Alto Isonzo, l'esodo dei civili sloveni nel 1915

 

 

Testimonianze raccolte da Camillo Pavan

Janez Fon (Ladra presso Caporetto, 1904)

 

 

«A ordinarci di partire è venuto un militare, una mattina verso le nove. «Dovete andar via da casa per due ore», disse. Io ero vestito da lavoro, avevo gli zoccoli di legno; le scarpe le avevamo sotterrate in cantina. Quella volta lì non abbiamo avuto nemmeno il tempo di cambiarci, perché ci hanno detto di partire subito, che tanto dopo due ore saremmo ritornati a casa. Così io sono partito senza giacca e con gli zoccoli di legno; se invece ci avessero detto che si doveva stare via per tanto tempo, mi sarei preparato, avrei preso la giacca. Invece quelle due ore sono durate due anni e mezzo 1!

Hanno detto che eravamo delle spie e ci hanno fatto andare alla volta di Kred, su in quei paesi lì, verso Breginj (…)

Da Breginj ci portarono a Udine con i camioni militari. A Udine ci misero in un teatro, dove continuava ad arrivare gente dei nostri paesi. Quando fummo abbastanza da riempire un treno ci portarono alla stazione e ci fecero partire. Il viaggio durò una settimana, finché arrivammo in provincia di Salerno, a Cava dei Tirreni, e in particolare in un paesetto in alto che si chiamava Corpo di Cava».

 

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Alojz Melihen (Srpenica, 1908)

 

 

«Dopo non so quanti giorni di preciso, ma mi sembra un paio di settimane, abbiamo dovuto lasciare Srpenica e come prima tappa ci portarono ad Azzida, vicino a Cividale. Vennero a prenderci con le prolunghe di artiglieria, con quei carri, i trattori, le carrette attaccate ai muli. Noi mettemmo un baule sopra un carro, consegnammo le chiavi ai carabinieri, e via. Eravamo io, la mamma, mia sorella (che è ancora viva, ed è sposata ad Alba di Cuneo) e un fratellino più piccolo. Il papà invece con altri uomini di Srpenica, di Æaga, di Log di »ezsoπki, ecc… dovette accompagnare le mucche e le greggi di pecore sulla strada, fino ad Azzida 3. Nessun poté rimanere nei nostri paesi, dove invece vennero a stabilirsi dei civili di Resia, che erano considerati più fidati. 

Noi avevamo tre capi di bestiame, un torello che mio padre teneva da parte per ucciderlo più tardi se ce ne fosse stato bisogno, e due vacche; avevamo anche due maiali che i soldati durante il viaggio misero dentro a delle casse sopra cui sbadatamente stesero dei tendoni, così quando arrivammo ad Azzida i maiali erano morti, soffocati. Ad Azzida mio padre vendette subito il torello e una vacca, mentre l'altra che aveva il latte la portavamo a pascolare lungo il Natisone, poi mio padre tutti giorni la mungeva.

Ad Azzida siamo stati lì un mese, con il sindaco e tutto il paese; dopo ci portarono a Genova (…)».

 

 

Mirko Rakuscek (Dreznica, 1909)

 

 

«Passarono pochi giorni e arrivò l'ordine per gli abitanti di Dreznica di trovarsi tutti allo spiazzo che c'è all'inizio del paese. Lì ci avrebbero detto cosa fare. E l'ordine fu semplice: «Domani a quest'ora, via tutti!».

Avevamo in stalla due cavalli e forse un cinque vacche; poi il maiale e le galline… e quando siamo tornati dalla piazza dove ci venne dato l'ordine di evacuazione, le galline non c'erano più e il maiale era già stato ucciso. «Sa come sono i soldati, i soldati non pensano altro che a mangiare!».

Il giorno dopo ci siamo presentati al punto di raccolta e abbiamo lasciato a casa tutto, le vacche, i cavalli e tutto e i militari non ci hanno dato niente, nessuna 'carta', niente… «così è la guerra!».

Ci hanno fatto scendere a Caporetto e da Caporetto ci hanno portati a Podbela. Eravamo in nove fratelli e con noi c'era solo la mamma e uno zio vecchio. Mio papà era soldato, con l'Austria, proprio qui, sul monte Vrsic, sopra malga Zaprikaj.

A Podbela siamo rimasti un paio di mesi. Altri paesani invece sono stati a Breginj  e a Borjana, tutti da quelle parti, comunque. Poi, siccome nella nostra famiglia eravamo solo bambini, la mamma e uno zio vecchio, ci trasferirono in Bassa Italia, provincia di Avellino, a Candida.

Le famiglie invece che avevano ragazzi più grandi o uomini ancora in grado di lavorare sono rimaste in quei paesi, a costruire la strada che da Breginj porta allo Stol.

«Anche la mia famiglia è sempre rimasta a Breginj», ricorda la moglie Lojzka. «Noi bambini andavamo a scuola e i militari ci davano da mangiare a mezzogiorno e alle quattro. Come maestro avevamo il parroco.

