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La
memoria autobiografica di Mario Lodesani — trascritta con passione e
rigore filologico dal nipote Enzo — ci accompagna passo dopo passo nei
primi mesi della Grande Guerra sul fronte italo-austriaco, segnati da
sanguinosi quanto inutili attacchi frontali. Dalla
“magnifica giornata di festa” trascorsa allegramente il 26 agosto 1915
nel campo di esercitazioni di Maserada alla partenza da Treviso tre giorni
più tardi “tra due ali di popolo che applaudiva”. Dall’attacco alle
trincee austriache in Comelico “in mezzo a grida selvagge e grida di
dolore dei poveri moribondi” fino all’attesa di un nuovo balzo in
avanti il 1° novembre dello stesso anno, nascosto, “da solo dietro un
sasso”, sulle pietraie del Sabotino fra “compagni che cadevano da
tutte le parti, chi feriti, chi sfracellati dalle artiglierie nemiche”. Una scrittura essenziale e priva di retorica. Un testo che si legge tutto d’un fiato. Una testimonianza di grande valore sulla terribile esperienza della guerra vissuta da un giovane di 21 anni, che morì combattendo, lasciando la moglie e un figlio non ancora nato. |
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La mia vita in tre mesi di guerra |
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Memorie
di Mario Lodesani (Modena 28.7.1895 – Fronte Isonzo 11.8.1916) |
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Era il 26 agosto 1915, una magnifica giornata di Festa che passai allegramente insieme a molti miei compagni di Campo di Maserada (presso Treviso). Alla
sera di questa giornata, mi avviai verso la mia tenda tutto contento di
essermi divertito durante il giorno. Passarano varie ore che finalmente
presi il sonno ma che purtroppo doveva durare poco. Difatti
non era una mezz’ora che dormivo, che mi sento chiamare tutto in fretta.
Era un mio intimo amico che mi avvisava a nome del Tenente di preparare
subito il mio zaino con tutto il corredo e tenermi pronto per la mat (Pagina 1) tina
di andare a Treviso al Deposito. Passai
tutto agitato quelle poche ore che restavano per far venire la mia triste
mattina e mi avvicinai verso la tenda del comando di compagnia. Là mi fù
dato l’avviso che ero stato sorteggiato per andare al Deposito e poi
proseguire per destinazione ignota. Naturalmente
immaginai che qualche cosa di poco bello mi aspettava. Difatti
feci la marcia di 23 chilometri che cè andare da Maserada a Treviso,
tutto sudato, e anche un po’ in allegria coi compagni per gettare via i
pensieri che mi invadeva la tesata. Arrivai
a Treviso alla mattina del 27 Agosto dopo sei ore di marcia con (Pagina
2) uno
zaino sulle spalle di ben 30 chili. Si mangiò un poco di carne e dopo fui chiamato con i miei compagni a raccolta nel cortile. Là mi fù dato i vestiti di panno, le galette, 2 scatole di carne, scarpe da montagna, coperta da campo e il corredo di lana. Dopo venne sera e si andò a fare un giro per città per far venire l’ora di andare a dormire in un po’ di paglia e attendere la mattina seguente. Passai la notte senza chiudere occhio e finalmente spuntò il giorno. Venne le 7 del mattino e fummo chiamati colle giberne vuote nel cortile. Un
ora dopo s’accompagnarono al Deposito delle munizioni e si fù
distribuito 9 pacchi di cartucce che do (Pagina
3) vevano
far crescere il peso dello zaino! Ritornai
al Deposito che ormai sapevo di sicuro di andare al fronte. Si passò la
giornata parlando di cose di tutte le qualità e venne l’ora di andare a
fare due passi per città che doveva essere l’ultimo. La
mattina seguente (cioè 29 agosto) si partì per Belluno tra due ali di
popolo che applaudiva al nostro passaggio.Dopo la partenza da Treviso,
si arrivò a Belluno verso le 11 del mattino alla caserma del 56 Regg. E
si mangiò alla meglio un po’ di carne in tutta fretta.Si aspetto le due
del pomeriggio e si partì di nuovo, ma a piedi e collo (Pagina
4) zaino
lardellato a guerra che pesava quasi 40 chili colle cartucce. Si
marciò due ore per delle ripide salite che i polmoni non si riempivano più. Si
fece zaino a terra e un piccolo riposo di mezz’ora, dopo si riprese la
marcia sempre più faticosa causa le dure salite. Finalmente si arrivò in
un piccolo paese sopra Belluno e alto già dal livello del mare 1000
