L'ossessione delle spie


Testimonianze raccolte da Camillo Pavan

Mirko Rakuscek (Dreznica, 1909)

Dopo pochi giorni che erano arrivati, gli italiani iniziarono a dire che in paese c'erano delle spie. Siccome l'orologio del campanile batteva le ore, subito il comandante disse che questo era un segnale per il nemico. E allora presero il parroco, che si chiamava Joseph Kalin e il papà di mia moglie, Joseph Kurincic, che era il sindaco. Li considerarono spie e li portarono giù a Caporetto, dove già erano pronti a fucilarli 1. Per fortuna che intervenne un uomo lì di Caporetto, che adesso è morto da un pezzo, e disse al comandante italiano: "Guardi, io sono contrario a questi due, sono di un partito avverso, ma vi dò la mia parola che sono uomini per bene, non sono spie". E così furono lasciati liberi: il papà della moglie andò profugo a Breginj (Bregogna) e il parroco venne profugo con noi, in Italia. (…)
Voglio adesso raccontarle una storia, per farle capire com'era il clima qui in paese, nei primi giorni della guerra. 
Sarà stato il 1929 o il '30. Io avevo qui sotto, su un ruscello, un mulino per macinare il granoturco e andai ad Azzida, vicino a Cividale, a comprare delle pietre per macinare, perché il padrone di quel mulino cambiava da pietra a elettrico, e così riuscii a comprare le macine per pochi soldi. Concluso l'affare cercai un uomo che sapesse mettermi a posto queste macine e lo trovai in un paesetto vicino a Pulfero. All'epoca non c'erano ancora tutte le auto che ci sono adesso; sono andato giù in bicicletta, a prenderlo, e anche lui venne poi su con la sua bicicletta. 
Piano piano siamo arrivati al ponte di Napoleone. "Caporetto" mi disse "Ah, ostia, adesso mi ricordo che qui sono venuto nei primi giorni della guerra!".
Intanto continuavamo a salire verso Dreznica, con la bicicletta in mano, io da una parte della strada e lui dall'altra.
Era accanito contro l'Austria e contro gli sloveni, aveva come una rabbia; continuava a spiegarmi con precisione i vari posti in cui era stato con i soldati italiani nei primi giorni della guerra. 
"Siamo stati a Dreznica, siamo stati a Ravne, in quella prima casa sotto un ruscello ci siamo fermati. Ostia, a Dreznica c'era un prete che, aveva nascosto dentro nel tabernacolo un telefono, con cui stava in contatto con gli austriaci. E quando ci siamo alzati alla mattina e abbiamo iniziato ad andar su verso la Planina, già gli austriaci erano pronti con la mitragliatrice, bum bum bum bum: era quel prete che gli indicava il posto dove noi ci trovavamo".
Io cominciavo a ridere. "Ma cosa dici, se neanche oggi abbiamo il telefono lassù, come vuoi che avesse fatto il prete quella volta ad avere il telefono nel tabernacolo?". 
E lui insisteva: "Sì che ce l'aveva. Era una spia e poi l'abbiamo fucilato". 
"Ma tu l'hai visto che l'hanno fucilato?". 
"Sì".
"Ma cosa dici, se adesso è ancora vivo!".
Intanto continuavamo a camminare verso Dreznica.
Io ridevo: "Ma sei sicuro di quello che dici?".
"Ma sì, ero proprio presente quando l'hanno fucilato" 2.
"Ma come facevi ad essere presente se oggi quel prete è ancora vivo?".
Allora alla fine mi dice che no, non era proprio presente, ma glielo avevano detto gli ufficiali…
"Beh, allora ho capito", gli risposi. "Se l'hanno detto gli ufficiali si capisce tutto!".
E giunti a Dreznica dissi a quello di Pulfero: "Beh, se vuoi andiamo a trovare quel prete, lui ci darà anche da bere!".



Alojz Melihen (Srpenica, 1908)



"Dopo che arrivarono gli italiani, nessuno poteva più muoversi. (…) Gli uomini e i vecchi cominciarono ad avere paura. Mio papà in particolare, che era ancora giovane ed era a casa perché gli mancava l'occhio, fu sospettato di essere una spia. Lo convocarono in una casa vicino alla chiesa per interrogarlo; gli strapparono il distintivo di Francesco Giuseppe che aveva sulla giacca, perché lui era cantoniere della strada maestra, e un ufficiale lo schiaffeggiò.
C'era un pastore che aveva già portato le pecore su in montagna, in un suo pascolo dove aveva anche un fienile che gli serviva da ricovero per la notte. Era d'accordo con la moglie che per farle sapere che tutto andava bene avrebbe steso un lenzuolo bianco in un determinato posto, cosa che fece. Qualcuno fra i militari notò il lenzuolo e andò su a prendere il pastore, che in seguito a questo fatto venne internato in Sardegna. Il pastore si chiamava Giuseppe. Non ricordo il suo cognome, ma il suo "nome di casa" era Lanc. 
Vennero anche fucilati due soldati dell'esercito austriaco che avevano disertato. Uno era di Trnovo, ed era rimasto in casa fin dall'inizio della guerra. L'altro era di Zaga: era della gendarmeria e, all'arrivo degli italiani, anziché seguire i suoi compagni e ritirarsi nella fortezza di Kluze, si era nascosto in paese. Quando venne dato l'ordine di evacuazione i due militari vennero scoperti. Loro volevano solo scappare dalla guerra, ma gli italiani li considerarono spie e li fucilarono".


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Note


1 "Nei paesi appena occupati ed ostili, i comandi furono presi dall'ossessione dello spionaggio. (…) La psicosi delle spie si diffuse in tutta Italia, ma al fronte ebbe conseguenze più gravi. Scrisse il gen. Rocca che nei primi mesi di guerra si immaginavano spie in ogni luogo e furono ordinate esecuzioni sommarie sopra lievi indizi! Anche Vittorio Emmanuele III espresse la sua preoccupazione per le spie da cui ci si sentiva circondati: "la popolazione oltre confine - aggiunse - che è rimasta nelle case, non ci è amica "". (Piero Melograni, 1969, Storia politica della grande guerra 1915-1918, Laterza, Bari, (Prima ediz. UL, 1977, pp. 30-31).
2 La leggenda del prete spia, con il telefono nascosto nel tabernacolo, è ripresa anche da Del Bianco, La guerra e il Friuli, vol. 2°, p. 30; con una variante, però: che il prete venne scaraventato dagli alpini giù dal campanile. 
Il ruolo primario dei preti, in queste "false notizie", era dato per certo pure nel fronte occidentale . Scrive Marc Bloch: "Fin dai primi combattimenti, quando fra le truppe d'assalto e le retrovie si diffusero quegli atroci racconti che, secondo la pesante espressione dello Hannoversche Courier facevano apparire "i belgi di entrambi i sessi come bestie assetate di sangue", in questa sinfonia discordante di dicerie e di imposture, fu possibile notare che un tema si distingueva dall'insieme con maggiore nettezza: alla testa delle spie, dei franchi tiratori, di coloro che massacravano i feriti, delle incendiarie, l'immaginazione dei soldati collocava i preti". (Marc Bloch, La guerra e le false notizie, Donzelli, 1994, pp. 94-95)

 

© 1997 - dal libro Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto

 

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Ultimo aggiornamento 27/02/09