Ma c'erano due preti: uno faceva scuola, e l'altro ci insegnava a cantare, in italiano. E poi dopo la guerra, quante volte è venuto a trovarci, noi bambine che avevamo imparato a cantare!»2.

 

 

Yulka Masera (Livek/Luico, 1910)

 

«Gli italiani hanno detto agli abitanti di Livek che dovevano andare via subito. Allora mio padre ha preso la tovaglia della tavola, ha fatto un fagotto e dentro vi ha messo la roba per i bambini, i vestiti; e siamo partiti. Eravamo quattro fratelli e io ero la più grande.

Siamo andati a Breginj e vi siamo rimasti per più di due anni (…)».

 

 

Darinka Pirc (Bovec/Plezzo, 1910)

 

 

«Alla messa di Pentecoste il parroco aveva avvertito i paesani che, questione di pochi giorni, sarebbe scoppiata la guerra. A casa nostra il papà, che era del 1883 e di mestiere faceva il fornaio, era già stato richiamato da qualche tempo, e lavorava ai forni militari su a Log pod Mangartom. Per questo mia mamma sapeva benissimo che ci sarebbe stata la guerra, ed ebbe tempo di ordinare tre-quattro bauli e di mettervi dentro tutta la biancheria.

Ricordo molto bene quando siamo partiti. Eravamo tre figli: io ero la più grande e avevo cinque anni, mio fratello ne aveva tre e la sorellina più piccola aveva tre mesi. Alojz Janez, il nostro servitore, aveva praparato il cavallo e il carro, un carro agricolo. Caricò i bauli e qualche materasso e poi ci fece salire. Andammo su verso Predil e giungemmo in giornata a Tarvisio, dove ci aspettava una zia, Terezija, che era ricca di famiglia, stava bene, perché aveva una macelleria».

 

Marija Leban (Gabrje, 1910)

 

«Arrivò un uomo con una tromba a dirci di andar via dal nostro paese. Non ci siamo portati via niente, siamo partiti così come eravamo vestiti. La prima notte da profughi l'abbiamo passata nel bosco; poi siamo arrivati in un paese su nel monte, sopra Tolmino, a Cadrg. Vi siamo rimasti un mese e anche di più, finché abbiamo dovuto lasciare anche quel posto e siamo andati a prendere il treno a Podbrdo, camminando a piedi attraverso la montagna. Da Podbrdo siamo andati in treno fino in Austria, a Ledenitzen».

 

Amalija Kanalec (Tolmino, 1907)

 

«Siamo partiti da casa il 26 luglio 1915. Io avevo appena finito la seconda classe. La guerra era già iniziata da due mesi, ma fino ad allora non era stato necessario andarsene, perché ancora a Tolmino non la si sentiva, non sembrava che ci fosse pericolo, era tutto tranquillo. Gli italiani si erano fermati a Volce (Volzana) e sull'Isonzo; c'era il ponte che divideva gli italiani dagli austriaci.

In casa eravamo sette fratelli, da soli; la sorella più vecchia aveva sedici anni, poi c'era un fratello di quindici, un'altra sorella di tredici, io ne avevo otto, un'altra quattro, un altro ancora due e la più piccola aveva un anno.

Il papà era morto il 4 marzo 1914 per le conseguenze di un incidente sul lavoro. Lui era carrettiere, trasportava merci con carro e cavallo da Gorizia a Tolmino. Successe che in una salita i cavalli di mio padre non ce la facessero da soli ad andare avanti, allora lui si fece prestare un altro paio di cavalli da un collega e mentre armeggiava per mettere sotto tiro questi due cavalli, il carro si spostò e le stanghe lo colpirono al fegato. Visse ancora due anni, fu ricoverato a Trieste dove avevamo una zia che faceva l'infermiera, ma poi morì.

Mia mamma invece si era appena ammalata di tifo. Siccome prima della guerra con l'Italia c'era la guerra dell'Austria con la Serbia, Giuseppe un nostro zio, fratello del papà, era andato soldato da quelle partì; vi ritornò ammalato di tifo e lo attaccò alla mamma. La mamma venne dapprima portata all'ospedale di Gorizia, poi, siccome anche lì c'era pericolo perché era vicino al fronte, venne trasportata in un ospedale della Cecoslovacchia, non so in che città. Rimase via per un anno e mezzo e noi non sapevamo nulla di nostra madre, non sapevamo neanche dove fosse quest'ospedale. Finalmente nostra zia infermiera, attraverso i medici dell'ospedale di Trieste, venne a sapere che nostra madre era guarita, ma che non la lasciavano ancora tornare a casa perché c'era la guerra in corso.

Si figuri che quando abbiamo dovuto abbandonare la nostra casa eravamo completamente soli!

Vennero quelli del municipio a dirci di partire, e ci lasciarono poco tempo. Cosa si può portare via, così in fretta? Poco o niente; quello che ci sta in una valigia, cioè niente. Rimase ancora tutto a casa, quando partimmo, e poi ci hanno anche rubato quasi tutto, sa…

D. Chi ha rubato?

R. Mah, chi sa! Il fatto è che, anche se il paese era stato evacuato, dentro vi rimasero sempre dei civili. Non proprio famiglie intere, ma qualcuno c'era sempre in paese. Solo quando ci fu l'ultima offensiva, tutti furono costretti ad andarsene.