metri. Si mangiò un poco di pasta e poi si mise a dormire sopra della paglia dentro in bellissimi locali di una scuola. Il giorno dopo ci fù dato riposo e lo passai abbastanza bene con molti compagni con mè sorteggiati e tutti di Modena. (Pagina
5) Venne
il 1° Settembre e arrivò un Maggiore, il quale si passò in rivista e si
dichiarò, che noi eravamo mandati là per fare alcuni giorni di
istruzione sopra ai monti, per essere dopo più franchi quando si era in
guerra. Si
fece questa istruzione, che mi fece sudare sangue e sputare i polmoni a
fare delle incursione sopra a dei monti che erano già coperti di un
po’di neve. Passaron
così dal 1° al 13 Settembre e fù sospesa questa istruzione, ma eravamo
sempre chiusi dentro in attesa di partire per la fronte del Cadore. Difatti
alla sera del giorno 14 venne l’ordine di partire il giorno seguente,
per Calalo. (Pagina
6) Di
nuovo si fece zaino in spalla e si andò alla stazione di Belluno dove si
attendeva il treno già pronto che doveva accompagnarci a Calalo
nell’alto Cadore. Si partì anche a Belluno applauditi da tutti e dopo
un lungo viaggio si arrivò a Calalzo alla sera del 15 che era già notte. In
questo paese, in mezzo ai monti si cercò da dormire non potendo fare le
tende, ma invano perché tutto era occupato da soldati di tutte le armi.
Allora con santa rassegnazione, si mettemmo lo zaino in spalla, e si andò
in cerca di un piccolo paese chiamato Tài sopra alla vetta di un alto
monte. In
questo paese ci si giunse alla (Pagina
7) Mezzanotte
e si trovò libero una casa con la paglia per dormire. Si entrò e si
gettammo tutti a terra stretti come le sardelle, ma si dormì lo stesso
come i ghiri dalla gran stanchezza. Alla
mattina del 17 suonò la sveglia alle 5 e si ritornò a Calalo per
mangiare un po’. Quando si ebbe mangiato si ripartì con un lunga marcia
verso il Confine. Si marciò su e giù tutto il giorno e verso sera si
fece àlt a S.Stefano di Cadore dove si piantò alla meglio le nostre case
di tenda. Si passò tutta la notte con un freddo del diavolo e alla
mattina a pancia vuota si riprese la marcia del giorno scorso. (Pagina
8) Si
marciò così fino alle ore 12 del giorno 18 e si fermammo a Segadigon al
comando della Divisione, e a mangiare un magro rancio. Si fù allora
aggregati alla compagnia combattenti e distribuiti ad ognuno i Pistoch che
servivano per le marce sulle alte montagne che dovevamo superare. Alla
mattina del giorno 19 Settembre si riprese la marcia per andare alle
nostre trincee di 2° linea. Quì
allora ho cominciato a sentire, e a vedere gli effetti della guerra. Strade
mulattiere che si salivano con l’aiuto del Pistoch, tutte devastate. Feriti,
ed ammalati sendevano le valli faticosamente per arrivare sulla (Pagina
9) strada
carozzabile che li attendeva gli automobili della Croce Rossa. Il rombo
del cannone. Ormai si sentiva prossimo, e le nostre grosse artiglierie
rompevano i timpani delle orecchie. Marciai
così, in mezzo a queste (prime) fino alla sera, e si arrivò morti dalla
stanchezza fino alle ultime nostre trincee. Là cominciai a sentire le prime fatiche corporali, col cominciare a dormire all’aria aperta con una coperta sopra le gambe, dopo la faticosa marcia del giorno. Ma dato la grande stanchezza mi addormentai lo stesso e profondamente come se fossi stato in un buon mate- (Pagina
10) rasso di lana. La mattina seguente mi svegliai con il rombo vicino del cannone, ma intirizzito e bagnato come un pulcino. Allora furono i miei primi patimenti e compiangevo quel poco di paglia che avevo a Treviso, (ma che allora mi lamentavo che dormivo male). Presi
il caffè appena fù giorno, e dopo venne a farci visita il Comandante
della mia nuova Compagnia. Si
mangiò più tardi il rangio e trovai molti Modenesi che erano là dal
principio della guerra. Passai tutto il giorno in sua compagnia e mi
diedero buoni consigli per la guerra di trincea, e in campo aperto. (Pagina
11) In
verità mi furono buoni consigli perché molte volte mi son salvato la
vita. Parlando così si mangiò il rangio della sera e poi, si ci sdraiò
per terra alla meglio come la sera scorsa. La
mattina seguente però, non fù come la prima. Mi svegliai col rombo del
