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La primavera ci sorride bellissima … |
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«Oggi
30 Aprile m’incaricai d’andare a portare la cena al mio padre …
Arrivata a casale scorgo ai dosetti una moltitudine d’uomini che lavorra
a farre trincèé … uomini sconosciuti che tirano fili di ferro con
pungenti fino su alla rupe … Poveri
noi, di quanta campagna ci privano!! non si può più tenere bestie non
c’è più fieno, non c’è più pascoli … La
primavera ci sorride bellissima siamo al 16 di Maggio e la campagna vien
avanti a vista d’occhio anche i gelsi hanno vantaggiato per lo meno di
15 giorni dagli anni scorsi promettono una quantità di foglia: ma per
chi? .. nessuno parla di bacchi da seta…
»1. In
questa primavera “bellissima” del 1915, lungo i seicento chilometri
del confine italo austriaco dallo Stelvio al mare, era ormai finito il
tempo di pensare ai lavori dei campi! Dopo
dieci mesi di incertezze, trattative e mercanteggiamenti fra i governi,
stava per scatenarsi la tempesta. Domenica
23 maggio 1915 alle 15,30 l’ambasciatore d’Italia a Vienna, Gualtiero
Giuseppe duca d’Avarna, consegnava al ministro degli esteri austriaco
barone Rajecz Stephan von Buriàn «la dichiarazione in base alla quale
l’Italia si considerava in stato di guerra contro l’Austria-Ungheria a
partire dalle ore zero del giorno successivo»2. Quella
domenica era festa grande, festa di Pentecoste, e i parroci di tutte le
chiese lungo il confine avvertirono dal pulpito che ormai la guerra era
imminente, che quel confine fra poco sarebbe diventato il fronte3. Chi
poteva andarsene abbandonò il paese; gli altri aspettarono gli ordini dei
militari, che non si fecero attendere. L’Italia
dunque attaccò l’Austria. Per portare a termine il processo di unità
nazionale, per Trento e Trieste e contro il militarismo degli Imperi
centrali, come asseriva la minoranza degli interventisti, nazionalisti,
democratici o di sinistra che fossero; per «un tradimento di cui la
storia non conosce l’esempio», come invece dichiarava l’imperatore
Francesco Giuseppe d’Asburgo. Ma
al fante, strappato dai suoi campi, dalle sue greggi, dal suo paese, al
fante analfabeta cui la Patria non aveva ancora dato il diritto di voto,
tutto questo non interessava; lui sapeva solo che se non andava al fronte
l’aspettava il carcere o peggio la fucilazione. Al
fante italiano fu detto che doveva combattere per liberare i fratelli
oppressi dall’Austria-Ungheria. Si trovò invece a uccidere e a morire
in un territorio, specie quello del Carso e dell’Isonzo in gran parte «ostile
all’Italia e favorevole all’Austria»4. Al
fante degli innumerevoli popoli dell’impero austro-ungarico fu detto che
doveva combattere contro un paese traditore che non aveva mantenuto i
patti della “Triplice Alleanza”. Non gli si disse però che ad
iniziare la guerra era stato proprio il suo amato Franz Joseph, che in
quel 28 luglio del 1914 sperava di fare un rapido boccone della piccola
Serbia. E
neppure gli fu detto che l’Italia non aveva alcun dovere di intervenire
in una guerra d’aggressione, perché la Triplice era un’alleanza
militare con finalità difensive. Ai
popoli slavi confinanti con l’Italia venne detto che dovevano combattere
per difendere la propria terra dimenticando però di aggiungere che, se
era vero che le loro terre non dovevano diventare italiane, era
altrettanto vero che non dovevano neppure restare austriache, ma che
avrebbero dovuto invece acquistare una propria autonomia e libertà. |
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«Credi
che la guerra possa durare oltre l’inverno?» |
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In
Italia, gli uomini politici che avevano voluto l’intervento erano
convinti che la guerra sarebbe durata pochi mesi. «L’inverno
sarà duro nelle Alpi. Hai provveduto completamente agli
approvvigionamenti invernali per l’esercito?», chiese in una sera
d’agosto del 1915 Fancesco Saverio Nitti al presidente del Consiglio
Salandra. E Salandra, che era stato il più tenace assertore della
necessità per l’Italia di entrare in guerra, gli rispose: «Il tuo
pessimismo è veramente inesauribile. Credi che la guerra possa durare
oltre l’inverno?» 5. Da
parte sua il generale Cadorna, conversando in una sala del Senato ai primi
di aprile del 1915, affermava «che l'Italia, entrando in guerra, poteva
essere sicura di essere dopo un mese a Trieste»6. I
generali che avrebbero dovuto portare i soldati italiani a «piantare il
tricolore sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria
nostra» erano in genere vecchi avanzi della burocrazia militare al cui «dispotismo
cieco e sordo» erano affidate centinaia di migliaia di vite7. L’armamento
era carente, soprattutto di mitragliatrici: 618 per tutto l’esercito;
gli inglesi ne avevano promesse altre trecento del mod. Maxim, ma
aspettavano a consegnarle agli italiani perché prima «intendevano sapere
da che parte avrebbero sparato»8.
