La memoria autobiografica di Mario Lodesani — trascritta con passione e rigore filologico dal nipote Enzo — ci accompagna passo dopo passo nei primi mesi della Grande Guerra sul fronte italo-austriaco, segnati da sanguinosi quanto inutili attacchi frontali.

Dalla “magnifica giornata di festa” trascorsa allegramente il 26 agosto 1915 nel campo di esercitazioni di Maserada alla partenza da Treviso tre giorni più tardi “tra due ali di popolo che applaudiva”. Dall’attacco alle trincee austriache in Comelico “in mezzo a grida selvagge e grida di dolore dei poveri moribondi” fino all’attesa di un nuovo balzo in avanti il 1° novembre dello stesso anno, nascosto, “da solo dietro un sasso”, sulle pietraie del Sabotino fra “compagni che cadevano da tutte le parti, chi feriti, chi sfracellati dalle artiglierie nemiche”.

Una scrittura essenziale e priva di retorica. Un testo che si legge tutto d’un fiato. Una testimonianza di grande valore sulla terribile esperienza della guerra vissuta da un giovane di 21 anni, che morì combattendo, lasciando la moglie e un figlio non ancora nato.

La mia vita

in tre mesi di guerra

 

Memorie di Mario Lodesani (Modena 28.7.1895 – Fronte Isonzo 11.8.1916)

Era il 26 agosto 1915, una magnifica giornata di Festa che passai allegramente insieme a molti miei compagni di Campo di Maserada (presso Treviso).  

Alla sera di questa giornata, mi avviai verso la mia tenda tutto contento di essermi divertito durante il giorno. Passarano varie ore che finalmente presi il sonno ma che purtroppo doveva durare poco.

Difatti non era una mezz’ora che dormivo, che mi sento chiamare tutto in fretta. Era un mio intimo amico che mi avvisava a nome del Tenente di preparare subito il mio zaino con tutto il corredo e tenermi pronto per la mat

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tina  di andare a Treviso al Deposito.

Passai tutto agitato quelle poche ore che restavano per far venire la mia triste mattina e mi avvicinai verso la tenda del comando di compagnia. Là mi fù dato l’avviso che ero stato sorteggiato per andare al Deposito e poi proseguire per destinazione ignota.

Naturalmente immaginai che qualche cosa di poco bello mi aspettava.

Difatti feci la marcia di 23 chilometri che cè andare da Maserada a Treviso, tutto sudato, e anche un po’ in allegria coi compagni per gettare via i pensieri che mi invadeva la tesata.

Arrivai a Treviso alla mattina del 27 Agosto dopo sei ore di marcia con

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uno zaino sulle spalle di ben 30 chili.

Si mangiò un poco di carne e dopo fui chiamato con i miei compagni a raccolta nel cortile. Là mi fù dato i vestiti di panno, le galette, 2 scatole di carne, scarpe da montagna, coperta da campo e il corredo di lana. Dopo venne sera e si andò a fare un giro per città per far venire l’ora di andare a dormire in un po’ di paglia e attendere la mattina seguente. Passai la notte senza chiudere occhio e finalmente spuntò il giorno. Venne le 7 del mattino e fummo chiamati colle giberne vuote nel cortile.

Un ora dopo s’accompagnarono al Deposito delle munizioni e si fù distribuito 9 pacchi di cartucce che do

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vevano far crescere il peso dello zaino!

Ritornai al Deposito che ormai sapevo di sicuro di andare al fronte. Si passò la giornata parlando di cose di tutte le qualità e venne l’ora di andare a fare due passi per città che doveva essere l’ultimo.

La mattina seguente (cioè 29 agosto) si partì per Belluno tra due ali di popolo che applaudiva al nostro passaggio.Dopo la partenza da Treviso, si arrivò a Belluno verso le 11 del mattino alla caserma del 56 Regg. E si mangiò alla meglio un po’ di carne in tutta fretta.Si aspetto le due del pomeriggio e si partì di nuovo, ma a piedi e collo

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zaino lardellato a guerra che pesava quasi 40 chili colle cartucce.

Si marciò due ore per delle ripide salite che i polmoni non si riempivano più.