cannone, e col crepitio delle mitragliatrici e dei fucili cosa che per mè
era nuova e in verità tremavo come una foglia al vento, dalla paura. Non
avevo tutti i torti perché era 20 giorni che avevo il fucile, e non
sapevo, quasi tenerlo in mano. (Pagina 12) |
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Tutto
questo non valeva niente perché ero già là come gli altri e bisognava
fare quello che comandavano senza amettere reclami. Basta
di questo, e ritorno sull’argomento di poc’anzi. La
mitraglia seguitava a crepitare, e il cannone a fare la sua strage..Tutto
questo voleva dire che qualche cosa succedeva nelle nostre trincee
avanzate. Difatti
non passò due ore che un ordine improvviso chiamava la mia compagnia in
aiuto alle altre che erano impegnate con il nemico che aveva tentato un
attacco alle nostre posizioni. (Pagina
13) Si
armò in tutta fretta i fucili, e si prese i viveri di riserva col
rimanente delle cartucce, e dopo circa una mezz’ora si arrivò in aiuto
delle altre compagnie. Cominciò
a fischiarmi le prime pallottole vicino alle orecchie, e giungermi i primi
lamenti dei feriti. Si
saltò con un sbalzo dentro alla nostra trincea ove occorreva aiuto, e si
cominciò a sparare a volontà contro il nemico che al nemico che tentava
avanzare con molte forze. Non essendo fuori in campo aperto, le nostre
perdite erano leggere, ma le nostre mitragliatrici (Pagina
14) mietevano
a decine le vittime austriache. Durò così per parecchie ore e finalmente
si ritirarono nelle sue trincee lasciando sul campo e sopra le rocce un
inmensa distesa di morti e feriti. Questa
fù la mia prima prova che ebbi in guerra. Passò
la notte e montai di guardia varie ore, avendo i tedeschi brutte
intenzioni anche dopo la bella pettinata. Senza nessun disturbo e neanche
venne vicino l’alba. Spuntava appena il giorno quando i nostri cannoni
cominciarono un infernale bombardamento, alle trincee e reticolati (Pagina
15) Tedeschi.
Durò così fino allo spuntare del sole e dopo diminuì un poco. In
questo momento di ripresa arrivò, un poco gradito ordine. Venne ordine di
uscire dalla nostra trincea, ed andare all’assalto della trincea nemica.
Mi credevo in questo momento di morir di paura a pensare al disastro e al
pericolo che mi toccava affrontare ad ogni costo. Ma non valeva la pena
pensarci perché se avessi rifiutato, era peggio per mè. Venne
finalmente l’ordine di gettarsi fuori, ed allora con sangue freddo
sbalzai fuori dal mio (Pagina
16) nascondiglio.
Si avvanzava a sbalzi di 100 metri e poi si gettava a terra, e si
nascondeva la testa diettro a dei sassi per ripararla dalle pallottole che
fischiavano a centinaia sopra al capo. Cominciarono allora i primi lamenti
dei feriti, e i morti sfracellati dall’artiglieria. Poveri
feriti che si muovessero erano già morti. Quelli che erano ancora vivi e
sani, fingevano come io, ad essere morti, e appena avessero osato muovere
una gamba erano fatti bersaglio delle mitragliatrici o da bomba a mano. Passai
così, varie ore senza neanche respirare dal gran paura (Pagina
17) e dopo cessarono un po’ la pioggia di piombo. Ma non andò a finire così perché un’ordine da lontano giungeva improvviso di inastare le baionette. Inastai tremolante la mia baionetta nuova che tagliava come un rasoio e stetti li a terra ancora per qualche tempo e poi un secondo ordine venne, per fare uno sbalzo in avanti di 100 metri. Non
fosse mai venuto questo momento, perché le mitragliatrici nemiche
cominciarono di nuovo a raddoppiare la sua violenza. Cominciarono allora a
cadermi a destra e a sinistra i miei amici, e i lamenti e le implorazioni
alle madri si sentivano (Pagina
18) a
centinaia. In questo fatale sbalzo restarono a centinaia le nostre
vittime. Fù
dato allora l’alt, e si gettammo di nuovo a terra riparandosi alla
meglio dietro ai sassi e a piccoli buchi fatti con le vanghette. In
questa posizione poco gradevole venne la sera, e uno strano spettacolo
cominciò ad affacciarsi ai miei occhi. Cominciò
una vera gara di fuochi artificiali di Bengala che nello stesso tempo era
un divertimento, in mezzo a quel tanto disastro. Naturalmente servivano
per illuminare la montagna e spiare ogni mossa che si faceva. Chi
osasse muoversi poteva dichiararsi ormai all’altro mondo, perché era
fatto (Pagina