Nel
frattempo gli austro-ungarici avevano inflitto una grave sconfitta
all’esercito russo presso la cittadina di Gorlice, nella Polonia
meridionale (1-5 maggio) 9.
Il morale di un esercito che sembrava essere sul punto di crollare sotto
la minaccia del colosso russo si era improvvisamente risollevato mentre la
certezza degli interventisti italiani che si sarebbe trattato di una
guerra facile aveva subìto una prima grossa incrinatura. Gli
austriaci erano carenti di uomini per il nuovo fronte che si stava aprendo
con l’Italia (il fronte “sud-occidentale”). Così, al fine di
ingannare i servizi informativi italiani, inviarono nella valle del Gail
un battaglione di territoriali che, scendendo alla stazione di Hermagor,
marciava durante il giorno fino alla cittadina di Kötschach, al suo
imbocco superiore 10.
Di qui, nella notte, i soldati si rimettevano in marcia ma non verso sud
— verso il confine italiano e il passo M. Croce Carnico — bensì verso
nord e il valico di Gailbergs, scendendo a Oberdrauburg, dove prendevano
il treno che li riportava alla stazione di Hermagor, per ripetere il
giorno successivo lo stesso percorso 11.
Fu
anche per questo che fra gli italiani si sparse la voce che oltre il
confine c’erano ad attenderli trecentomila soldati austro-ungarici, ben
addestrati e rotti alla guerra. In realtà era una favola, una leggenda
che si era diffusa talmente bene e per chissà quali misteriosi canali che
ad essa avevano finito per credere gli stessi ufficiali austriaci. Una
favola che ottenne comunque il suo scopo. Come sintetizza Fritz Weber: «Ci
procurò una pausa di respiro di trenta giorni. Quei trenta giorni
decisivi intercorsi fra la dichiarazione di guerra e la prima battaglia
dell’Isonzo»12. |
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A
Lubiana! Alle
prime luci dell’alba del 24 maggio l’esercito italiano “calmo e
placido” avanza sugli obiettivi indicati da Cadorna già nella sua
memoria del 21 agosto 1914. 13
Scartato
l’assalto diretto al fronte del Trentino, per la natura del terreno e
per le numerose e moderne fortificazioni disseminate lungo la frontiera,
la manovra di Cadorna mira al cuore della monarchia austro-ungarica.
Occupare subito Toblach/Dobbiaco, nodo strategico all’imbocco della Val
Drava, con la 4a armata e Villach/Villaco, città chiave della
Carinzia, con l’Armata della Carnia. La 2a e 3a
armata, attraverso la porta del Medio e Basso Isonzo devono invece puntare
su Lubiana e da qui, con l’eventuale aiuto da sud di un ancor forte
esercito serbo, dirigersi a nord verso Vienna e a est verso l’Ungheria.
Manovra di ampio respiro, di impronta napoleonica, ma per l’appunto
ferma a una concezione ottocentesca della guerra che dieci mesi di lotta
impantanata nelle trincee degli altri fronti europei si erano ormai
ampiamente incaricati di rendere improponibile. In
Trentino il pur possente sistema di forti austriaci traballa sotto
l’urto iniziale dell’artiglieria italiana. Quattro giorni di
martellamento degli obici da 280 mm della 1a Armata convincono
il comandante di Forte Luserna a innalzare bandiera bianca. Ma si tratta
della debolezza di un attimo, subito superata con l’intervento dei più
determinati comandanti dei forti vicini 14. Negli
altri settori del fronte l’esercito italiano avanza con cautela, troppa
cautela: si temono ovunque imboscate e intanto l’avversario rafforza le
proprie posizioni. Le
direttive che Cadorna telegrafa da Treviso 15
al gen. Nava comandante della 4a Armata del
Cadore sono di imprimere alle operazioni iniziali «…spiccato carattere
vigore cercando impadronirsi al più presto posizioni nemiche oltre
confine… »16.