Si fece zaino a terra e un piccolo riposo di mezz’ora, dopo si riprese la marcia sempre più faticosa causa le dure salite. Finalmente si arrivò in un piccolo paese sopra Belluno e alto già dal livello del mare 1000 metri.

Si mangiò un poco di pasta e poi si mise a dormire sopra della paglia dentro in bellissimi locali di una scuola.

Il giorno dopo ci fù dato riposo e lo passai abbastanza bene con molti compagni con mè sorteggiati e tutti di Modena.

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Venne il 1° Settembre e arrivò un Maggiore, il quale si passò in rivista e si dichiarò, che noi eravamo mandati là per fare alcuni giorni di istruzione sopra ai monti, per essere dopo più franchi quando si era in guerra.

Si fece questa istruzione, che mi fece sudare sangue e sputare i polmoni a fare delle incursione sopra a dei monti che erano già coperti di un po’di neve.

Passaron così dal 1° al 13 Settembre e fù sospesa questa istruzione, ma eravamo sempre chiusi dentro in attesa di partire per la fronte del Cadore.

Difatti alla sera del giorno 14 venne l’ordine di partire il giorno seguente, per Calalo.

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Di nuovo si fece zaino in spalla e si andò alla stazione di Belluno dove si attendeva il treno già pronto che doveva accompagnarci a Calalo nell’alto Cadore. Si partì anche a Belluno applauditi da tutti e dopo un lungo viaggio si arrivò a Calalzo alla sera del 15 che era già notte.

In questo paese, in mezzo ai monti si cercò da dormire non potendo fare le tende, ma invano perché tutto era occupato da soldati di tutte le armi. Allora con santa rassegnazione, si mettemmo lo zaino in spalla, e si andò in cerca di un piccolo paese chiamato Tài sopra alla vetta di un alto monte.

In questo paese ci si giunse alla

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Mezzanotte e si trovò libero una casa con la paglia per dormire. Si entrò e si gettammo tutti a terra stretti come le sardelle, ma si dormì lo stesso come i ghiri dalla gran stanchezza.

Alla mattina del 17 suonò la sveglia alle 5 e si ritornò a Calalo per mangiare un po’. Quando si ebbe mangiato si ripartì con un lunga marcia verso il Confine. Si marciò su e giù tutto il giorno e verso sera si fece àlt a S.Stefano di Cadore dove si piantò alla meglio le nostre case di tenda. Si passò tutta la notte con un freddo del diavolo e alla mattina a pancia vuota si riprese la marcia del giorno scorso.

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Si marciò così fino alle ore 12 del giorno 18 e si fermammo a Segadigon al comando della Divisione, e a mangiare un magro rancio. Si fù allora aggregati alla compagnia combattenti e distribuiti ad ognuno i Pistoch che servivano per le marce sulle alte montagne che dovevamo superare.

Alla mattina del giorno 19 Settembre si riprese la marcia per andare alle nostre trincee di 2° linea.

Quì allora ho cominciato a sentire, e a vedere gli effetti della guerra.

Strade mulattiere che si salivano con l’aiuto del Pistoch, tutte devastate.

Feriti, ed ammalati sendevano le valli faticosamente per arrivare sulla

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strada carozzabile che li attendeva gli automobili della Croce Rossa. Il rombo del cannone. Ormai si sentiva prossimo, e le nostre grosse artiglierie rompevano i timpani delle orecchie.

 

Marciai così, in mezzo a queste (prime) fino alla sera, e si arrivò morti dalla stanchezza fino alle ultime nostre trincee.

 

Là cominciai a sentire le prime fatiche corporali, col cominciare a dormire all’aria aperta con una coperta sopra le gambe, dopo la faticosa marcia del giorno. Ma dato la grande stanchezza mi addormentai lo stesso e profondamente come se fossi stato in un buon mate-

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rasso di lana. La mattina seguente mi svegliai con il rombo vicino del cannone, ma intirizzito e bagnato come un pulcino. Allora furono i miei primi patimenti e compiangevo quel poco di paglia che avevo a Treviso, (ma che allora mi lamentavo che dormivo male).

Presi il caffè appena fù giorno, e dopo venne a farci visita il Comandante della mia nuova Compagnia.