19) bersaglio
da tanti fucili che lo fulminavano. Stando cos’, venne la notte
completa, e si cominciò di nuovo ad avanzare, ma strisciando perterra
come tanti serpenti. In mezzo all’oscurità si giunse sotto i suoi
reticolati, che ormai erano smantellati dalla nostra artiglieria e in
conseguenza si poteva dare l’assalto alla sua trincea. Di nuovo si fermò
e si stette li in aspettativa di nuovi rinforzi che erano già stati
chiamati, dato le perdite che avevamo avuto. Un
ora dopo si vide alla nostra sinistra 2Compagnie di Alpini anche loro
colle baionette inastate ai (Pagina
20) fucili.
A loro fù dato l’ordine di salire un monte vicino, per dopo attaccare
la trincee di fianco. Diffatti
come uccelli salirono l’alta vetta e piano cominciarono la scalata sopra
la trincea. Per mè era un momento di ansia e di paura che il mio cuore
non batteva più. Mancava pochi minuti e poi si doveva andare
all’assalto. Difatti il primo alpino che saltò in trincea gli fù
fracassato il cranio con un colpo di calcio di fucile. I suoi compagni
vedendo la sorte del loro amico sbalzarono come inviperiti nella trincea,
e allora cominciò un terribile macello. In questo momento fù dato ordine
anche a (Pagina
21) noi
di attaccare di fronte e fù fatto all’istante. Si sbalzò in piedi e si
piombò di sorpresa sul rimanente che non era impegnato con gli alpini. Anche
qui come dalla parte degli alpini fù subito una tremenda carneficina, in
mezzo a grida selvagge e grida di dolore dei poveri moribondi feriti dalla
terribile baionetta. Questa furiosa lotta durò per fortuna poco tempo,
perché i tedeschi si videro soprafatti dalle baionette, e ben presto
gettarono i fucili e chi poteva se la scappava giù nella vallata vicina.
Si fecero 43 prigionieri che erano scampati da quella sanguinosa lotta,
mentre (Pagina
22) |
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[pagg. 22-23 (cliccare per ingrandire)] |
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i
loro compagni giacevano giù l’uno sopra l’altro tutti maccellati
dalla terribile arma bianca. Erano in più di 800 prima che noi si
entrasse nella loro trincea e solo 43 si sono salvati, grazie a un
capitano degli Alpini che con stento a fatto lasciar le armi ai suoi
alpini che volevano vendicare il suo primo compagno, finendoli tutti colla
baionetta. Finito tutto ciò si raccolse i nostri numerosi feriti, e si
diede sepoltura a 400 nostri compagni caduti sotto la mitraglia nemica. Dopo
si fecero ritirare nella nostra trincea di seconda linea, e di lasciò là
nella trincea nemica occupata dagli alpini. (Pagina
23) Quando
fummo nella nostra trincea fù fatto un sorteggio per andare ad
accompagnare i 43 prigionieri in vicino paese ove era il commando
d’Armata. In
mezzo a questi sorteggiati ci fui anch’io e dopo avuto le istruzioni del
nostro capitano ci si mise in marcia colle baionette sui fucili facendo
scorta ai prigionieri. Dopo un’ora di marcia si fece un breve riposo per
mangiare un po’ di pane che era 2 giorni che non si cibava. Ad un
momento io lascio il mio posto per allontanarmi per un bisogno, depongo a
terra, fucile e tascapane. Ritornato dopo poco vado per mangiarre un po’
anch’io, ma con mia sorpresa non trovo la (Pagina
24) pagnotta
che tenevo da 2 giorni nel tascapane. Sorpreso di questa sparizione mi
rassegno e domando un po’ di pane ai miei compagni. Me la diedero e
insieme a loro mangiai una scatola di carne. Ad un tratto volsi l’occhio
al plotone prigionieri, e con mia grande sorpresa vidi uno dei prigionieri
che mangiava a doppia bocca una delle nostre pagnotte. Mi immaginai allora
che il mio pane l’aveva preso lui giacchè era anche vicino al posto ove
era la mia armatura. Allora ci domandai dove l’aveva , e mi segnò il
mio posto, scusandosi, in buon Italiano dell’atto. Ma lui mi disse che fù
spinto dalla gran fame che (Pagina
25) Teneva
da 3 giorni. Poi mi disse che
era di Ala e di fatti parlava benissimo come io l’Italiano. Disse anche
che era padre di 5 figli che aveva lasciati a casa quando fù costretto
dalle leggi tedesche di andare sotto le armi e combattere contro di noi. Mi
fece tale compassione, che dopo ci diedi anche una mezza scatola di carne
che se la mangiò con il resto della pagnotta. Poco
