Nelle retrovie durante la guerra

   

Testimonianze raccolte da Camillo Pavan

Alojz Melihen (Srpenica, 1908)

 

 

 

«A Srpenica c'era una specie di bosco di alberi da frutta, perché i bambini della scuola elementare avevano un maestro che era un grande appassionato di agricoltura, e insegnava a tutti i maschietti le tecniche dell'innesto. Si era fatto dare dal governo austriaco un appezzamento di terreno da destinare a vivaio: vi faceva crescere i germogli per poi innestarli e trapiantarli. Il maestro si chiamava Andrea Trebse; era un uomo anziano e aveva un figlio che faceva pure lui l'insegnante; aveva anche una sua bella proprietà, con dei boschi e dei prati in montagna e anche del terreno qui in campagna: insomma stava bene. Ma sotto l'Austria si stava bene tutti; anche i paesi vicini stavano bene. Non c'era casa che non avesse le sue mucche, e chi non aveva una o due mucche aveva le pecore e le capre. Il formaggio che i casari facevano nelle malghe su in montagna era conosciuto come il famoso formaggio «plezzano» e c'era chi lo portava con i cavalli fino a Tarvisio; da lì andava a finire direttamente a Vienna, con la ferrovia. (…)

All'inizio della guerra, sul Polovnik non c'era nessuna strada che lo risalisse e invece adesso se lei guarda si vedono ancora le mulattiere che hanno costruito i soldati e che arrivano fino in cima alla montagna; magari adesso che non ci va più nessuno sono rovinate, però ci sono. Da Ucja invece è ancora funzionante la strada, costruita in tempo di guerra dai soldati e dalla gente del posto, che porta alla malga sopra lo Stol e poi conduce giù a Bergogna. In quella strada, nei punti più esposti verso le linee austriache del Rombon, erano anche stati costruiti dei muretti a secco per nascondere chi passava.

Durante la guerra Srpenica era un paese di retrovia considerato sicuro, perché gli austriaci non riuscivano a sparargli dalla fortezza, essendo riparato dalla montagna. Per questo i soldati venivano qui a riposo. Se lei va su nel bosco vedrà ancora dei tratti di terreno spianato, in cui erano state messe le tende. C'erano poi tutti i servizi necessari all'esercito. C'era una grande macelleria lì sul campo di cui siamo in parte proprietari anche noi; e dalla macelleria partiva una canaletta in cemento per mezzo della quale il sangue veniva fatto defluire nell'Isonzo. C'era una lavanderia e un locale per la disinfezione, che serviva per eliminare i pidocchi, che accompagnano sempre il militare, in ogni guerra. Ricordo che c'erano delle vasche cementate e dei carrelli in cui noialtri ragazzi di dieci undici anni andavamo dentro a nasconderci, per giocare.

Nella nostra proprietà c'era anche una latrina per i militari, con cinque posti da una parte e cinque dall'altra, e lì sotto nel campo ci sarà ancora la fogna.

Tante robe c'erano qui in paese, per l'esercito. C'erano delle belle villette per gli ufficiali, costruite proprio come fossero delle ville, sia pure tutte in legno1. C'erano poi tre ospedali militari, un'infermeria, ecc… c'era di tutto.

Anche Mussolini è stato qui, quando era caporalmaggiore ed ha scritto anche un verso (quando si trovava ad Idrsko), che ancora ricordo: «Mi chinai sulla corrente, e ne bevetti un sorso, per dissetarmi nell'Isonzo, fiume sacro…»2.

 

 

Mihael Ursic (Borjana, 1910)

 

 

A Borjana durante la guerra era pieno di profughi. Venivano  da tutti i paesi della valle dell'Isonzo, da Livek, da Kamno, dai paesetti sotto il monte Nero. Noi abitavamo in una grande fattoria, a Borjana Bassa. Avevamo quindici bestie, tre cavalli e molto terreno, inoltre avevamo anche un mulino. Si stava bene. Accogliemmo in casa tre-quattro famiglie di profughi che venivano da Livek. Il posto era poco, ma ci stavano lo stesso e si sono trovati bene. Alla fine era come se fossero dei parenti, tanto che dopo la guerra ci siamo tenuti in contatto per molto tempo; noi andavamo a trovare loro e loro venivano qui a trovarci. Adesso sono morti tutti.

Quando gli italiani occuparono il paese hanno fatto la mensa lì nella scuola, dove ora c'è quella grande casa vuota, vicino alla chiesa, e noi bambini si andava lì a mangiare. Vicino a casa nostra misero anche due tre cannoni, dentro alle caverne, ma di piccolo calibro, che non spararono mai.

A Borjana per prima cosa costruirono una teleferica, che portava su allo Stol; poi fecero la strada che arriva fino alle malga e fino a Zaga ed è percorribile ancora oggi. Allestirono anche un poligono di tiro proprio vicino al casone dove noi mettevamo il fieno. C'erano delle sagome in legno e le reclute si esercitavano prima di andare al fronte.

Gli anni della guerra passarono così, senza fatti gravi. A volte si scherzava anche con gli italiani. «Mi raccontava mia madre un episodio, che noi prendevamo come una barzelletta», interviene la moglie di Mihael, Edvige. «Diceva che un soldato italiano era andato dalla Marencuka, una vecchia donna del paese, a chiederle  il “latte”. Questa vecchia non capiva l'italiano, e noi chiamiamo “late” dei bastoni lunghi, delle pertiche; così la vecchia andò a prendere un bastone, e dopo si misero a ridere tutti e due. Ma tanti episodi del genere accadevano (…)

Gli italiani portarono la pastasciutta, che prima non c'era qui da noi, non la si conosceva3. Prima noi si mangiava mocnik, fatto con la farina gialla di granoturco. A differenza della farina che era più spessa, il mocnik  era  più leggero: farina acqua e sale, e dentro, chi ce l'aveva, metteva anche il latte, oppure metteva le mele, tagliate a pezzettini.

