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L'Alto
Isonzo fra le due guerre
Testimonianze
raccolte da Camillo Pavan |
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Andrej Slavko Masera (Caporetto - 1906) «Alla fine della guerra gli italiani ripresero possesso di Caporetto. Ritornò il benessere, perché c’era roba da comprare e da vendere. Ma loro si comportavano da forza di occupazione e noi li consideravamo come tali. Gli italiani sospettavano ancora che ogni abitante fosse una potenziale spia. Per un certo periodo, forse due tre anni, le scuole continuarono ad essere slovene, con l’italiano considerato solo una materia da imparare, ma poi queste scuole slovene furono sospese, e funzionarono solo quelle italiane, con il programma completamente in italiano 1. Capisce che andando in questa scuola io non potevo imparare niente. Così mio papà, che poteva permetterselo, mi mandò scuola a Lubiana. Perché può immaginarsi, se lei adesso va in una scuola slovena dove si parla solo in sloveno, lei cosa può imparare? A Lubiana rimasi fino a completare il ginnasio, poi ritornai qui e frequentai il liceo classico a Idrija, adattandomi a parlare l’italiano. Finito il liceo mi iscrissi all’università di Bologna, dove mi laureai dapprima in chimica e poi in farmacia».
Marija Leban (Gabrje, 1910) «Dopo la guerra rimasi in Austria fino al 1940, quando ritornai a Gabrje e trovai da servire nella famiglia di un maggiore italiano. Era proprio un uomo buono, si chiamava Bertanolio Rino, viveva con la moglie e senza figli e mi trattava molto bene. In precedenza ero stata a Istambul a servizio in casa del console italiano, di cui non ricordo il nome. Mi ricordo invece il nome dei suoi quattro figli: Olimpia, Elena, Armando e Renato. Rimasi tre mesi e visto che non mi pagava andai dal console austriaco, e quello mi disse: «Se non ti paga, vai via». E così ho fatto; sono stata in un convento di suore che mi hanno aiutato e poi ho trovato il maggiore italiano che invece mi dava 90 lire al mese e in più il mangiare, ed era una buona paga. Poi questo maggiore si ammalò, e tornò in Italia. Diceva sempre che quei monti di Tolmino gli avevano «mangiato la salute», perché lui era capo là sopra sul Bogatin, dove c'era una caserma italiana. E prima di andarsene mi disse: «Maria, ti saluto, io vado a Milano, vado a morire». Visse altri sei mesi e poi morì. Nella caserma del Bogatin c'era anche un soldato che mi faceva la corte. Io non ero ancora sposata e il soldato si chiamava Rizieri Domenico. Mi diceva: «Maria, vieni con me, ci sposiamo». Lui era di Rovigo, era contadino. Ma io avevo già un altro giovane del posto, un calzolaio, che mi faceva la corte, e mi sposai con lui. E nel 1943, quando gli italiani se ne andarono, nacque mia figlia». Amalija Kanalec (Tolmino, 1907) «Finché c'erano i militari, gli italiani ancora ancora si comportavano bene, ma quando sono venuti i fascisti, hanno iniziato questi arresti, questi maltrattamenti. Allora non si poteva più vivere. Io avrei potuto con il mio misero studio trovare posto in qualche ufficio, ma i fascisti hanno cercato di mettere soltanto la loro gente, tutta gente venuta da fuori. Così tutti i nostri sono fuggiti, chi in Jugoslavia, chi in altri paesi, perché qui non trovavano lavoro, e magari se qualcuno protestava veniva anche picchiato. Per guadagnare qualche lira l'unica era andare via. Sono andata a lavorare a Milano, Roma, Trieste; in tutto vent'anni fuori di casa. Sono partita quando avevo 17 anni e mezzo, nel 1924, e sono ritornata nel 1944. In quell'anno ero a Trieste, a servizio in casa di un grosso commerciante, si chiamava Loran[…], lui era viennese e lei era di Berlino. Era gente veramente molto buona, mi trovavo come in famiglia. Mi davano duecento lire al mese, e per quegli anni era una paga superiore. Così aiutavo a casa, a Tolmino; perché qui c'era la miseria». Ivan Leban (Tolmino, 1906) «Dopo la guerra continuai le scuole, e siccome a Tolmino c'era l'istituto magistrale, nel '20-'21 ho fatto il corso preparatorio e dal 1922 al 1926 frequentai l'istituto, senza però prendere il diploma. I fascisti erano contrari a noi e quindi dovetti preparmi per la maturità quattro volte. La quarta volta andai a Udine a far l'esame e devo dire che in quell'occasione ebbi molta fortuna. Il professore mi chiese: «Che concetto aveva Dante Alighieri riguardo alle lingue?». — Lei lo sa? [rivolto all'intervistatore] — Sì… — Che concetto aveva? — Non mi ricordo più adesso… [!] — No, non lo sa lei, no…! Quando all'esame mi fecero questa domanda io mi ricordai del nostro