dopo ci si mise in marcia di nuovo, e dopo un’altra ora di marcia si
arrivò al comando. Consegnammo i prigionieri, e si arrivò al nostro
accampamento sotterraneo verso la sera stessa. (Pagina
26) La
mattina del 28 settembre dopo la levata del sole venne ordine di scendere
la vallata vicina ed accamparsi alla meglio con delle tane, come tanti
topi. Si passò 4 giorni in questa vallata e dopo si portarono più a
sinistra del monte ove era stato il combattimento 4 giorni scorsi. Qui
si ritornò a fare le solite tane, perché non si poteva piantare le
tende, e ci si stette un po’ in pace fino al 4 ottobre. La
mattina del 5 ottobre prima che spunti il sole, cominciò un bombardamento
infernale da tutte le parti, fino alle 8 circa del mattino. Intanto che la
nostra (Pagina
27) artiglieria
continuava a bombardare le posizioni nemiche, venne ordine di arrotolare
le mantelline, e preparare i viveri di riserva con la scorta di cartucce.
Fatto ciò, si cominciò si cominciò a strisciare per terra come tanti
serpenti, per giungere in una posizione più coperta di quella che si
trovavamo prima. Facendo quei pochi centinaia di metri così strisciando,
si arrivò fino alla posizione che si doveva occupare per stare almeno
riparati dalle pallottole delle mitragliatrici tedesche. Si
stette in questa posizio (Pagina
28) ne
varie ore, e poi giunse 2 Compagnie di Alpini per operare con noi. Giunti
questi ultimi, e messisi al sicuro sotto le rocce, cominciò di nuovo il
bombardamento infernale della nostra artiglieria. Intanto
che questa fulminava le linee nemiche venne ordine di avanzare, coi soliti
sbalzi di 100 o 50 metri secondo gli ostacoli che offriva il terreno per
nascondersi. Si
cominciò così ad avanzare di fianco alle due compagnie di alpini, con
sbalzi di corsa e strisciando, fino a poca distanza dai suoi reticolati.
Giunti ormai vicino alle trincee nemiche (Pagina
29) cessò
il fuoco la nostra artiglieria per non colpirsi noi. Cessato
questo bombardamento cominciò il suo, con piccoli cannoni che sparavano
azero, e che fulminavano senza pietà quanti ne colpiva. Ma non si stette
così per molto tempo, perché venne ordine di innestare le baionette e
tenersi pronti per l’assalto alla vicina posizione nemica. Appena furono
innestate tutte le 4000 baionette fù dato ordine di avanzare dai due
fianchi e il centro fermo essendo più avanti. (Pagina
30) Così
fù fatto dagli Alpini che erano alla mia sinistra, e da due Battaglioni
di fanteria che mi erano alla a destra. Portato
la linea di combattimento un po’ retta, un urlo selvaggio al grido di
(Savoia) si alzò tra quelle nevose vette e sfidando i pericoli più
grossi si sbalzò in piedi e in un attimo fummo tutti impegnati a un
terribile corpo a corpo con gli ostinati nemici. Non
posso descrivere la tremenda carneficina che avvenne in quell’attimo e
che per fortuna durò poco. Come
nel precedente combattimento, vi fù un tremendo maccello, che (Pagina
31) la trincea nemica era ricolma di cadaveri deformati dai tiri dei nostri cannoni. Lamenti e implorazioni alle madri lontani, ai figli e alle mogli che facevano piangere il cuore più duro. I nostri feriti chiamavamo da ogni parte il soccorso, ma quanto ne soccombettero dato la posizione così difficile che non si poteva raccoglierli subito per curarli. Pian piano si inoltrava la notte, e sempre crescevano le lamentevoli voci di implorazione che venivano dai poveri feriti che erano abbandonati al suolo, e in mezzo al freddo. Inoltratasi la notte completamente, i rispettivi comandanti delle (Pagina
32) Compagnie
diedero ordine di andare a raccogliere i nostri feriti che ancora
giacevano per terra dissanguati e arsi dalla sete. Fù
fatto subito per pietà dei nostri poveri compagni, e col Cappellano in
testa si mettemmo al lavoro di pietà. Non so quanti ne perirono causa le
grosse ferite e la grande perdita di sangue. In poche ore si raccolse si
raccolse alcune centinaia di feriti e si diede sepoltura a più di 150
morti. Fatta
questa triste missione si mangiò qualche cosa, e si ritirammo nei nostri
nascondigli di seconda linea. (Pagina
33) Venne
il giorno 7 ottobre, che lo passai tranquillamente coi miei compagni
dentro alla mia tana e a leggere le lettere che mi era arrivata da casa.