Si mangiò più tardi il rangio e trovai molti Modenesi che erano là dal principio della guerra. Passai tutto il giorno in sua compagnia e mi diedero buoni consigli per la guerra di trincea, e in campo aperto.

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In verità mi furono buoni consigli perché molte volte mi son salvato la vita. Parlando così si mangiò il rangio della sera e poi, si ci sdraiò per terra alla meglio come la sera scorsa.

La mattina seguente però, non fù come la prima. Mi svegliai col rombo del cannone, e col crepitio delle mitragliatrici e dei fucili cosa che per mè era nuova e in verità tremavo come una foglia al vento, dalla paura.

Non avevo tutti i torti perché era 20 giorni che avevo il fucile, e non sapevo, quasi tenerlo in mano.

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Tutto questo non valeva niente perché ero già là come gli altri e bisognava fare quello che comandavano senza amettere reclami.

Basta di questo, e ritorno sull’argomento di poc’anzi.

La mitraglia seguitava a crepitare, e il cannone a fare la sua strage..Tutto questo voleva dire che qualche cosa succedeva nelle nostre trincee avanzate.

Difatti non passò due ore che un ordine improvviso chiamava la mia compagnia in aiuto alle altre che erano impegnate con il nemico che aveva tentato un attacco alle nostre posizioni.

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Si armò in tutta fretta i fucili, e si prese i viveri di riserva col rimanente delle cartucce, e dopo circa una mezz’ora si arrivò in aiuto delle altre compagnie.

Cominciò a fischiarmi le prime pallottole vicino alle orecchie, e giungermi i primi lamenti dei feriti.

Si saltò con un sbalzo dentro alla nostra trincea ove occorreva aiuto, e si cominciò a sparare a volontà contro il nemico che al nemico che tentava avanzare con molte forze. Non essendo fuori in campo aperto, le nostre perdite erano leggere, ma le nostre mitragliatrici

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mietevano a decine le vittime austriache. Durò così per parecchie ore e finalmente si ritirarono nelle sue trincee lasciando sul campo e sopra le rocce un inmensa distesa di morti e feriti.

Questa fù la mia prima prova che ebbi in guerra.

Passò la notte e montai di guardia varie ore, avendo i tedeschi brutte intenzioni anche dopo la bella pettinata. Senza nessun disturbo e neanche venne vicino l’alba. Spuntava appena il giorno quando i nostri cannoni cominciarono un infernale bombardamento, alle trincee e reticolati

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Tedeschi. Durò così fino allo spuntare del sole e dopo diminuì un poco.

In questo momento di ripresa arrivò, un poco gradito ordine. Venne ordine di uscire dalla nostra trincea, ed andare all’assalto della trincea nemica. Mi credevo in questo momento di morir di paura a pensare al disastro e al pericolo che mi toccava affrontare ad ogni costo. Ma non valeva la pena pensarci perché se avessi rifiutato, era peggio per mè.

Venne finalmente l’ordine di gettarsi fuori, ed allora con sangue freddo sbalzai fuori dal mio

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nascondiglio. Si avvanzava a sbalzi di 100 metri e poi si gettava a terra, e si nascondeva la testa diettro a dei sassi per ripararla dalle pallottole che fischiavano a centinaia sopra al capo. Cominciarono allora i primi lamenti dei feriti, e i morti sfracellati dall’artiglieria.

Poveri feriti che si muovessero erano già morti. Quelli che erano ancora vivi e sani, fingevano come io, ad essere morti, e appena avessero osato muovere una gamba erano fatti bersaglio delle mitragliatrici o da bomba a mano.

Passai così, varie ore senza neanche respirare dal gran paura

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e dopo cessarono un po’ la pioggia di piombo. Ma non andò a finire così perché un’ordine da lontano giungeva improvviso di inastare le baionette. Inastai tremolante la mia baionetta nuova che tagliava come un rasoio e stetti li a terra ancora per qualche tempo e poi un secondo ordine venne, per fare uno sbalzo in avanti di 100 metri.

Non fosse mai venuto questo momento, perché le mitragliatrici nemiche cominciarono di nuovo a raddoppiare la sua violenza. Cominciarono allora a cadermi a destra e a sinistra i miei amici, e i lamenti e le implorazioni alle madri si sentivano

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a centinaia. In questo fatale sbalzo restarono a centinaia le nostre vittime.

