L'arrivo degli italiani nell'Alto Isonzo all'inizio della guerra  

 

 

Testimonianze raccolte da Camillo Pavan

Andrej Slavko Masera (Caporetto, 1906)

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«Ricordo quando sono arrivati i bersaglieri italiani; io ero bambino, avevo nove anni, e all’epoca Caporetto era sotto l’Austria.

Qui vicino alla nostra casa c’era una caserma e, alla mattina del 23 maggio 1915, verso le dieci 1, cominciò a suonare una tromba, e continuò per diversi minuti. Noi bambini non riuscivamo a capire cosa fosse quel segnale, perché prima non l'avevamo mai sentito; finché arrivò mio padre che disse: «Questo è un allarme, vuol dire che qualcosa è successo». Allora un anziano si incamminò verso la caserma, per vedere cosa fosse successo e poco dopo ritornò dicendo: «L’Italia ha dichiarato guerra all’Austria». 

Ci fu una gran confusione. Qualcuno cominciò a piangere. Ci si chiedeva: «Cosa sarà di noi?».

La notte del 23 maggio trascorse tranquilla. Andammo a dormire regolarmente e il 24 attendemmo che arrivassero le truppe italiane. Ma non si vedevano ancora arrivare… e pensare che se fossero stati svelti avrebbero potuto prendere nel sonno tutti i soldati austriaci! Ma per la verità questi erano ben pochi, erano quelli della Territoriale 2.

Per tutto il 24 non arrivò nessuno: si fermarono laggiù a Idrsko. Qui a Caporetto gli italiani arrivarono il 25 maggio  3.

Io ero davanti casa, assieme a mio padre. A un certo punto mi misi a gridare: «Papà, papà, guarda quante donne in bicicletta stanno venendo avanti».

Non avevo mai visto una cosa simile, tante piume. Ma mio padre mi disse: «Non sono donne, sono i soldati italiani!» 4.

Erano i bersaglieri, che avanzavano piano piano dirigendosi verso il ponte sull’Isonzo, il “ponte di Napoleone” (ma non era di Napoleone, perché era stato costruito dalla gente del posto ancor prima che Napoleone arrivasse).

Il ponte però era già stato fatto saltare dagli austriaci, che si erano ritirati di là del fiume lasciando sparpagliati sui rilievi, seminascosti dai cespugli, solo dei fantocci vestiti da soldato 5.

Con l’arrivo degli italiani se ne andarono soltanto due-tre impiegati dello stato. Gli altri abitanti di Caporetto rimasero invece tutti in paese. La gente era preoccupata, aveva paura che succedesse qualcosa di grave, perché il fronte si era stabilito poco lontano, dall’altra parte dell’Isonzo, sopra Dreznica, sul Monte Nero e Monte Rosso. Invece si sentivano i colpi di cannone solo quando c’era tempo buono e il vento spirava da quella parte. Per il resto era tutto tranquillo.

Caporetto fu il primo paese i cui abitanti rimasero sul posto. Le altre località vicino al fronte furono invece sgomberate, una parte dagli austriaci e una parte dagli italiani».

 

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Yulka Masera (Livek, 1910)

 

 

«I bersaglieri sono arrivati a Livek dalla strada del monte Bréza, e quando sono arrivati non c'era nessun soldato ad aspettarli.».

 

 

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Alojz Melihen (Srpenica, 1908)

 

 

«Gli italiani arrivarono a Srpenica il 24 maggio, appena dichiarata la guerra all'Austria, provenienti da Uccea6. C'erano bersaglieri, alpini e soldati di tanti altri corpi, che allora non riuscivo a distinguere perché ero un bambino di sette anni.

Ricordo che nel nostro paese c'erano molti alberi da frutta, meli, peri, prugni e ciliegi. Gli italiani vennero con i muli e li legarono agli alberi. Al mattino dopo, quando ci svegliammo, gli alberi erano già tutti spellati, perché si sa come sono i muli: avevano mangiato tutta la corteccia.  (…)

Dopo che arrivarono gli italiani, nessuno poteva più muoversi, ma io che ero bambino andavo lo stesso dalla nonna, che abitava a un chilometro e mezzo da qui verso Trnovo, in una casetta isolata. Passavo in mezzo ai soldati che mi gridavano: "Ciao bocia … vieni qua, bocia!" Sa come si fa da militari. Qualcuno mi prendeva anche in braccio, perché magari era anche lui un papà. Una volta mi misero in testa un cappello da bersagliere, e si vede che chi me l'aveva messo l'aveva rubato a un altro bersagliere, perché poi qualcuno mi prese il cappello e mi diede anche uno schiaffo.

Gli uomini e i vecchi cominciarono ad avere paura. Mio papà in particolare, che era ancora giovane ed era a casa perché gli mancava l'occhio, fu sospettato di essere una spia.

Nei primi giorni della guerra i ragazzi che avevano più di quindici anni e gli uomini ancora in grado di  lavorare, dovevano portare il rancio ai soldati su sul Polovnik, con una sentinella davanti e una dietro. Poi gli italiani costruirono una funivia (con cui portavano anche pezzi di artiglieria leggera) e non ci fu più bisogno di loro».

