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Dopo
la guerra residuati bellici e recuperanti |
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Janez
Fon (Ladra, presso Caporetto - 1904) «Qui vicino a dove ci troviamo adesso a parlare c’era la trincea della seconda linea italiana1. I soldati sono andati via lasciando dentro tutte le armi, tutti i fucili. Le armi erano disposte come se i soldati avessero ricevuto l’ordine di lasciarle lì per terra! Io sono venuto quassù e ho preso un fucile, sparavo come se niente fosse. Una guardia austriaca che era lì nei pressi ogni tanto mi sgridava e una volta mi prese anche un fucile di mano. Ma io dopo ritornavo in trincea e me ne prendevo un altro. E non ero il solo a farlo, noi ragazzi mentre si portavano le vacche al pascolo ci si divertiva così. C’era Franc, un ragazzo del ‘98, che sparava verso Idrsko; un altro ragazzo, di 11 anni, dal colpo dello sparo cadde per terra. La guardia si limitava a gridarci di non sparare. Sarà passato più di un mese dalla battaglia che i fucili a forza di rimanere per terra avevano iniziato ad arrugginirsi. Un giorno ne presi uno con l’otturatore più duro del solito e per smuoverlo mi aiutai con la baionetta. La canna del fucile era appoggiata per terra. Partì un colpo e la canna si spaccò, perché la terra faceva resistenza. Cosa sia successo dopo non lo so, però porto ancora in testa il segno di una scheggia. Chiamarono il dottore militare che era a Caporetto il quale mi disse che se la scheggia fosse andata un millimetro più in basso sarei rimasto lì per terra. Ringrazio il Signore che non abbiamo combinato più guai di quelli che abbiamo fatto, perché c’erano armi e bombe dappertutto! Una volta mio fratello Jozef era qui vicino al ponte di legno e batteva così, con un sasso, su una bomba a mano. In quella passò per il ponte un uomo, era un croato, che gli gridò: «Ma cosa fai mali (piccolo)? Cosa fai, mali?». Gli strappò dalla mano la bomba e la lanciò lontano, facendola esplodere; poi gli disse: «Hai visto cosa ha fatto?». Mio fratello invece la stava maneggiando come fosse un giocattolo. Io mi sono sempre detto che quell'uomo in realtà era un angelo, passato di lì per proteggere mio fratello; era il suo angelo custode». Mirko Rakuscek (Dreznica, 1909) «Dopo la guerra si andava a raccogliere piombo e altro materiale bellico e poi lo si rivendeva e si prendeva qualcosa. Tutti qui in paese andavano a raccogliere i residuati della guerra, perché quella volta era miseria, e ognuno cercava di guadagnare qualcosa. Ce n'era della roba! C'erano delle caverne piene! Abbiamo continuato ad andar su in montagna per anni. Ancora fino al '30, fino al '35 si continuava a raccogliere quella roba. E venivano anche da Gorizia, in cerca di residuati. Poi rimasero solo in tre di Dreznica e uno di Kosec… ». Alojz Melihen (Srpenica, 1908) «In
paese c'erano munizioni dappertutto, tutta roba lasciata dagli italiani
quando hanno dovuto scappare. C'erano fucili, c'erano granate, c'erano di
quelle bombe a mano che ingannavano anche il più esperto e tanti infatti
ci hanno rimesso la pelle o sono rimasti feriti. Io maneggiavo il fucile
come niente fosse e i carabinieri quando mi vedevano mi gridavano: «Bocia, butta via quella roba che ti fai male!». Se invece fosse
stato un adulto a prendere un fucile lo avrebbero arrestato. Io invece mi
portavo i fucili nella stanza qui di sopra (perché anche allora abitavamo
in questa casa). Il papà quando me li vedeva mi schiaffeggiava, perché
aveva paura di andare in prigione, perché il padre risponde per il
figlio, ma poi li metteva nel fuoco, per scaldare il forno del pane; si
bruciava il calcio in legno e tutto il resto si buttava via, tanto, ce
n'erano qui di fucili '91! 2 Il
ferro dei fucili[dopo aver bruciato il legno del calcio] non veniva
buttato via. Veniva messo assieme agli altri residuati metallici, come ad
esempio le lamiere ondulate che coprivano le trincee, e poi si portava a
vendere da un raccoglitore qui del paese, che si chiamava Jozeph Zagar e
che a sua volta rivendeva il tutto a un certo Lazzaron, un friulano che
passava ogni tanto con il camion. Le ossa invece passava a prenderle un
certo Piazza, anche quello un friulano. Perché durante a guerra, con la
macelleria, si erano ammucchiate enormi quantità di ossa di bue o di
vacca; erano dentro a delle grandi fosse, si andava a tirarle su per poi
venderle, e valevano anche abbastanza». ----------- Note 1 In
realtà passava la terza linea. La seconda si trovava invece all'altezza
di Selisce. 2
In quella Caporetto alla rovescia che fu la ritirata austriaca negli
ultimi giorni della guerra, dopo Vittorio Veneto anche Fritz
Weber (Das Ende einer Armee.
(……………………………………) Trad. ital. Tappe
della disfatta, Mursia, Milano, 1993, Collana Testimonianze, p. 331)
racconta come i calci dei fucili fossero diventati preziosi per tale uso. «A
sinistra e a destra montagne di materiale distrutto e abbandonato. Laggiù
vediamo alcuni pontoni abbandonati, una intera flottiglia di grosse barche
di ferro. Più in là, le rovine di un campo d'aviazione; sei aeroplani
nuovi fiammanti sono stati cosparsi di benzina e dati alle fiamme. In un
fosso c'è un pianoforte. Chissà mai perché è stato trascinato fin qui.
Presso resti di fuochi di bivacco sono ammucchiate le parti metalliche dei
fucili. È diventato uso corrente accendere simili fuochi con i calci dei
fucili abbandonati». E ancora (a p. 336): «La pioggia
continua a cadere, mista a neve. Penso con raccapriccio alla notte
imminente. Non abbiamo più teli da tenda, a eccezione di quelli che sono
stati stesi sui carri dei malati, né legna asciutta, a prescindere dai
calci dei nostri fucili». ----------- © 1997, dal libro Grande Guerra e popolazione
civile, vol. 1 - Caporetto |
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aggiornamento
27/02/09
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