Fù dato allora l’alt, e si gettammo di nuovo a terra riparandosi alla meglio dietro ai sassi e a piccoli buchi fatti con le vanghette.

In questa posizione poco gradevole venne la sera, e uno strano spettacolo cominciò ad affacciarsi ai miei occhi.

Cominciò una vera gara di fuochi artificiali di Bengala che nello stesso tempo era un divertimento, in mezzo a quel tanto disastro. Naturalmente servivano per illuminare la montagna e spiare ogni mossa che si faceva.

Chi osasse muoversi poteva dichiararsi ormai all’altro mondo, perché era fatto

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bersaglio da tanti fucili che lo fulminavano. Stando cos’, venne la notte completa, e si cominciò di nuovo ad avanzare, ma strisciando perterra come tanti serpenti. In mezzo all’oscurità si giunse sotto i suoi reticolati, che ormai erano smantellati dalla nostra artiglieria e in conseguenza si poteva dare l’assalto alla sua trincea. Di nuovo si fermò e si stette li in aspettativa di nuovi rinforzi che erano già stati chiamati, dato le perdite che avevamo avuto.

Un ora dopo si vide alla nostra sinistra 2Compagnie di Alpini anche loro colle baionette inastate ai

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fucili. A loro fù dato l’ordine di salire un monte vicino, per dopo attaccare la trincee di fianco.

Diffatti come uccelli salirono l’alta vetta e piano cominciarono la scalata sopra la trincea. Per mè era un momento di ansia e di paura che il mio cuore non batteva più. Mancava pochi minuti e poi si doveva andare all’assalto. Difatti il primo alpino che saltò in trincea gli fù fracassato il cranio con un colpo di calcio di fucile. I suoi compagni vedendo la sorte del loro amico sbalzarono come inviperiti nella trincea, e allora cominciò un terribile macello. In questo momento fù dato ordine anche a

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noi di attaccare di fronte e fù fatto all’istante. Si sbalzò in piedi e si piombò di sorpresa sul rimanente che non era impegnato con gli alpini.

Anche qui come dalla parte degli alpini fù subito una tremenda carneficina, in mezzo a grida selvagge e grida di dolore dei poveri moribondi feriti dalla terribile baionetta. Questa furiosa lotta durò per fortuna poco tempo, perché i tedeschi si videro soprafatti dalle baionette, e ben presto gettarono i fucili e chi poteva se la scappava giù nella vallata vicina. Si fecero 43 prigionieri che erano scampati da quella sanguinosa lotta, mentre

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i loro compagni giacevano giù l’uno sopra l’altro tutti maccellati dalla terribile arma bianca. Erano in più di 800 prima che noi si entrasse nella loro trincea e solo 43 si sono salvati, grazie a un capitano degli Alpini che con stento a fatto lasciar le armi ai suoi alpini che volevano vendicare il suo primo compagno, finendoli tutti colla baionetta. Finito tutto ciò si raccolse i nostri numerosi feriti, e si diede sepoltura a 400 nostri compagni caduti sotto la mitraglia nemica.

Dopo si fecero ritirare nella nostra trincea di seconda linea, e di lasciò là nella trincea nemica occupata dagli alpini.

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Quando fummo nella nostra trincea fù fatto un sorteggio per andare ad accompagnare i 43 prigionieri in vicino paese ove era il commando d’Armata.

In mezzo a questi sorteggiati ci fui anch’io e dopo avuto le istruzioni del nostro capitano ci si mise in marcia colle baionette sui fucili facendo scorta ai prigionieri. Dopo un’ora di marcia si fece un breve riposo per mangiare un po’ di pane che era 2 giorni che non si cibava. Ad un momento io lascio il mio posto per allontanarmi per un bisogno, depongo a terra, fucile e tascapane. Ritornato dopo poco vado per mangiarre un po’ anch’io, ma con mia sorpresa non trovo la