 

 

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Mirko Rakuscek, (Dreznica, 1909)

 

 

 «I primi ad arrivare sono stati i bersaglieri, quelli col cappello con le piume. Io ero qui sopra con altri bambini, appoggiato ad una ringhiera e li vedevo venir avanti per le nostre strade che allora erano strette, un metro e mezzo o poco più, e con i muretti di sassi ai lati. Poi andarono su per la montagna, piano piano, e ogni tanto si sentiva uno sparo degli austriaci 7.

Gli italiani salivano con paura, pensavano che ce ne fossero chissà quanti di austriaci, ma su tutto il Monte Nero ce ne saranno stati si e no dieci, tanto che poi si disse che se quella volta gli italiani avessero avuto più coraggio sarebbero potuti andare fino a Vienna!

Dopo i primi bersaglieri, continuavano ad arrivare altri soldati; truppa e truppa, tutti a piedi, perché non c'erano le strade come oggi. C'erano soldati dappertutto, tutto pieno di italiani. Qui un militare, là un militare, dappertutto militari; casa nostra tutta piena di militari.

E io quella volta ero sul campo, a 'dar terra' al granoturco [ricorda Lojzka, classe 1908, moglie di Mirko]. Saranno state le quattro del pomeriggio quando vidi arrivare dalla strada di Caporetto tutti questi soldati. Poi alla sera, ritornata a casa, tutto il paese era già pieno di soldati.

Dopo pochi giorni che erano arrivati, gli italiani iniziarono a dire che in paese c'erano delle spie.  (…)».

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Ivan Janina (Volarje ,1906)

 

«Io ho sempre abitato in questa casa, e quando è iniziata la guerra siamo rimasti qui per più di un mese. Poi metà del paese è andata in Italia mentre noi siamo andati in Austria; e meglio sono stati quelli che sono andati in Italia, ma quella volta non si sapeva.

Nei primi giorni qui a Volarje c'erano gli austriaci. Erano qualche pattuglia e guardavano con il cannocchiale l'acqua dell'Isonzo dove gli italiani si facevano il bagno.

Gli italiani arrivarono dopo qualche giorno e noi andavamo sulla strada a guardarli passare. Sono venuti da Livek, da Caporetto, da Kamno. Sono passati i bersaglieri in bicicletta e sono andati avanti su questa strada fino a Dolje, ma lì c'erano gli austriaci e sono tornati indietro, fermandosi qui a Volarje.

Fino a quando noi civili siamo rimasti in paese, a Dolje ci sono sempre stati gli austriaci, e a Volarje gli italiani. A Gabrje invece un giorno c'erano gli italiani e un giorno c'erano gli austriaci, era ancora incerto.

Gli italiani, appena arrivati a Volarje, hanno tentato di salire su per il Mrzli Vhr (…)

Di italiani ce n'erano di buoni e di cattivi, però quando sono arrivati avevano sempre il fucile puntato contro la popolazione. Ricordo che una volta due di loro che venivano dalla Benecìja (Slavia Veneta) parlarono anche in sloveno con mia mamma… ».

 

Note

 

 

1 Poiché la dichiarazione di guerra fu consegnata dall'Italia all'Austria alle 15,30 del 23 maggio, è evidente che il testimone si confonde di un giorno. Risulta invece esatta la data dell'ingresso degli italiani a Caporetto. Il comunicato ufficiale, firmato Cadorna, nel «Riassunto delle operazioni del 24 maggio - Lungo la frontiera friulana» afferma che Caporetto fu occupata già nel 1° giorno di guerra: «Le nostre truppe sono avanzate ovunque in territorio nemico, incontrando debole resistenza. Vennero occupati  Caporetto, alture tra il Judrio e l'Isonzo, Cormons, Versa, Cervignano e Terzo. Il nemico si ritira, distruggendo ponti e incendiando casolari». (Cfr. I bollettini della guerra, ed. Alpes, p. 5 e Corriere della Sera, 26 maggio 1915). Però la più dettagliata Relazione ufficiale italiana (vol. II, 1, p. 57) precisa che il 24 maggio la Divisione bersaglieri comandata dal ten. gen. Raspi raggiunse solamente «il margine della conca di Caporetto (Borjana - Robic - falde nord del Matajur) e Luico». [Corsivo dell'A.]

2 Anche Del Bianco, La guerra e il Friuli (vol. 1° ,  pp. 309-310)  conferma che «tutta la zona da Caporetto a Tolmino si trovava il 24 Maggio completamente sguernita, e da Tolmino al mare, tranne qualche gendarme e pochi doganieri, non vi erano truppe». Il servizio informazioni degli italiani, invece, sulla base di voci incontrollate, si era fatto l'opinione che, subito di là del confine, ci fossero forti concentramenti di truppe nemiche. Fu questo il motivo, ad esempio, per cui la divisione di Cavalleria che da Palmanova il primo giorno di guerra avanzò in direzione di Gorizia, si spinse solo quattro-cinque km oltre il confine, e poi si fermò pur senza aver incontrato alcuna resistenza «tranne qualche intoppo lungo la strada, costituito da alberi segati ai margini e poi rovesciati sulla carreggiata, e i radi colpi di fucile sparati da doganieri e gendarmi, che si ritiravano facendo saltare i ponti».