«Si mangiava mocnik  ogni mattina, quando ero piccola», racconta la moglie, «e anche alla sera, se non c'era altro».

Gli italiani invece hanno portato la pastasciutta, e anche il riso, che prima non c'era».

 

 

 

Vlado Matelic (Livske Ravne, 1914)

 

 

 

«Appena arrivati qui nel '15 gli italiani avevano portato subito l'acqua in paese. C'era un bel abbeveratoio in cemento per i muli e i cavalli, ma poi la gente se ne è servita chi per una cosa chi per un'altra e adesso non ne è rimasto neppure il segno. Era rimasto un blocco di cemento con su scritta la data del 1915 (l'anno in cui era stata costruita la vasca), il numero del reparto, il nome e il cognome del comandante. Io l'avevo messo da parte, questo blocco, sempre con l'intenzione di portarlo su, a casa. Ma chissà chi è stato, quel disgraziato! Qualcuno l'ha distrutto. Altrimenti io adesso l'avrei portato giù al museo. L'ha visto il museo di Caporetto? Io avevo intenzione di mandarlo lì giù, e invece l'ho trovato a pezzettini. Per me era troppo pesante trasportarlo, ma mi dicevo che magari con i miei figli avrei un giorno potuto farlo. Quello proprio mi dispiace…

La nostra casa era stata costruita nel 1906, e avevamo già la cucina economica in mattoni (la kuhinja, come la chiamiamo noi) e siamo stati i primi nel comune ad averla, prima c'era solo il focolare nelle case. Avevamo anche la izba, che era una specie di grande stufa, per fare il pane di segale, e riscaldare d'inverno. Gli italiani l'hanno buttata fuori perché gli serviva la stanza come ufficio. Ed era bella, alta fin su al soffitto; Dio se era bella la izba, con le piastrelle, roba di un valore inestimabile. Ma i nostri vecchi, invece di rimetterla dentro, l'hanno distrutta per prendersi le piastrelle… ».

 

 

Darinka Pirc (Bovec, 1910)

 

 

«Quando mio padre era militare a Log pod Mangartom, siccome parlava tutte tre le lingue (tedesco, sloveno e italiano) lo mettevano spesso in ufficio. A volte lo mandavano a Tarvisio a prendere la posta, passando per il tunnel di Predil. Allora lui, siccome Arnoldstein non è tanto lontano da Tarvisio, ne approfittava per  venire a trovarci.

Qualche volta siamo andati anche noi a salutarlo. Si entrava nella galleria sotto il lago di Predil/Raibl (Rabeljsko Jezero) e si usciva giusto a Log pod Mangartom/Bretto. Per entrare bisognava prendere l'ascensore che utilizzavano anche i minatori; era tutto in ferro, come un grande cesto di ferro, e con quello si scendeva giù nella terra per due - trecento metri. Io avevo tanta di quella paura che gridavo come una matta, perché era tutto scuro, ma nero, nero. Finita la discesa con l'ascensore si imboccava la galleria con il trenino. E anche qui gridavo e gridavo, perché non si vedeva niente. Solo a un certo punto, sarà stata la metà della galleria, c'era una piccola luce, che illuminava la statua di Santa Barbara, patrona dei minatori.

Mi ricordo che uscendo dalla galleria c'erano le impalcature dell'architetto cecoslovacco [Ladislav Kofranek] che stava lavorando al monumento del cimitero militare. Questo artista dormiva nella stessa baracca di mio padre e gli racccontava che aveva fatto un monumento così grande perché ci voleva tanto tempo a finirlo, e finché non lo finiva non andava al fronte!

C'erano a Log pod Mangartom anche i soldati bosniaci musulmani. Erano alloggiati in baracche; tutta quella pianura di Log era piena di baracche; baracche e baracche dappertutto…  Prima dell'assalto gli davano rum e tabacco. E se non gli davano il rum loro non andavano all'assalto: «Nema ruma, nema sturma!», dicevano.

Avevano anche la loro chiesetta, con il minareto e il loro prete. Mi ricordo di averla vista, vicino all'uscita della galleria: era piccola e tutta in legno». 

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Note

 

 

1 «Serpenizza. È un piccolo borgo di circa 500 abitanti, sulla strada da Caporetto a Plezzo, poco a valle della confluenza del Rio Uccea nell'Isonzo. Durante la guerra, vide le nostre truppe a riposo accampate in graziosi villaggi di legno improvvisati, fra cui il "Villaggio Alpino", ora distrutto». (CTI, Sui Campi di battaglia (…) Alto Isonzo, p. 208).

2 La citazione esatta, dal Diario (16 settembre 1915) è la seguente: «L'Isonzo! Non ho mai visto acque più cerulee di quelle dell'Isonzo. Strano! Mi sono chinato sull'acqua fredda e ne ho bevuto un sorso con devozione. Fiume sacro! ».

3 Sul cambiamento delle abitudini alimentari fra le popolazioni della zona di guerra controllata dall'esercito italiano e sul «sempre più frequente consumo di pastasciutta al posto della zuppa quotidiana», cfr. anche Ulderico Bernardi, "Le tracce della follia", in La nostra guerra, 1988, Il Triveneto dal 1914 al 1919, di Edoardo Pittalis, Sandro Comin, Francesco Jori, Edizioni del Gazzettino, Venezia, p. 357.

 

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© 1997. Dal libro Grande Guerra e popolazione civile, Vol. 1 - Caporetto

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Ultimo aggiornamento 27/02/09