, con 17 divisioni di fanteria. L'armata del duca d'Aosta perdette durante questi 14 mesi circa 300.000 uomini. Incalcolabili perdite soffrirono i reggimenti di fanteria 45, 44, 1 e 2 (questi ultimi rinforzati con battaglioni di bersaglieri), nonché la brigata Pistoia con i reggimenti 35 e 36.

Terminata l'offensiva nel Tirolo [Strafexpedition, N.d.C.], mentre al fronte orientale aumentava l'attività del nemico, al duca d'Aosta fu concessa nuovamente quella libertà d'azione che prima aveva perduto. Rinforzato con altre truppe e con nuove batterie, iniziò il 7 luglio il bombardamento della testa di ponte, lanciando sulla stessa Gorizia granate del più grosso calibro. Al 24 luglio furono distrutte le fortificazioni di Lucinico, e il duello d'artiglieria continuò con maggior violenza - violenza che toccò il colmo tra il 30 luglio e il 4 agosto. Il 5 agosto il fuoco d'artiglieria fu diretto in pieno contro Gorizia, che cominciò ad ardere in molti punti.

 

Alla testa di ponte

 

Mentre la terza armata muoveva all'attacco di Doberdò, gli altri corpi italiani passarono appena il 6 d'agosto alle 4 del pomeriggio, dopo un ultimo furioso bombardamento, all'assalto generale in forti e fitte schiere contro le trincee letteralmente demolite dal continuo, intenso fuoco d'artiglieria. L'attacco si svolse su tutto il settore, dalle fortificazioni ad oriente di Lucinico fino al monte Sabotino. L'ala sinistra si componeva del reggimento di fanteria 78 della Toscana.

I reggimenti dalmati, croati e rumeni resistettero in campo scoperto per due giorni e due notti al nemico preponderante. Ogni parziale successo del nemico fu tosto sventato con energici contrattacchi. Più di 4000 italiani furono in questo incontro fatti prigionieri. Appena dopo due giorni di tali continue, aspre e selvagge lotte, le truppe tanto provate e ormai fisicamente esaurite, si ritirarono sulla sponda sinistra dell'Isonzo, dove sono già da tempo preparate le nuove posizioni.

 

I combattimenti degli ultimi giorni

 

Al principio della scorsa settimana, il fuoco di artiglieria italiana si era fatto estremamente violento. Il fuoco cominciò dal pianoro di Doberdò e si estese fino al Sabotino. Gli aviatori comunicarono già alcuni giorni prima che gli italiani avevano ammassato dappertutto un gran numero di cannoni e che specialmente i clivi vicino S. Floriano erano coperti di artiglieria. La posizione presso la testa di ponte era nella notte di domenica a lunedì addirittura sotto una pioggia di granate. 

 

Il ponte della morte

 

Specialmente cruenti e furiosi furono gli attacchi presso il ponte di Gorizia. Qui la mischia raggiunse il colmo della violenza. Questo ponte viene dagli italiani stessi chiamato il “ponte della morte”.

Il fuoco d'artiglieria continuò con crescente violenza tutto il giorno di lunedì. Questo giorno entrarono in azione, assieme ai cannoni da 10 e da 28 cm., anche i cannoni di marina e un nuovo tipo di obici [i] cui proiettili volano quasi senza rumore e che sono di grande effetto esplosivo. I nostri soldati sopportarono fermi tutta la giornata di lunedì questo fuoco veramente infernale.

 

Con la baionetta e con i calci di fucile

 

Quando la fanteria italiana passò infine all'attacco, i difensori uscirono risoluti dalle loro posizioni e si gettarono sugli italiani. Si viene tosto a una feroce mischia a corpo a corpo, che nessuna penna potrebbe descrivere. Gli italiani furono respinti dopo un'aspra e lunga lotta a colpi di baionetta e di calci di fucile. Appena respinto questo attacco, l'artiglieria nemica ricominciò il suo terribile fuoco. Tutti i ripari furono distrutti. Persino la linea telefonica, che univa la testa di ponte con il comandante supremo, venne più volte spezzata e ricostruita.

Il comandante delle truppe combattenti alla testa di ponte voleva ancora difendere le posizioni, quantunque queste non trovassero ormai alcun riparo. Intanto giunse l'ordine di ritirarsi sull'altra sponda.