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pagnotta che tenevo da 2 giorni nel tascapane. Sorpreso di questa sparizione mi rassegno e domando un po’ di pane ai miei compagni. Me la diedero e insieme a loro mangiai una scatola di carne. Ad un tratto volsi l’occhio al plotone prigionieri, e con mia grande sorpresa vidi uno dei prigionieri che mangiava a doppia bocca una delle nostre pagnotte. Mi immaginai allora che il mio pane l’aveva preso lui giacchè era anche vicino al posto ove era la mia armatura. Allora ci domandai dove l’aveva , e mi segnò il mio posto, scusandosi, in buon Italiano dell’atto. Ma lui mi disse che fù spinto dalla gran fame che

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Teneva da 3 giorni.  Poi mi disse che era di Ala e di fatti parlava benissimo come io l’Italiano. Disse anche che era padre di 5 figli che aveva lasciati a casa quando fù costretto dalle leggi tedesche di andare sotto le armi e combattere contro di noi.

Mi fece tale compassione, che dopo ci diedi anche una mezza scatola di carne che se la mangiò con il resto della pagnotta.

Poco dopo ci si mise in marcia di nuovo, e dopo un’altra ora di marcia si arrivò al comando. Consegnammo i prigionieri, e si arrivò al nostro accampamento sotterraneo verso la sera stessa.

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La mattina del 28 settembre dopo la levata del sole venne ordine di scendere la vallata vicina ed accamparsi alla meglio con delle tane, come tanti topi. Si passò 4 giorni in questa vallata e dopo si portarono più a sinistra del monte ove era stato il combattimento 4 giorni scorsi.

Qui si ritornò a fare le solite tane, perché non si poteva piantare le tende, e ci si stette un po’ in pace fino al 4 ottobre.

La mattina del 5 ottobre prima che spunti il sole, cominciò un bombardamento infernale da tutte le parti, fino alle 8 circa del mattino. Intanto che la nostra

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artiglieria continuava a bombardare le posizioni nemiche, venne ordine di arrotolare le mantelline, e preparare i viveri di riserva con la scorta di cartucce. Fatto ciò, si cominciò si cominciò a strisciare per terra come tanti serpenti, per giungere in una posizione più coperta di quella che si trovavamo prima. Facendo quei pochi centinaia di metri così strisciando, si arrivò fino alla posizione che si doveva occupare per stare almeno riparati dalle pallottole delle mitragliatrici tedesche.

Si stette in questa posizio

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ne varie ore, e poi giunse 2 Compagnie di Alpini per operare con noi.

Giunti questi ultimi, e messisi al sicuro sotto le rocce, cominciò di nuovo il bombardamento infernale della nostra artiglieria.

Intanto che questa fulminava le linee nemiche venne ordine di avanzare, coi soliti sbalzi di 100 o 50 metri secondo gli ostacoli che offriva il terreno per nascondersi.

Si cominciò così ad avanzare di fianco alle due compagnie di alpini, con sbalzi di corsa e strisciando, fino a poca distanza dai suoi reticolati. Giunti ormai vicino alle trincee nemiche

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cessò il fuoco la nostra artiglieria per non colpirsi noi.

Cessato questo bombardamento cominciò il suo, con piccoli cannoni che sparavano azero, e che fulminavano senza pietà quanti ne colpiva. Ma non si stette così per molto tempo, perché venne ordine di innestare le baionette e tenersi pronti per l’assalto alla vicina posizione nemica. Appena furono innestate tutte le 4000 baionette fù dato ordine di avanzare dai due fianchi e il centro fermo essendo più avanti.

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Così fù fatto dagli Alpini che erano alla mia sinistra, e da due Battaglioni di fanteria che mi erano alla a destra.

Portato la linea di combattimento un po’ retta, un urlo selvaggio al grido di (Savoia) si alzò tra quelle nevose vette e sfidando i pericoli più grossi si sbalzò in piedi e in un attimo fummo tutti impegnati a un terribile corpo a corpo con gli ostinati nemici.

Non posso descrivere la tremenda carneficina che avvenne in quell’attimo e che per fortuna durò poco.

