|
Profughi sloveni nell'Alto Isonzo e nei dintorni di Tolmino
Testimonianze raccolte da Camillo Pavan |
|
Janez
Fon (Ladra
presso Caporetto, 1904) «Hanno
detto che eravamo delle spie e ci hanno fatto andare alla volta di Kred,
su in quei paesi lì, verso Breginj. Eravamo a piedi, e lungo la strada
c’era qualche soldato italiano a cavallo che andava su e giù, come di
guardia, e ci faceva andare avanti. Dietro
di noi venivano le vacche e i buoi del paese, condotte da due giovani. Uno
si chiamava Franc Sovdat, avrà avuto 23-24 anni e non era andato militare
perché era sordo, ma proprio sordo. L’altro non era ancora stato
arruolato perché era del 1898; si chiamava Franc anche lui ed era di
Trnovo; si trovava a Ladra perché era venuto da dei suoi parenti. Questo
Franc arrivò con il bestiame fino a Kred. Da qui gli italiani lo fecero
tornare indietro, al comando di tappa a Caporetto, legandolo con una corda
alla coda di un mulo, e poi facendo correre il mulo; con lui dietro. Quel
poverino che era sordo arrivò invece con le bestie fino a Breginj. Gli
italiani dicevano che faceva proprio apposta a non parlare, che faceva
finta di non sentire. E poi… e poi lo hanno battuto tanto, ma tanto, in
ogni parte del corpo che in otto giorni se ne è andato. Ero anch’io
presente, lì a Breginj. Aveva dolori dappertutto e non riusciva a stare
in pace un minuto. Gli avevano dato tante di quelle botte che era tutto
tumefatto. Piangeva, si lamentava con un filo di voce, e in otto giorni se
ne è andato. Delle
bestie di Ladra, una volta arrivate a Breginj, ognuno si prese le proprie.
Le portavamo a mangiare sul pascolo comunale, ma a un certo punto non si
trovava più fieno e abbiamo dovuto venderle. Le abbiamo vendute a gente
che veniva dal Friuli, da Platischis, da quei paesi lì. Loro se ne
approfittavano, e se una vacca valeva cento e cinquanta offrivano cento,
perché tanto sapevano che noi eravamo costretti a vendere. Siamo
rimasti a Breginj fino a dicembre 1.
Poi arrivò l’ordine alle famiglie con persone che non erano in grado di
lavorare di partire per l’Italia. Noi eravamo cinque bambini: tre
fratelli (il più grande aveva tredici anni, io ne avevo undici, il più
piccolo otto) e due sorelle, più la mamma; e dovemmo partire. Quelli
invece che avevano più di quindici anni rimasero a lavorare, a costruire
la strada che saliva sul monte Stol». Amalija
Kanalec
(Tolmino, 1907) «A
Podbrdo eravamo alloggiati in casa dello zio, che era benestante e aveva
un mulino sul fiume Baca (Baccia), una sega, un negozio. Eravamo nella
stessa casa in cui era nata la mamma, in una stanzetta un po' misera… ma
insomma, è passata. A prepararci da mangiare era la nonna Ana; si
mangiava quello che c'era, non si può dire che fosse miseria, e quando
era a casa lo zio, siccome era un uomo e aveva bisogno di mangiare di più,
si mangiava di più anche noi. Andavo a scuola assieme a mio cugino Albin;
facevamo la strada quasi sempre da soli, perché lì è un posto molto
isolato. Con quel cugino andavo anche d'accordo e poi a scuola bastava
solo esserci, saper un po' leggere e fare di conto, non era come oggi. Ci voleva mezz'ora di cammino per arrivarci, e
quella volta, come eravamo vestiti? Che scarpe si aveva? La scuola non
disponeva di niente, di una merenda o di qualcosa da mangiare, niente,
quello che si prendeva alla mattina come colazione doveva bastare, si
stava fino a mezzogiorno e poi si tornava a casa, e se avevi i piedi
bagnati te ne stavi lì seduta per quattro ore con i piedi bagnati. Al mattino prima di andare a scuola si mangiava la
polenta condita con un po' di lardo, roba forte, sostanziosa, messa dentro
nel latte. Era buona, … per forza! A mezzogiorno si mangiava una
minestra con carne secca di maiale (svinsko)
messa dentro, assieme a carote, patate e pastina. Poi quando c'era lo zio
a casa si mangiava anche quel formaggio che glielo portavano dalla
campagna, ed era proprio buono, me lo ricordo ancora oggi! Ma il ricordo che ho di quando ero profuga non
posso dire che sia bello. Non si può dire che sia bello soprattuto perché
eravamo senza la mamma, senza nessuno al di fuori di questo zio. Ma sa
come sono gli uomini. Lui come zio era buono, il mangiare non ce lo faceva
mancare, ma aveva sempre da fare, non aveva tempo di stare con noi bambini
a raccontarci qualcosa, ad ascoltarci. Ci mancava la mamma, soprattutto. E quando dopo un
anno e mezzo la mamma ritornò, per noi si è aperto il cielo. Ah!