La posizione venne abbandonata dagli intrepidi difensori alla prima luce del mattino. Gli ultimi a ritirarsi furono i pionieri. Alcuni minuti dopo, un terribile rimbombo mandava in aria il ponte. Il 9 d'agosto abbiamo lasciato Gorizia.

 

Gli italiani a Gorizia

 

Il 6 d'agosto pareva che il terribile uragano si fosse per un istante placato. Il fuoco d'artiglieria si faceva più raro e la gente cominciava a calmarsi. Da lontano si scorgeva un'immensa nube di fumo nero, che veniva da Salcano, ridotto ormai a un gran braciere e illuminato da alte fiamme. La gente ricordava con terrore i giorni passati, che avevano mutato tutto in polvere e in cenere. Nondimeno tutti si sforzavano a mantenersi calmi. Chi usciva poteva avanzare a stento. Qui un soldato morto, là il corpo insanguinato di una donna o di qualche fanciullo, e a destra e a sinistra i pianti e i gemiti dei feriti e dei moribondi. Dalle case uscivano colonne di fumo e lunghe, livide fiamme. Il dolore e il terrore di quell'ora suprema scoteva tutti; ma nessuno voleva credere che la bella, bianca e fiorita Gorizia non fosse più… Ma il peggio non era ancora avvenuto. 

Nel pomeriggio di quello stesso giorno attraversarono Gorizia numerose colonne di militari, cannoni, carri… Tutti si domandavano con terrore: “Che sarà”?  Ma i soldati, sempre calmi, sicuri e intrepidi, li calmavano. Il disordine e lo spavento aumentavano intanto di minuto in minuto. Ad un tratto si cominciano a udire sempre più forti e sempre più vicine le esplosioni. Le granate cadevano direttamente in città, e dove cadevano portavano morte e rovina. La gente fuggiva disordinatamente dalla città votata alla morte. Vari punti della città cominciarono ad ardere. Sempre più alte e più spesse si levavano le colonne di fumo, fino a coprire la città in un tetro e tragico crepuscolo. Intanto le esplosioni divenivano sempre più forti e più frequenti, e crescevano e si moltiplicavano gli urli e i gemiti dei fuggenti. Le ombre della notte calavano e le alte fiamme e le granate esplodenti illuminavano il passo alla gente che cercava di salvarsi, atterrita e mezzo ignuda. Ma non a tutti riuscì; poiché la morte li afferrò nella corsa. I cadaveri giacevano per tutte le vie e per tutte le piazze, ma nessuno se ne curava. Terribilmente ne furono colpite specie la piazza Travnik, il Rastello, la piazza S. Antonio e la via Drevini. 

Quanti restarono in quella notte ancora a Gorizia si domandavano con terrore quale sorte li attendesse domani. Tutti si aspettavano qualche cosa di peggio. E invero l'artiglieria italiana cominciò già di buon ora a gettare ferro e fuoco sulla povera città. La gente cercava di porsi in salvo, correndo verso Volciadraga. Molti rimasero però, a malgrado di tutto, ancora in città. Qualcuno si arrischiò persino a uscire sulla via, dove vide quanta distruzione e quanta morte avevano colpito gl'infelici abitanti. Cadaveri di uomini, di donne e di fanciulli si vedevano a mucchi dappertutto. I feriti chiamavano ancora aiuto. I soldati andavano di casa in casa e trascinavano fuori la gente per salvarla da sicura morte.

E non mancarono gli eroi che in mezzo al pericolo e al terrore di tutti, cercavano di salvare, o aiutando i feriti o isolando gli incendi. Anonimi pietosi eroi, che ci ricordano come il sentimento di solidarietà e di amore non è spento.

Ma Gorizia, il bianco giardino del sole e dei fiori, la città delle silenziose notti di sogni e dai colli sempreverdi, non è più che un mucchio di rovine. Ma noi non disperiamo del suo avvenire, e abbiamo ferma fede nella vittoria finale delle nostre aspirazioni e del nostro diritto.

 

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Dal libro di Camillo Pavan Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto (1997)

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Ultimo aggiornamento 12/01/09