Come nel precedente combattimento, vi fù un tremendo maccello, che

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la trincea nemica era ricolma di cadaveri deformati dai tiri dei nostri cannoni. Lamenti e implorazioni alle madri lontani, ai figli e alle mogli che facevano piangere il cuore più duro. I nostri feriti chiamavamo da ogni parte il soccorso, ma quanto ne soccombettero dato la posizione così difficile che non si poteva raccoglierli subito per curarli. Pian piano si inoltrava la notte, e sempre crescevano le lamentevoli voci di implorazione che venivano dai poveri feriti che erano abbandonati al suolo, e in mezzo al freddo. Inoltratasi la notte completamente, i rispettivi comandanti delle

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Compagnie diedero ordine di andare a raccogliere i nostri feriti che ancora giacevano per terra dissanguati e arsi dalla sete.

Fù fatto subito per pietà dei nostri poveri compagni, e col Cappellano in testa si mettemmo al lavoro di pietà. Non so quanti ne perirono causa le grosse ferite e la grande perdita di sangue. In poche ore si raccolse si raccolse alcune centinaia di feriti e si diede sepoltura a più di 150 morti.

Fatta questa triste missione si mangiò qualche cosa, e si ritirammo nei nostri nascondigli di seconda linea.

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Venne il giorno 7 ottobre, che lo passai tranquillamente coi miei compagni dentro alla mia tana e a leggere le lettere che mi era arrivata da casa. Stando sempre così venne il giorno 10 ottobre che fù dato ordine di guastar le tane, e preparare il zaino.

Di notte tempo per non essere sorpresi dal nemico, si cominciò la marcia su e giù per la Vallata, e dopo quasi otto ore di cammino si giunse alla posizione nuova che ci fù assegnata che era quasi giorno. Sui fece nuovamente le nostre solite tane

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e mentre ci fù dato un po’ di caffè con Marsala. In questo giorno ci fù dato riposo, e il giorno seguente era già preso i provvedimenti.

Difatti il giorno 12 Ottobre si cominciò di notte andare a lavorare per fare una strada per l’artiglieria, che conduceva al sanguinoso Monte Cavallino. Così come nella prima sera durò fino il giorno 20 Ottobre che ci fù dato il cambio dal 69° Fanteria.

La mattina del 21 Ottobre si guastò nuovamente le nostre tane, e ci si mise in marcia per andare dopo tanto tempo

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in riposo. Si marciò tutto il giorno e un po’ della notte, e finalmente si giunse in un paese chiamato Mare di Cadore. In questo piccolo paese si pass0’ alcuni giorni in pace, e poi venne un ordine di proseguire per ignota destinazione. Allora si cominciò a dire che si andava in Albania e tante altre cose.

Difatti si mettemmo nuovamente in marcia la mattina del 24 Ottobre e dopo aver camminato tutto il giorno per strade pessime, si giunse alla sera a Cogne di Cadore ove si mangiò il rangio e si piantò la tenda per riposare alla notte.

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Si dormì come al solito sopra la terra ancor bagnata, e alla mattina si proseguì la nostra marcia.

Alla sera del 25 Ottobre si giunse stanchissimi dopo aver fatto 60 chilometri in due giorni, a Vallesella ove fummo ricoverati in stalla fatta con tavole di legno, ma mi sembrava di essere un principe avere un po’ di paglia.

In questo caro paesetto alpestre non ci si restò a lungo, perché la mattina 27 Ottobre fummo accompagnati alla stazione per andare chi sa dove.

Si viaggiò col treno tutto la

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giornata, e alla sera alle 22 si giunse a Treviso che il treno si fermò 22 ore.  Non posso descrivere lo spettacolo che offriva la stazione e la città a vedere tutti quei soldatiche ognuno era parente, fratello, o marito di quel popolo che piangeva dalla consolazione a vedere i suoi cari dopo 6 mesi di guerra.

Anch’io si partì di nuovo, mi sembrava di abbandonare la mia città natale perché ormai sapevo che sorte mi stava toccando tra pochi giorni. Si partì tra le lacrime e i pianti di tante mogli di tanti figli e madri, e alla mezza

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Notte si giunse a S.Giovanni di Manzano ultimo paese al nostro confine. Stanchi e affamati si fece le tende e subito si addormentammo.

Come negli altri posti non ci lasciarono neanche qui perché la sera del 29 Ottobre venne ordine di andare a rinforzare Regg e la brigata. Fù fatto e man mano si avanzava si sentiva il rombo del cannone più prossimo, e sempre più indiavolato che sembrava l’inferno.