3 Per Del Bianco, La guerra e il Friuli (vol 2°, p. 16) invece gli italiani occuparono Caporetto già nel pomeriggio del 24 maggio. In precedenza, secondo lo storico friulano, si erano fatti incontro ai bersaglieri ciclisti i notabili della valle, che salutarono l'ingresso dei soldati italiani comunicando i sentimenti della popolazione: «ostile agli austriaci, favorevole alla Slavia; tutti essere pronti a collaborare con l'Italia per la redenzione dal servaggio straniero».

Tale versione dell'arrivo italiano a Caporetto contrasta con il racconto fatto nel 1977 al giornalista della Domenica del Corriere Giancarlo Graziosi da un anziano del paese, Maks Miklavic, classe 1898, che ricordava fra l'altro come un generale volesse « ad ogni costo che si esponessero bandiere tricolori, ma noi non lo potevamo fare, perché non avevamo bandiere italiane».

A togliere ogni dubbio sull'atteggiamento delle autorità locali e delle truppe d'invasione si veda la cronaca del parroco di Caporetto Jurij Peternel : « (…) Il 25 maggio verso le 9 circa erano già arrivati dei soldati italiani a Caporetto. Siamo andati a salutarli come rappresentanti della popolazione: il notaio Premru (come oratore), il sindaco Miklavic abitante al nr. 134, il vicesindaco JuretiË al nr. 86, UrsiË al nr. 52, il maestro direttore didattico Bogataj, il signor cappellano Reja e la mia modesta persona.

La sera del 25 maggio hanno già arrestato tutta la sopraddetta deputazione tranne il direttore didattico Bogataj, con il pretesto che alcuni avrebbero nascosto delle armi nelle cantine. Questa accusa si è dimostrata ben presto come una maligna menzogna e alle ore 1 di notte ci hanno lasciati liberi».   

4 Si trattava del 6° Bersaglieri, che entrò in Caporetto il 25 maggio. (Carlo Meregalli, 1994, Grande Guerra 15-18 dal crollo alla gloria, Prefazione di Fulcieri S. Kistler, Ghedina & Tassotti Editori, Bassano del Grappa, p. 47).  

5 Sul comportamento dell'avanguardia italiana scrive Pietro Barbier, 1932, Come si giunse a Monte Nero, pp. 26-27: «L'abitato viene oltrepassato e l'avanguardia si dirige all'Isonzo, ma trova, come era stato annunciato, il ponte distrutto. Si appiatta presso la riva e osserva: nessuno si fa vivo. Ma qualcuno si vede al di là: se gli occhi non ingannano, un gruppo di Austriaci sembra appostato, poco oltre il ponte, ai margini di una macchia boscosa. Lo comanda un ufficiale con la sciabola sguainata, che sembra indicare ai suoi uomini il bersaglio al di qua del fiume. Come mai non fanno fuoco?… Si scopre subito, dopo il primo momento di osservazione, che gli Austriaci hanno collocato là quattro pupazzi di paglia, vestiti in uniforme, nella speranza, forse, di rallentare la nostra avanzata… Una simile ingenuità mette tutti di buon umore».

6 In realtà vi arrivarono un po' dopo, a causa delle note indecisioni dell'esercito italiano nei primi giorni di guerra. Ecco la cronaca per questo tratto del fronte: «[24 maggio] La giornata trascorre senza che si verifichino avvenimenti importanti. Soltanto verso sera si sentono delle fucilate nel settore d'azione del battaglione [alpino] Pinerolo e dall'alto di m. Stol si notano reparti in movimento allo sbocco del vallone dell'Uccea. Sono le compagnie del Pinerolo che avanzano verso la stretta di Saga, dove la loro avanguardia ha incontrato resistenza da parte di retroguardie nemiche che hanno fatto brillare il ponte sull'Isonzo [In realtà sul torrente Ucja, visto che a Zaga non c'è alcun ponte sull'Isonzo. N.d.A.] (…) Il mattino seguente gli ordini stabiliscono di sostare ancora sulle posizioni (…) Alle prime luci del 26, giunge finalmente il sospirato ordine di proseguire (…) Da Saga, ove ha lasciato il posto alle truppe della Divisione speciale dei bersaglieri, il Pinerolo scende pure a Caporetto per unirsi al Susa ed all'Exilles». (Barbier, Come si giunse a M. Nero, pp. 25-27)

7 «L'avanzata continuò nei giorni successivi. Fra il 25 e il 26 (…) la Div. bers., gettate passerelle a est di Caporetto, si diresse a Dresenca, dove costituì poi riserva per le forze che avrebbero attaccato la fronte M. Nero-Mrzli». (Relazione ufficiale italiana, vol. II/I, p. 59).

 

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© 1997. Dal libro Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto

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Ultimo aggiornamento 27/02/09