professore di Tolmino, che si chiamava Calvi e aveva approfondito la questione. Così risposi «Dante Alighieri scrisse un libro intitolato De vulgari eloquentia e in questo libro parla di tutti i dialetti italiani, compreso l'istriano. Condanna tutti e dice che bisogna parlare una lingua che è comune a tutti, che è la lingua volgare». «Signori», disse il professore rivolto ai colleghi, «Questa domanda l'ho già fatta a quattro candidati, ma nessuno ha saputo rispondere». Fu così che venni finalmente promosso, dopo quattro tentativi. Tutti i miei compagni di scuola non sono invece riusciti a prendere il diploma, perché i fascisti erano contrari, non volevano assolutamente. Dopo, due anni ho partecipato a Trieste al concorso, superandolo. Dopo il concorso mi mandarono in Calabria, ma lì non avevano un posto per me. Devo dire che c'è stato un provveditore, a Bologna, che mi trattò bene. Quel provveditore è stato abbastanza buono, non chiese neanche che mi mettessi la camicia nera, perché io non me la volevo mettere. Si chiamava Crocioni e anche lui era contrario ai fascisti. Dapprima mi diede un posto vicino a Ferrara, ad Ostellato, ed eravamo due metri sotto il livello del mare. Lì una volta sono svenuto; perciò chiesi il tasferimento: «Mandatemi anche sotto il monte Cimone, purché ci sia aria buona». Mi mandarono in montagna, in provincia di Reggio Emilia a trenta chilometri dal capoluogo, a Paullo. E lì sono anche diventato partigiano. I tedeschi mi arrestarono due volte: due miei scolari sono stati anche fucilati. Siamo stati presi in cinque, e due miei scolari che avevano venti anni sono stati ammazzati, il giorno successivo. Anch'io rischiavo di essere fucilato, ma ho avuto fortuna. In quel periodo avevo studiato il tedesco ogni giorno perché pensavo: «Se i tedeschi mi pigliano in qualche rastrellamento, almeno saprò dire qualche cosa». Così, quando mi pigliarono e ci fu l'interrogatorio gli dissi: «Sapete, io non sono mica italiano, ma sono — non sloveno, guai dire sloveno! — io sono tedesco, sono nato nell'Alto Adige, nel Tirolo; scrivo in tedesco, leggo i giornali tedeschi; mio padre era tedesco e mia madre invece era italiana, e l'educazione l'ho ricevuta dalla mamma». Allora chiamarono un maestro che era stato maggiore dei fascisti e gli chiesero: «Ditemi chiaro se questo maestro è tedesco, sì o no». Per fortuna quell'ex ufficiale non mi voleva male e rispose: «Mah, forse lo sarà», anche se sapeva bene che ero dalla provincia di Gorizia. Così me la sono cavata. Un'altra volta mi presero nel '44, il 4 luglio 1944, mi ricordo ancora il giorno, e neppure questa volta mi successe niente. Li avevo trovati in osteria, questi tedeschi, ma parlavano in ucraìno, russo. Allora io capivo un pochino il russo e dissi loro che l'Ucraìna era molto ricca (bogata). E uno mi rispose che sì, l'Ucraina era bagata; gli assomiglia, vero? E poi continuò: «Finché avrò queste armi combatterò contro Stalin. Otto anni sono stato in Siberia». Intervenne anche un altro soldato, dicendo che lui era stato due anni in Siberia. Poi mi portarono dal comandante tedesco, che per fortuna mi lasciò libero. E sì che era terribile. Aveva fatto bruciare un'osteria (un hotel) nelle vicinanze di Paullo, a cinque chilometri, con dentro quaranta persone, tutte bruciate. Aveva dato fuoco a un barile di benzina e solo il padrone della casa riuscì a salvarsi, nascondendosi nel camino. Poi si salvò anche una bimba che la mamma buttò a terra dal secondo piano, si ruppe la gamba ma si salvò. Finita la guerra, ritornai a casa, e questi comunisti, terribili erano! Ero stato via, confinato per 13 anni in Italia, fino in Calabria, (tra il '30 e il '35 tutti i maestri slavi sono stati mandati nell'interno dell'Italia) e invece di darmi un bel posto, mi mandarono nel peggior posto della provincia, in montagna. Mi mandarono in un paese sopra Baca (Baccia), a Buhovskij Vrh, era a 800 metri di altezza, e lì rimasi per un anno e dovevo anche andare in due scuole: per tre giorni insegnavo a Buhovskij e per due giorni a Zakojca. A dire il vero di quest'ultimo posto ho un bel ricordo, perché avevo organizzato un gruppo di canto corale e alla fine dell'anno mi regalarono un libretto dove ogni cantante mi aveva dedicato una poesia per ricordo; se vuole glielo mostro… Chiesi di insegnare soltanto in una scuola. «Va bene», han detto i comunisti, «se non volete rimanere troveremo un altro», e trovarono un comunista, che però poi si ammalò e non riuscì a restare più di un anno. Poi mi mandarono in un posto qui in montagna sopra Slap, in un paese che si chiama