Dopo quasi tutta la notte di continuo cammino in mezzo al fango fino al ginocchio, si giunse, fino

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al trincerone del monte Sabotino, ove si mangiò un po’ formaggio, e carne, e un riposo di poco tempo. Non era una mezz’ora che si stava sdraiati a terra che una grande scarica di fucileria accolse il 1° e il 2° battaglione del mio Regg. Che stava avanzando a sbalzi mentre faceva ancora un po’ notte.

Cominciarono a cadere i primi morti e feriti, ma giunsero ai posti ove era stato assegnato loro.

Cominciò a spuntare l’alba, ed ad un tratto si udì

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Un grosso colpo da cannone da 280.

Ben presto ne seguirono molti altri, e in pochi minuti cominciò il bombardamento generale alle 2 linee di trincee nemiche.

Si vedeva il terreno che sembrava un vulcano, le trincee austriache sconvolte, e qualche suoi paletot colle teste andare per l’aria.

In pochi minuti ero diventato inebetito dalla potenza, e dal fracasso dei nostri cannoni, che ormai non capivo più niente, e non conoscevo quasi più i miei quattro fedeli compagni.

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Durò così fino alle ore 9 del 31 ottobre, e poi venne ordine al nostro Batt. Di portarsi in prima linea al centro perché era stato sfondato dal nemico.

Fù fatto, e pian piano si cominciò a salire la dura vetta che conduceva alle linee nemiche.

Ogni sbalzo che si faceva in avanti, erano compagni che cadevano da tutte le parti, chi feriti, chi sfracellati dalle artiglierie nemiche, e si sentivano lamenti imploranti aiuto che uscivano dalle bocche di tanti poveri feriti incapaci di muoversi.

Continuando ad avanzare in questo modo, si arrivò a raggiungere

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Il Regg. Ma non si giunse nemmeno in metà, perché troppi ne rimasero feriti o morti.

Quando fui in prima linea avevo perduto tutti i miei compagni e una strana paura cominciò ad invadermi la testa essendo restato solo in così poco tempo e pensavo che qualche cosa mi fosse successo nessuno mi avrebbe soccorso. Ma inutile fù il pensarci e mi misi tutto impaurito nascosto dietro un grosso sasso, e ormai di seguire la sorte che mi toccava.

Come tanti fulmini, cominciò a tuonare i cannoni austriaci, e crepitare le mitragliatrici che mietevano a centinaia le vittime tra il mio Regg.

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E le granate dei cannoni sfracellavano mucchi di soldati che li riduceva irriconoscibili.

Ad un tratto, in mezzo a quel tuonare di cannoni e sotto un temporale che gettava acqua a catini, si sentì un squillo tromba echeggiare per quel monte così pauroso, era il segnale di “avanti” ordinato dal comando di Brigata.

Allora si fece sentire la voce del nostro Maggiore, che con furia, e chiamandoci vigliacchi diceva di inastare la baionetta, e andare avanti che non c’era pericolo.

Non aveva nemmeno detto quelle parole offensive, che un

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Proiettile nemico lo colpì in petto, e che lo ridusse in un mucchio di carne che si dovette raccogliere con un telo da tenda. Nonostante questo si dovette andare avanti lo stesso, al comando del mio buon Capitano ma non si fece nemmeno un passo che una scarica di mitragliatrice atterrò una buona parte del mio Battaglione. Ormai vi era ordine di avanzare ad ogni costo e si dovette con molti sacrifici portarsi sotto i reticolati nemici.

Giuntovi in meno della metà si cercò riparo dentro nelle buche delle granate e dietro ai sassi almeno per ripararsi dalle bombe

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a mano e dal fucile. Ma nemmeno in questa posizione si doveva restare perché pretendevano di farsi andare a espugnare la trincea nemica col grido di Savoia.

I più sfortunati che erano vicino agli ufficiali tentarono di lanciarsi all’assalto, ma non furono nemmeno in piedi che una palla li colpiva in petto o che gli fracassava la testa.

Vedendo così, i nostri comandanti non diedero più ordine di andare e si fecero restare dentro quei buchi fino a sera e

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che pioveva a dirotto senza niente da mangiare.