Anche mia sorella più grande, Sofija, rimase a casa, ma non proprio stabile, andava e veniva, così salvaguardava un po' la roba, altrimenti sarebbe sparito proprio tutto. Sicuramente la nostra roba ci è stata portata via da gente rimasta a Tolmino, in particolare c'era un nostro vicino di casa che rimase in paese per molto tempo ancora dopo che noi ce n'eravamo andati. Pensiamo che sia stato lui, anzi ne siamo sicuri; ma non ne abbiamo le prove.

Quando siamo partiti, nel luglio del 1915, ognuno se ne andò per conto proprio. Noi che avevamo i cavalli ricordo bene che siamo andati fino alla stazione di Most na Soci (Santa Lucia d'Isonzo), qui vennero i militari a prenderci i cavalli e noi proseguimmo in treno fino a Podbrdo, dove ci prese con sé lo zio Lovrenc, fratello della mamma».

 

 

Ivan Leban (Tolmino, 1906)

 

«Dopo il 24 maggio gli italiani sparavano ogni tanto dal monte Jeza, e ai primi di giugno una volta è stato colpito il muro della nostra casa, quello che dà sulla strada.

Gli austriaci intanto avevano costruito delle baracche giù verso la Tolminka, in un posto che si chiama Dvor, ma che noi in dialetto chiamiamo Pod Dorom. Lì le granate sparate dallo Jeza  non cadevano, passavano tutte sopra.

Gli italiani erano arrivati fino all'Isonzo, al cimitero di San Daniele e a quella casa isolata che c'era vicino al ponte (e che c'è ancora). Su quella casa gli austriaci non sparavano mai perché pensavano che non ci fosse nessuno. Invece c'erano gli italiani che con i cannocchiali guardavano a destra e a sinistra.

Dalla parte di Tolmino, vicino al fiume c'erano degli alberi da frutta molto belli, ma gli austriaci, per evitare che gli italiani passassero senza farsi vedere li tagliarono tutti.

A giugno del 1915 la nostra famiglia era ancora a Tolmino. Lo ricordo perché una volta con un mio amico siamo andati nella campagna in cerca di una certa uva che matura già in giugno, e abbiamo dovuto farlo di nascosto, perché c'erano i soldati austriaci che ci mandavano via. Non si trattava proprio di uva, ma di un frutto azzurro, con grani piccoli e un grappolo un po' allungato. I granellini sono tanti, piccoli e un po' aspri. Non si vede dappertutto quest'uva; in Italia non l'ho mai vista, e in sloveno si chiama Svetega Ivana grozdje, cioè uva di San Giovanni. [Ribes. N.d.A.]  

Quando ci costrinsero ad andar via da Tolmino andammo ad Hotsk, vicino a Idrija presso Baca (Baccia), in riva all'Idrijca».

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Note

 

1 Per comprendere il clima che regnava al momento dell'esodo da un paese, questa volta dall'altra parte del fronte, in Trentino, per ordine delle autorità austriache, è particolarmente efficace la testimonianza riportata in La città di legno, Profughi trentini in Austria 1915-1918, 1981, a cura di Diego Leoni e Camillo Zadra (…), a pag. 30: « (…) il capo comune è stato avvisato dai gendarmi che entro un'ora la popolazione doveva lasciar libero il paese. Lascio pensare a voi lo sgomento che ha creato questa ordinanza; in un'ora dover lasciare il paese. Io mi ricordo solo un disastro davanti ai miei occhi. Chi nascondeva, portava giù in cantina le cose più di valore, chi urlava, chi gridava. A un certo momento io mi ricordo delle persone che avevo sempre giudicato a posto con la testa, facevano delle cose come chi ha perso il bene dell'intelletto.

Mi ricordo un anziano che dava colpi con la testa su un muro di fronte e parlava fra di sé, delle persone che urlavano… non so, non so come descrivere un disagio del genere. So soltanto che non c'erano altro che grida in tutto il paese».

2 Il ricordo di questo prete che a Breginj insegnava a cantare in italiano, è tuttora molto vivo fra chi è stato profugo in quel paese. Non era un sacerdote locale; si trattava di un cappellano militare italiano, di nome Tellarini. Ricorda il decano di Caporetto Franc Rupnik che, dopo l'ultima guerra, don Tellarini ritornò diverse volte a visitare Breginj e a salutare le sue ex allieve, quelle che erano bambine durante la prima guerra. Trovandole invecchiate, commentava con il parroco di Breginj Franc Dole: «Ah, ma come sono diventate vecchie! ». E il parroco, di rimando: «Ma non è mica più giovane neppure lei».

Camminando poi per il paese e per i dintorni, il vecchio Tellarini era solito esclamare, portandosi le mani ai capelli: «Eh, ma questo benedetto Mussolini, che belle terre che ci ha fatto perdere!».

 

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© 1997. Dal libro Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto

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Ultimo aggiornamento 27/02/09