Stando sempre così venne il giorno 10 ottobre che fù dato ordine di
guastar le tane, e preparare il zaino. Di
notte tempo per non essere sorpresi dal nemico, si cominciò la marcia su
e giù per la Vallata, e dopo quasi otto ore di cammino si giunse alla
posizione nuova che ci fù assegnata che era quasi giorno. Sui fece
nuovamente le nostre solite tane (Pagina 34) |
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e
mentre ci fù dato un po’ di caffè con Marsala. In questo giorno ci fù
dato riposo, e il giorno seguente era già preso i provvedimenti. Difatti
il giorno 12 Ottobre si cominciò di notte andare a lavorare per fare una
strada per l’artiglieria, che conduceva al sanguinoso Monte Cavallino.
Così come nella prima sera durò fino il giorno 20 Ottobre che ci fù
dato il cambio dal 69° Fanteria. La
mattina del 21 Ottobre si guastò nuovamente le nostre tane, e ci si mise
in marcia per andare dopo tanto tempo (Pagina
35) in
riposo. Si marciò tutto il giorno e un po’ della notte, e finalmente si
giunse in un paese chiamato Mare di Cadore. In questo piccolo paese si
pass0’ alcuni giorni in pace, e poi venne un ordine di proseguire per
ignota destinazione. Allora si cominciò a dire che si andava in Albania e
tante altre cose. Difatti
si mettemmo nuovamente in marcia la mattina del 24 Ottobre e dopo aver
camminato tutto il giorno per strade pessime, si giunse alla sera a Cogne
di Cadore ove si mangiò il rangio e si piantò la tenda per riposare alla
notte. (Pagina
36) Si
dormì come al solito sopra la terra ancor bagnata, e alla mattina si
proseguì la nostra marcia. Alla
sera del 25 Ottobre si giunse stanchissimi dopo aver fatto 60 chilometri
in due giorni, a Vallesella ove fummo ricoverati in stalla fatta con
tavole di legno, ma mi sembrava di essere un principe avere un po’ di
paglia. In
questo caro paesetto alpestre non ci si restò a lungo, perché la mattina
27 Ottobre fummo accompagnati alla stazione per andare chi sa dove. Si
viaggiò col treno tutto la (Pagina
37) giornata,
e alla sera alle 22 si giunse a Treviso che il treno si fermò 22 ore.
