Il ritorno al paese finita la guerra

  Testimonianze raccolte da Camillo Pavan

 

Janez Fon (Ladra presso Caporetto, 1904)

 

«Siamo ritornati a Ladra non più tardi del terzo giorno dopo la battaglia.

I militari italiani [dall'inizio della guerra  fino alla battaglia] avevano occupato tutte le case e tutti gli spiazzi di terreno. Un reggimento si era poi attendato poco dietro al paese. Nella nostra casa si erano sistemati sia al primo piano sia nel granaio sotto il tetto e quando sono scappati hanno lasciato lì tutto, tanto che, solo nella nostra casa, gli austriaci hanno poi recuperato due carri di roba, fra camicie, vestiario, giacche, pantaloni, scarpe, ecc.

La nostra casa era intatta, mancavano solo le porte ed erano stati bruciacchiati i pavimenti perché i soldati che avanzavano vi si erano fermati a far da mangiare, accendendo il fuoco direttamente sui pavimenti di legno. Erano quelli della Bosnia, almeno penso siano stati loro, perché io non li ho visti; di sicuro non possono essere stati gli italiani, perché loro erano alloggiati dentro in casa e non si mettevano certo a far fuoco sui pavimenti. Nel granaio abbiamo lasciato le tavole come allora, e vi si possono ancora vedere i segni del fuoco».

 

 

 

Alojz Melihen (Srpenica, 1908)

 

«Quando siamo ritornati a Srpenica abbiamo trovato la casa tutta rovinata e sporca, perché i soldati erano andati a fare i bisogni nelle stanze che avevano i pavimenti di legno. Ma si pensi che anche dopo, quando c'erano quelli del Genio militare che venivano a riparare le case, c'era ancora qualcuno che andava a fare i suoi bisogni nelle stanze, magari sui pavimenti di legno appena rimessi a nuovo. Eh, militari… Sa com'è!

Tutte le case erano rovinate, senza mobilio, senza niente, con i pavimenti bruciati per far fuoco e le finestre pure. Appena arrivati, per poter dormire, abbiamo dovuto andare in montagna a tagliare l'erba che erano anni che non veniva tagliata; l'abbiamo seccata, rastrellata, portata a casa con i sacchi e l'abbiamo distesa per terra come giaciglio.

Poi in paese c'erano munizioni dappertutto, tutta roba lasciata dagli italiani quando hanno dovuto scappare. C'erano fucili, c'erano granate (…) 

Rimborsi per i danni di guerra, che sappia io ne abbiamo presi pochi, ma ci siamo arrangiati lo stesso, piano piano. Appena tornati ci siamo comprati una capra, e intanto mio padre riprese a fare il suo vecchio mestiere di cantoniere. Poi la capra l'abbiamo mangiata e abbiamo comprato una giovenca che ci era stata segnalata da un conoscente di Zaga. Siamo andati a prenderla a Soca, ed era una buona bestia. Siamo andati a piedi perché non c'erano biciclette, io mi son messo le scarpe a tracolla, per risparmiare; e a piedi siamo tornati. Poi è venuto il turno di un maialino, di quella razza originaria dalla Croazia che vive anche al pascolo; lo siamo andati a comperare in Friuli, a Ipplis, questa volta in bicicletta. Un po' alla volta insomma riprendeva la vita normale».

 

 

 

Ivan Janina (Volarje, 1906)

 

«Siamo ritornati a Volarje quando il fronte era ancora sul Piave. Era la primavera del 1918, il tempo delle semine. I campi erano infestati dai residuati della guerra, che vi rimasero per più di vent'anni (e finita la guerra venivano anche da fuori, anche gli italiani, a cercarli). La casa era rovinata. C'era poco da mangiare; i più vecchi andavano oltre Caporetto in cerca di qualcosa da comprare, per poter mangiare, ma era difficile trovarlo.

Poi sono arrivati di nuovo gli italiani e si riprese a mangiare. Si andava dai soldati e… pastasutta a volontà; non c'era più fame, c'era da mangiare fino a ingozzarsi. Noi bambini andavamo a prenderci il mangiare con la gavetta e andavamo dagli alpini che avevano la gavetta più grande degli altri. E loro ci mettevano dentro la menestra, la pastasutta, di tutto. Ah, che buona era la pastasutta! ».

 

 

 

Yulka Masera (Livek, 1910)

 

«Sono ritornata a Livek con mio padre prima che finisse la guerra. Il paese era tutto rovinato, le case c'erano ancora ma dentro era tutto vuoto. In casa non abbiamo trovato più niente, e mio padre ha dovuto pulire e lavorare molto prima di preparare un posto per poter dormire».

 

 

 

Franc Ursic (Idrsko, 1908)

 

«Siamo tornati da Nola solo nel 1919. In tutto siamo stati profughi quattro anni, tre anni e mezzo in Italia e mezzo anno su a Breginj .