Pecine, e lì sono rimasto fino alla fine, ventidue anni. Dal 1950 al 1960 sono stati anni brutti, per me, perché non mi consideravano per niente, forse perché credevano che io fossi un maestro di vecchio tipo, che non sapeva insegnare con il metodo nuovo, cioè comunista. Mi sono trovato molto male. Posso dire che sono stati migliori i fascisti, di questi, capito 2? Perché i fascisti mi hanno mandato giù in Calabria, però il posto l'ho mantenuto, capito? Mentre questi comunisti mi minacciavano di farmi perdere anche il posto. Non avevo avuto la tessera del fascio, e non avevo quella del partito comunista. Mi guardavano di traverso perché andavo anche in chiesa; i comunisti non volevano avere i maestri che andavano in chiesa, erano contrari alla religione, molto. Qui a Tolmino c'è stata una banda di comunisti, alcuni sono ancora vivi, però adesso hanno paura, non si fanno vedere molto, i vecchi comunisti, si vergognano. E' stata dura, però siamo riusciti a campare lo stesso… E spero di campare ancora. Adesso aspetto la pensione italiana; non ho avuto ancora niente dall'Italia. Ho fatto domanda tante volte per gli anni che ho lavorato in Italia. Sono stato a Trieste due anni fa e mi hanno detto: «Se non sappiamo quanti contributi sono stati versati per lei nel passato non c'è niente da fare», così mi han detto a Trieste due anni fa, nel 1994. Adesso ho trovato un impiegato a Gorizia (lui è di Cormons) che ha promesso di interessarsi del mio caso. Mi ha già preparato i documenti del provveditorato di Reggio Emilia, però invece di mandarli a Trieste li ha mandati a Gorizia. Così adesso i miei documenti parte sono a Gorizia e parte a Trieste, e proprio non so cosa fare. Mi hanno detto: "C'è da aspettare…" ». Note 1
Maks Miklavic (Caporetto, 1898) in una sua intervista alla Domenica
del Corriere del 10 novembre 1977 così sintetizza il programma di
italianizzazione forzata: : «Finita la guerra vennero gli italiani, e
subito imposero che i ragazzi a scuola studiassero … [l'italiano]. Se
uno si azzardava a parlare in sloveno c’era una multa di cinquanta
centesimi». Tale metodo coloniale non era peraltro nuovo, essendo
stato in precedenza utilizzato con gli oltre trentamila abitanti dei
comuni delle Valli del Natisone (Slavia Veneta), ai quali a partire
dall'annessione del 1866 vennero imposti «gli stessi strumenti
amministrativi e culturali, la stessa organizzazione scolastica e la
stessa lingua che vigevano in tutta Italia, per cui i comuni sloveni
dovettero pagarsi, a loro spese, i maestri che, oltretutto, provenivano da
altre regioni e non conoscendo la lingua parlata dalla popolazione,
trovavano grande difficoltà nel loro compito». (Ferruccio
Clavora - Riccardo Ruttar, Sloveni ed emigrazione. Il caso delle Valli del Natisone, Zveza
Beneskih Izseljencev, 1985, p. 29). Ben diverso era stato invece l'atteggiamento della
Repubblica di Venezia durante i secoli del suo dominio nell'area (dal 1420
al 1797). La Serenissima fu sempre rispettosa della diversa lingua e
cultura degli Slavi delle "Convalli", ai quali anzi, in cambio
dell'impegno da loro assunto di custodire a proprie spese e con i propri
armati (in numero di duecento) i cinque passi di confine (Pulfero, Clinaz,
Luico, Clabuzzaro e S. Nicolò) e di mantenere efficiente la strada di
Pulfero, accordò larga autonomia amministrativa e giudiziaria e
l'esenzione da molte tasse. «Gli Sloveni assolsero sempre il loro compito
in modo egregio e con molto orgoglio, con piena soddisfazione della
Repubblica Veneta che li gratificò più volte col titolo di Fidelissimi».
(Idem,
p. 19). 2
Un'opinione simile è espressa dall'intellettuale e uomo politico
ungherese Miklós Vásárhelyi (Federigo
Argentieri, Budapest 1956, La rivoluzione calunniata, Introduzione di Giancarlo Bosetti,
L'Unità, Roma, 1996, p. 90 e p. 99). «Almeno a Fiume, per come l'ho
vissuto io da bambino, dal punto di vista del terrore e della violenza il
fascismo era forse meno crudele e visibile di quanto non sarebbe stata qui
la dittatura comunista». Vásárhelyi, nato a Fiume nel 1917, cresciuto in
ambiente italiano dove compì parte degli studi, iscritto al Partito
comunista ungherese dal 1939 al 1955, fu attivo dirigente della
rivoluzione ungherese del 1956, al termine della quale venne condannato a
cinque anni di reclusione. Dal 1984 è responsabile della Fondazione Soros
per l'Ungheria. --------------- © 1997, dal libro
Grande
Guerra e Popolazione civile, vol. 1 - Caporetto |
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aggiornamento
27/02/09
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