Non posso descrivere lo spettacolo che offriva la stazione e la
città a vedere tutti quei soldatiche ognuno era parente, fratello, o
marito di quel popolo che piangeva dalla consolazione a vedere i suoi cari
dopo 6 mesi di guerra. Anch’io
si partì di nuovo, mi sembrava di abbandonare la mia città natale perché
ormai sapevo che sorte mi stava toccando tra pochi giorni. Si partì tra
le lacrime e i pianti di tante mogli di tanti figli e madri, e alla mezza (Pagina
38) Notte
si giunse a S.Giovanni di Manzano ultimo paese al nostro confine. Stanchi
e affamati si fece le tende e subito si addormentammo. Come
negli altri posti non ci lasciarono neanche qui perché la sera del 29
Ottobre venne ordine di andare a rinforzare Regg e la brigata. Fù fatto e
man mano si avanzava si sentiva il rombo del cannone più prossimo, e
sempre più indiavolato che sembrava l’inferno. Dopo
quasi tutta la notte di continuo cammino in mezzo al fango fino al
ginocchio, si giunse, fino (Pagina
39) al
trincerone del monte Sabotino, ove si mangiò un po’ formaggio, e carne,
e un riposo di poco tempo. Non era una mezz’ora che si stava sdraiati a
terra che una grande scarica di fucileria accolse il 1° e il 2°
battaglione del mio Regg. Che stava avanzando a sbalzi mentre faceva
ancora un po’ notte. Cominciarono
a cadere i primi morti e feriti, ma giunsero ai posti ove era stato
assegnato loro. Cominciò
a spuntare l’alba, ed ad un tratto si udì (Pagina
40) Un
grosso colpo da cannone da 280. Ben presto ne seguirono molti altri, e in pochi minuti cominciò il bombardamento generale alle 2 linee di trincee nemiche. Si
vedeva il terreno che sembrava un vulcano, le trincee austriache
sconvolte, e qualche suoi paletot colle teste andare per l’aria. In
pochi minuti ero diventato inebetito dalla potenza, e dal fracasso dei
nostri cannoni, che ormai non capivo più niente, e non conoscevo quasi più
i miei quattro fedeli compagni. (Pagina
41) Durò
così fino alle ore 9 del 31 ottobre, e poi venne ordine al nostro Batt.
Di portarsi in prima linea al centro perché era stato sfondato dal
nemico. Fù
fatto, e pian piano si cominciò a salire la dura vetta che conduceva alle
linee nemiche. Ogni
sbalzo che si faceva in avanti, erano compagni che cadevano da tutte le
parti, chi feriti, chi sfracellati dalle artiglierie nemiche, e si
sentivano lamenti imploranti aiuto che uscivano dalle bocche di tanti
poveri feriti incapaci di muoversi. Continuando
ad avanzare in questo modo, si arrivò a raggiungere (Pagina
42) Il
Regg. Ma non si giunse nemmeno in metà, perché troppi ne rimasero feriti
o morti. Quando fui in prima linea avevo perduto tutti i miei compagni e una strana paura cominciò ad invadermi la testa essendo restato solo in così poco tempo e pensavo che qualche cosa mi fosse successo nessuno mi avrebbe soccorso. Ma inutile fù il pensarci e mi misi tutto impaurito nascosto dietro un grosso sasso, e ormai di seguire la sorte che mi toccava. Come
tanti fulmini, cominciò a tuonare i cannoni austriaci, e crepitare le
mitragliatrici che mietevano a centinaia le vittime tra il mio Regg. (Pagina
43) E
le granate dei cannoni sfracellavano mucchi di soldati che li riduceva
irriconoscibili. Ad
un tratto, in mezzo a quel tuonare di cannoni e sotto un temporale che
gettava acqua a catini, si sentì un squillo tromba echeggiare per quel
monte così pauroso, era il segnale di “avanti” ordinato dal comando
di Brigata. Allora
si fece sentire la voce del nostro Maggiore, che con furia, e chiamandoci
vigliacchi diceva di inastare la baionetta, e andare avanti che non
c’era pericolo. Non
aveva nemmeno detto quelle parole offensive, che un (Pagina
44) Proiettile
nemico lo colpì in petto, e che lo ridusse in un mucchio di carne che si
dovette raccogliere con un telo da tenda. Nonostante questo si dovette
andare avanti lo stesso, al comando del mio buon Capitano ma non si fece
nemmeno un passo che una scarica di mitragliatrice atterrò una buona
parte del mio Battaglione. Ormai vi era ordine di avanzare ad ogni costo e
si dovette con molti sacrifici portarsi sotto i reticolati nemici. Giuntovi
in meno della metà si cercò riparo dentro nelle buche delle granate e
dietro ai sassi almeno per ripararsi dalle bombe (Pagina
45) a
mano e dal fucile. Ma nemmeno in questa posizione si doveva restare perché
pretendevano di farsi andare a espugnare la trincea nemica col grido di