Nel 1919 quando siamo ritornati in paese non abbiamo più trovato la nostra casa: era stata bruciata, perché era in legno e paglia. Allora sì che siamo stati male».

 

 

 

Vlado Matelic (Livske Ravne, 1914)

 

«Appena finita la battaglia siamo ritornati a Livske Ravne. Di otto case che aveva la nostra frazione (Ravne di Sopra) solo due, quelle con il tetto in paglia, erano state rovinate. Le altre invece erano rimaste sane.

La nostra casa in particolare, non solo era ancora intatta, ma anzi l'abbiamo trovata migliorata, perché era stata sede di un importante comando italiano. Avevano fatto il WC inglese e avevano messo i tubi per portare l'acqua in casa, mentre prima l'acqua la si prendeva solo nei pozzi. (…)

Qui, proprio sotto casa mia, a dieci metri, abbiamo trovato sepolti due soldati. Un altro era qua dietro la casa, sepolto. Un altro morto era ancora più sopra, e di quello dicevano che stava scappando dalle trincee che c'erano sul monte Kuk quando arrivò un colpo di granata, e rimase sepolto nella buca provocata dall'esplosione, in mezzo al pietrisco, senza cassa né niente. Un altro ancora era a duecento metri da qui, verso il confine. Insomma ce n'erano tanti morti, sparsi qua e là.

Erano tutti morti a causa delle granate di artiglieria, non perché avessero cercato di resistere. Granate provenienti da Volce  e Tolmino, perché Rommel aveva l'appoggio dell'artiglieria, perché non è che Rommel sia venuto da solo, come hanno scritto; dietro c'era l'artiglieria. Ma poi c'erano dei morti anche lassù, sulle trincee del monte Kuk, dove Rommel ha dovuto fermarsi, perché gli italiani hanno fatto resistenza; ed erano tanti, tanti morti. Perché lì sul Kuk gli italiani si erano accorti che i tedeschi stavano avanzando, non era stato come in altre parti, dove erano stati presi alla sprovvista, perché proprio non se l'aspettavano.

I morti erano stati seppelliti subito dopo la battaglia, dai tedeschi e dai prigionieri italiani che erano rimasti qui, e noi si curava le tombe. Sulle tombe dei soldati non c'erano croci; c'erano solo questi cumuli di terreno dove le giovani del paese portavano dei fiori, perché noi si continuava a falciare l'erba, lì nel nostro campo. I morti sono rimasti lì per parecchio tempo, perché io ero grandicello quando sono venuti a raccoglierli. Ricordo quando sono venuti quelli che in termine militare li chiamavano beccamorti, che andavano in giro a raccogliere quelle povere salme.

Ero proprio lì presente quando hanno disseppellito questi soldati. Erano nelle loro casse. Hanno aperto le casse, ed erano ancora vestiti. Sembravano ancora intatti. Ma appena smossi, li hanno dovuti raccogliere a pezzi: erano rimaste solo le ossa e i vestiti».

 

 

 

Darinka Pirc (Bovec, 1910)

 

«Siamo ritornati a Bovec nel settembre del 1918, passando ancora una volta per la galleria Predil - Log pod Mangartom. Gli alberi erano pieni di mele e prima di arrivare a Bovec, nella campagna, c'erano trincee dappertutto, a destra e a sinistra della strada.

Il paese era tutto distrutto; faceva eccezione la nostra casa, perché quando era stata costruita nel 1908 avevano usato tanto cemento armato. Però era senza le tegole del tetto e una stanza la avevano utilizzata come deposito per munizioni. Mio padre mi raccontava che da Log c'era un posto in cui lui, con il cannocchiale, riusciva a vedere che la sua casa aveva ogni giorno meno tegole, perché gli italiani le prendevano per coprire le baracche dei soldati.

Quando siamo ritornati c'erano ancora dei soldati austriaci in paese, e rimasero lì fino ai primi di novembre. Poi se ne andarono di tutta fretta, di notte, abbandonando anche del bottino che avevano portato dall'Italia. Ricordo infatti che dopo la loro ritirata mio padre si portò a casa un cavallo, e mia mamma oltre a recuperare un sacco di gallette e uno di prugne secche, portò a casa anche una gran cassa piena di porcellana fine. Gli austriaci avevano dovuto lasciare tutto per terra perché ormai gli italiani erano già a Tarvisio e se fossero arrivati li avrebbero fatti prigionieri.

In quei giorni, per qualche tempo in paese ci fu anche una milizia locale, slovena.

Poi arrivarono gli italiani».