Quando venne completamente notte, col favore  dell’oscurità si potè ritirarsi piano piano nella nostra prima linea di trincea, e trovarvi un po’ di tranquillità e riposarsi alla meglio sopra un sasso.

Nel silenzio della notte si sentiva qualche lamento di un povero ferito che chiamava soccorso, e un po’ di acqua, e poi altri che colla voce fioca imploravano la madre i figli, e pian piano tacevano e si capiva che erano i suoi ultimi lamenti.

Ma sebbene piovesse con quan

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to ne potesse, mi addormentai in mezzo al fango dalla gran stanchezza e dormì senza mangiare tutta la notte.

Mi svegliai alla mattina del giorno di tutti i Santi colla voce del nostro Generale che piangeva come un bambino aq vedere la gran quantità di morti che erano sul terreno, e diceva che la colpa non era sua, e che purtroppo bisognava tentare di nuovo di poter prendere ad ogni costo la trincea nemica senza badare alle perdite. Si consigliava colle buone di mettersi pronti per le 9 andare con spirito all’assalto

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Mentre aspettavo l’ora del supplizio trovai un mio amico, che mi diede un po’ di gallette e di carne che con molto appetito ho mangiato, e poi si mettemmo a parlare di quello che sarebbe successo tra poco tempo. Parlando così, mi volle dare per forza il suo indirizzo di casa e si raccomandava a mè, se per caso fosse restato ucciso, di mandare a casa tutta la sua roba che teneva in tasca, ed io le volli dare il mio e mi raccomandai a lui quello che mi aveva raccomandato a mé.

Finalmente si sentì il segnale di avanti, e gli ufficiali diedero ordine di inastare le baionette e saltar fuori dalla trincea.

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Ormai rassegnato, faccio il primo passo fuori, ma mi fermo per fare un avvertenza al mio compagno che si era alzato per uscire in mia compagnia. Non feci nemmeno in tempo aprire bocca per dirgli che ritardasse a venir fuori che lo vedo già steso a terra che non si muoveva più. Lo chiamai varie volte per nome, ma fù inutile perché una fucilata gli aveva preso nel basso ventre che lo fece rimanere secco a terra.

Vedendo che non mi rispondeva più sbalzai avanti, in mezzo a fischi delle pallottole dei fucili che mi passavano vicino le

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orecchie, e mi nascosi da solo dietro un sasso. Non vedendo questa posizione sicura feci un altro sbalzo in avanti e andai a finire dentro a un grosso buco di granate con altri due soldati.

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Mario Lodesani (cliccare per ingrandire)

Nota del nipote Enzo Lodesani

 

Mio nonno Mario nacque a Modena il 28 luglio 1895. Nella vita civile era dipendente di una tipografia e, ovviamente, sapeva leggere e scrivere. Congedato dal servizio militare nel 1914, fu richiamato alle armi il 1 giugno 1915, nel 55° Reggimento di Fanteria.

Nella stagione invernale 1915/1916 subì un principio di congelamento ai piedi e trascorse un periodo di convalescenza a casa di cui non è nota la durata. Il 4 maggio 1916 (a Modena per una licenza o per convalescenza) sposò Ascari Ernesta.

Il periodo di permanenza a casa per licenza/convalescenza — in base ai racconti della nonna, alla data di matrimonio, e a quella di nascita di mio padre — deve essere stato abbastanza lungo. Di certo il diario fu scritto in quell’occasione.

Dalle lettere scritte dal fronte si ricava che dopo le nozze ritornò al reparto (tra il 4 e il 20 maggio 1916) e dal 6 giugno 1916 fu assegnato al 115° Reggimento di Fanteria, 12a Compagnia .

Alla fine del mese di luglio è sul Monte Sabotino e partecipa alla battaglia per la sua conquista. Il giorno 8 agosto viene ferito all'addome da un proiettile di fucile ed è ricoverato nell'ospedale da campo n° 106. Dopo tre giorni di agonia muore, l'11 agosto 1916.

Lasciò la giovane moglie in attesa di un figlio. Mia nonna, oltre al marito, perse in guerra anche il fratello.

© 2003, Enzo Lodesani e Camillo Pavan

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Ultimo aggiornamento 12/01/09