Savoia. I
più sfortunati che erano vicino agli ufficiali tentarono di lanciarsi
all’assalto, ma non furono nemmeno in piedi che una palla li colpiva in
petto o che gli fracassava la testa. Vedendo
così, i nostri comandanti non diedero più ordine di andare e si fecero
restare dentro quei buchi fino a sera e (Pagina
46) che
pioveva a dirotto senza niente da mangiare. Quando
venne completamente notte, col favore
dell’oscurità si potè ritirarsi piano piano nella nostra prima
linea di trincea, e trovarvi un po’ di tranquillità e riposarsi alla
meglio sopra un sasso. Nel
silenzio della notte si sentiva qualche lamento di un povero ferito che
chiamava soccorso, e un po’ di acqua, e poi altri che colla voce fioca
imploravano la madre i figli, e pian piano tacevano e si capiva che erano
i suoi ultimi lamenti. Ma
sebbene piovesse con quan (Pagina
47) to
ne potesse, mi addormentai in mezzo al fango dalla gran stanchezza e dormì
senza mangiare tutta la notte. Mi
svegliai alla mattina del giorno di tutti i Santi colla voce del nostro
Generale che piangeva come un bambino aq vedere la gran quantità di morti
che erano sul terreno, e diceva che la colpa non era sua, e che purtroppo
bisognava tentare di nuovo di poter prendere ad ogni costo la trincea
nemica senza badare alle perdite. Si consigliava colle buone di mettersi
pronti per le 9 andare con spirito all’assalto (Pagina
48) Mentre
aspettavo l’ora del supplizio trovai un mio amico, che mi diede un po’
di gallette e di carne che con molto appetito ho mangiato, e poi si
mettemmo a parlare di quello che sarebbe successo tra poco tempo. Parlando
così, mi volle dare per forza il suo indirizzo di casa e si raccomandava
a mè, se per caso fosse restato ucciso, di mandare a casa tutta la sua
roba che teneva in tasca, ed io le volli dare il mio e mi raccomandai a
lui quello che mi aveva raccomandato a mé. Finalmente si sentì il segnale di avanti, e gli ufficiali diedero ordine di inastare le baionette e saltar fuori dalla trincea. (Pagina
49) Ormai rassegnato, faccio il primo passo fuori, ma mi fermo per fare un avvertenza al mio compagno che si era alzato per uscire in mia compagnia. Non feci nemmeno in tempo aprire bocca per dirgli che ritardasse a venir fuori che lo vedo già steso a terra che non si muoveva più. Lo chiamai varie volte per nome, ma fù inutile perché una fucilata gli aveva preso nel basso ventre che lo fece rimanere secco a terra. Vedendo
che non mi rispondeva più sbalzai avanti, in mezzo a fischi delle
pallottole dei fucili che mi passavano vicino le (Pagina
50) orecchie,
e mi nascosi da solo dietro un sasso. Non vedendo questa posizione sicura
feci un altro sbalzo in avanti e andai a finire dentro a un grosso buco di
granate con altri due soldati. (Pagina
51) |
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Mario Lodesani (cliccare per ingrandire) |
Nota del nipote Enzo Lodesani Mio
nonno Mario nacque a Modena il 28 luglio 1895. Nella vita civile era
dipendente di una tipografia e, ovviamente, sapeva leggere e scrivere.
Congedato dal servizio militare nel 1914, fu richiamato alle armi il 1
giugno 1915, nel 55° Reggimento di Fanteria. Nella
stagione invernale 1915/1916 subì un principio di congelamento ai piedi e
trascorse un periodo di convalescenza a casa di cui non è nota la durata.
Il 4 maggio 1916 (a Modena per una licenza o per convalescenza) sposò
Ascari Ernesta. Il
periodo di permanenza a casa per licenza/convalescenza — in base ai
racconti della nonna, alla data di matrimonio, e a quella di nascita di
mio padre — deve essere stato abbastanza lungo. Di certo il diario fu
scritto in quell’occasione. Dalle
lettere scritte dal fronte si ricava che dopo le nozze ritornò al reparto
(tra il 4 e il 20 maggio 1916) e dal 6 giugno 1916 fu assegnato al 115°
Reggimento di Fanteria, 12a Compagnia . Alla
fine del mese di luglio è sul Monte Sabotino e partecipa alla battaglia
per la sua conquista. Il giorno 8 agosto viene ferito all'addome da un
proiettile di fucile ed è ricoverato nell'ospedale da campo n° 106. Dopo
tre giorni di agonia muore, l'11 agosto 1916. Lasciò la giovane moglie in attesa di un figlio. Mia nonna, oltre al marito, perse in guerra anche il fratello. © 2003, Enzo Lodesani e Camillo Pavan |
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| Ultimo
aggiornamento
12/01/09
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