 

 

 

Mirko Rakuscek (Dreznica, 1909)

 

 

«Quando siamo ritornati a Dreznica era tutto pieno di baracche militari, e noi non si poteva seminare niente. Tutta la campagna era piena di baracche militari e sotto avevano dei sassi, su cui erano poggiate. Abbiamo dovuto lavorare tantissimo, prima di poter seminare il granoturco. Raccoglievamo questi sassi, facevamo dei grandi buchi, e li buttavamo dentro. Poi sopra ci mettevamo la terra e si seminava. Io avevo solo dieci anni, ma avevo già i calli sulle mani.

Mezzo paese era stato bruciato. Quella volta, quando ci fu la ritirata, gli italiani bruciarono le case, ma non fecero in tempo a bruciare tutto il paese.

Nella chiesa c'era un deposito, e sotto la chiesa c'erano delle grandi caverne, che poi sono state riempite di sassi e chiuse.

La nostra casa invece era ancora a posto, con il tetto e tutto il resto; solo le finestre erano rotte e le abbiamo dovute rinnovare. Gli italiani ci avevano anche fatto i pavimenti nuovi, in cemento, perché vi era venuto a stare un comando. Ma li fecero male, non a livello, e se lei butta un secchio d'acqua per terra, vedrà l'acqua fermarsi tutta al centro.

Proprio non fu una fortuna per noi aver trovato i pavimenti nuovi!».

 

 

 

Marija Leban (Gabrje, 1910)

 

«Finita la guerra ritornò a Gabrje solo mio papà. Comprò una vacca in Austria e a piedi, attraverso il Vrsic, ritornò con la vacca fino a Gabrje.

Il paese era tutto rotto, la nostra casa bruciata, tutte le case bruciate; non si poteva vivere. Per questo, mia mamma non volle tornare, perché eravamo in sei bambini, con due bambini nati in Austria.

Allora mio padre vendette la vacca a una sua sorella e ritornò in Austria, dove però morì, nel 1920, in pochi giorni. Perché in Austria è freddo, e si vede che mio padre era vestito poco, prese freddo alla pancia, si ammalò e morì, in pochi giorni; io avevo dieci anni».

 

 

 

Amalija Kanalec (Tolmino, 1907)

 

 

«Siamo tornati a Tolmino l'11 febbraio del 1918, con il carro e un cavallo dello zio. Si figuri come era la nostra casa, vuota, ed era in pieno inverno! Noi avremmo voluto aspettare, ma la mamma aveva nostalgia della sua casa: «No, andiamo a Tolmino, andiamo a casa nostra». Voleva tornare, ed è stato un periodo molto, molto critico… ma tutto passa.

La casa era tutta distrutta, o meglio, non era proprio distrutta: era senza finestre, senza porte, senza niente, dovevamo dormire tutti per terra. Per scaldarci avevamo un piccolo focolare e per far fuoco si prendeva dalle case distrutte o le porte rotte o quello che c'era, tutto quello che si poteva bruciare. Per mangiare avevamo il latte di una mucca che ci eravamo portati da Pdbrdo (Piedicolle), legata dietro al carro, sempre a piedi con noi, per una quarantina di chilometri.

Poi, un po' alla volta, abbiamo sistemato tutto quello che era necessario e qualcosa abbiamo anche preso, quando sono arrivati gli italiani, come rimborso per i danni di guerra.

Io ho continuato la scuola, ho fatto la sesta quando ancora a Tolmino c'erano gli austriaci. Poi ho fatto la "scuola cittadina" per tre anni».

 

 

                                                              

Ivan Leban (Tolmino, 1906)

 

«Ritornati a Tolmino, io e mio padre, trovammo la nostra casa completamente rovinata, non potevamo neanche entrare dentro; c'era solo una trave al suo posto. I soldati avevano portato via e bruciato tutto, quindi mio padre ha dovuto trovare il legname per ricostruire tutto di nuovo. Dapprima preparavamo una stanza e appena quella era finita vi andavamo dentro, e così abbiamo fatto con tutta la casa, finché abbiamo potuto chiamare tutto il resto della famiglia.

Mio padre intanto riprese il suo lavoro. Lui faceva di tutto, ha fatto anche il fuochista, cioè quello che preparava il fuoco per la fornace di calce. Poi tagliava legna per il comune, mentre  durante la guerra, per un anno, aveva trasportato  armi e munizioni  a spalla su per il Monte Nero, per conto dell'esercito austriaco.

Ma il suo lavoro era di stradino-cantoniere e aveva un ispettore terribile, che un anno lo ha fatto lavorare anche con venti gradi sotto zero, tanto che gli si sono gelate le gambe.

E sarà forse per quello che è morto abbastanza giovane, nel 1927».

 

 

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© 1997 Camillo Pavan. Dal libro Grande Guerra e popolazione civile, vol.1

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Ultimo aggiornamento 27/02/09