finalmente ritornammo puliti, perché eravamo diventati tutti pieni di
pidocchi. La mamma ci pulì tutti, eravamo tutti in ordine, tutti sazi. E'
incredibile cosa sia riuscita a fare la mamma. Era molto brava, e con lei
siamo rimasti finché venne il tempo di tornare a Tolmino. Prima
di tornare però la mamma fece i conti con lo zio. Si sono fatti i conti
fra loro due e mia mamma ha dovuto pagare tutto, e ringraziar dio che lo
zio si è accontentato di quello che lei aveva, cioè dell'oro 2; perché a mia mamma
piaceva molto l'oro, e con quello saldò il suo debito». Yulka
Masera (Livek/Luico,
1910) «A
Breginj (Bergogna) eravamo in
dieci in un posto piccolo, da una che chiamavamo 'zia', ma non era nostra
parente. Io non conoscevo prima quel paese. Da
Breginj, dopo un po', alcuni sono stati mandati in Italia, dove c'è il
Vesuvio, a Napoli. Le mie cugine sono andate laggiù e non si sono trovate
male, perché erano già grandi e andavano a lavorare. Dicevano le mie
cugine che a Napoli, prima che loro arrivassero girava voce che sarebbe
arrivata della brutta gente, gente selvatica. Invece dopo, quando i
profughi erano arrivati ormai da un po' di tempo, i napoletani dicevano:
«Ma guarda come sono belli!». Gli
abitanti di Breginj ci hanno trattato bene, forse perché io prendo sempre
tutto bene, o forse perché per noi bambini era tutto bello; insomma non
ho un brutto ricordo di quel periodo. Andavamo anche a scuola, da dei
'padri' e lì abbiamo imparato una canzone: "
Dio di clemenza, Dio salvator
/ salvate tutto il mondo / con il vostro sacro
cuor… ". Era il parroco che ce la insegnava,
era lui che sapeva l'italiano». Ivan
Leban
(Tolmino, 1906) «Da
Hotsk ogni tanto mio papà ritornava anche a casa. Ad esempio tornò
nell'agosto del 1915 per raccogliere
le patate, che aveva seminate in aprile. Le patate erano in un campo molto
esposto, ma mio papà aspettava che venisse la nebbia per andarci, perché
qui a Tolmino, viene spesso la nebbia. Lì
a Idrija c'erano tanti di quei soldati, nelle baracche; c'erano austriaci,
ungheresi, cecoslovacchi e io andavo a vendere loro dei 'bomboni', delle caramelle. Ero piccolo, ma vendevo bene,
specialmente ai croati, che compravano volentieri da me. Andavo a Baca (Baccia)
a prendere queste caramelle; ne compravo una scatola e poi le vendevo al
minuto. La mamma mi voleva proprio bene per questo e diceva che ero un
buon commerciante. Una volta un soldato prima di pagarmi mi chiese: «Che
soldi vuoi prendere? Quelli di carta o quelli di argento?». E io gli
risposi: «Quelli di argento!». Allora il soldato, rivolto a un suo amico
gli disse: «Vedi, è piccolo, ma sa già fare i suoi affari!». Nel
1917, quando gli italiani occuparono il paese di Lom, [in agosto, nella
battaglia della Bainsizza] ci venne dato l'ordine di lasciare
immediatamente Hotsk, e di portarci più avanti, verso est. Andammo
in un paese per quattordici giorni, poi in un altro per tre e alla
fine visto che nessuno ci diceva più niente mia mamma disse: «Non c'è
altro da fare che tornare», e tornammo indietro. Ma
a Hotsk non ci lasciarono più stare e così andammo
dall'altra parte del fiume, a Idrija, e trovammo posto nella casa
dove era nata la mamma. Arrivammo
a Idriia verso la fine di settembre e già c'erano i tedeschi.
Erano soldati del genio che tagliavano gli abeti per fare il ponte
attraverso l'Isonzo. Io
parlai con loro, quella volta. Avevo undici anni e gli chiesi se potevo
prendermi quello che rimaneva del taglio, che era buono da bruciare. Loro
mi risposero «sì, sì», che potevo pure prendermelo, e così, con un
carrettino, ho portato a casa tanta di quella legna! All'avvicinarsi
dell'offensiva dicevano: «Fra tre giorni andiamo avanti»; erano proprio
sicuri di quell'avanzata. Subito dopo che i soldati erano partiti, io e mio padre siamo ritornati a Tolmino ». Note
1 «I pofughi
dei villaggi dell'alta valle dell'Isonzo si raccolsero dapprima in quattro
stazioni di sosta: nella conca di Breginj, nel comune di Kred, ad Azzida
nelle valli del Natisone ed a Jevscek. La sosta in queste stazioni si
rivelò più lunga del previsto: si protrasse infatti per alcuni mesi o
addirittura per tutta la durata dei combattimenti sul fronte dell'Isonzo».
Petra Svoljsak , 1997, La
popolazione civile nella zona di guerra in "Grande Guerra e
popolazione civile, vol. 1 - Caporetto", (pp. 251-252). 2 Sull'uso del'oro come ultima spes de profughi per sopravvivere negli anni dell'esilio, le testimonianze sono numerosissime.
© 1997 -
dal libro Grande
Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto |
|
|
Questo sito — online dal 15 giugno 2000 — è stato ideato, messo in rete e curato da Libero
Pavan |
|
| Ultimo
aggiornamento
27/02/09
|
|