Cortina
è lì a due passi, invitante, ma si dovrà attendere un ulteriore
sollecito del comandante supremo prima che il 29 maggio, la perla delle
Dolomiti venga occupata dagli italiani, praticamente senza colpo ferire,
visto che gli austriaci hanno preferito ritirarsi su retrostanti posizioni
più difendibili 17.
Nella
zona del M. Croce Comelico gli italiani non riescono a avanzare e anzi
l’11 giugno saranno gli
austriaci a occupare la cima del monte Peralba, da cui nasce il Piave, e
da cui non saranno più cacciati fino alla fine della guerra.18
Il nodo di Dobbiaco resta così definitivamente precluso. L’ordine
di operazioni n. 1 di Cadorna prevede per i fanti e gli alpini della
“Zona Carnia” l’attacco al forte Hensel (Malborghetto) e alle
fortificazioni di Cave del Predil, Passo di Predil e Plezzo allo scopo di
aprirsi uno sbocco verso la Carinzia. Gli alpini italiani occupano il 24
maggio Sella Prevala; contemporaneamente gli austriaci occupano il Pal
Piccolo, soprastante ad est il Passo di M. Croce Carnico/Plöckenpaß. I
combattimenti in quel settore, per l’occupazione del Pal Grande, Pal
Piccolo e Freikofel/Cuelat dureranno fino alla metà di giugno: alla fine
il Pal Grande e il Freikofel saranno in mano italiana, il Pal Piccolo in
mano austriaca, e soprattutto verrà bloccata l’avanzata italiana verso
la valle del Gail particolarmente temuta dagli austriaci 19.
Sul
lato orientale del fronte Cadorna prevede un «primo sbalzo offensivo per
raggiungere le linee dell’Isonzo». L’operazione dovrebbe assumere il
carattere di «energica e improvvisa irruzione», ma nella lettera di
accompagnamento ai comandanti delle armate interessate (la 2a
e la 3a) il generalissimo aggiunge anche che, d’altra parte,
la situazione del nemico alla vigilia delle ostilità «potrebbe essere
tale da sconsigliare questo primo sbalzo offensivo… ». Quando si
dice parlar chiaro 20! Sul
fronte dell’Isonzo gli avversari degli italiani sono in prevalenza
sloveni, croati, bosniaci e dalmati a fornire il nerbo
della 5a armata guidata dal generale croato Svetozar
Boroević 21.
Il quale aveva impartito un ordine molto semplice: stabilire le posizioni,
disporre i reticolati e non cedere un palmo di terreno 22. Scrive
Weber al riguardo, con la sua straordinaria capacità di rendere la
temperie vissuta dai combattenti della Grande Guerra: «Tutti gli sviluppi
bellici successivi si fondarono su queste parole: le truppe costruirono le
posizioni, eressero gli ostacoli e non cedettero … subirono tutti i
tormenti del fuoco tambureggiante e respinsero disperatamente un attacco
dopo l’altro … le doline dietro la linea del fronte diventarono
enormi fosse comuni e quelli che sopravvivevano all’orrore continuarono
a costruire posizioni, a erigere ostacoli e a non cedere. Trascorsero i
mesi, l’uno dopo l’altro, un anno intero sprofondò nel grembo del
passato, poi un secondo. Gli uomini al cui spirito di sacrificio erano
state rivolte inizialmente le parole di BoroeviÊ non erano più vivi, e
da molto tempo ormai. Erano rimasti sulle posizioni per tutta l’eternità…
» 23.
Durante
la notte sul 24 maggio gli austriaci fanno saltare tutti i ponti
sull’Isonzo, tranne quelli di Tolmino e Gorizia. Gli italiani iniziano i
previsti movimenti senza incontrare particolari difficoltà sul Matajur,
Kuk, Kolovrat e Jeza. Occupano il crinale dello Stol in dx Isonzo e la
dorsale Globocak-Korada fra lo Judrio e l'Isonzo. Scendendo
dalla Val Uccèa, truppe del IV corpo d'armata occupano Zaga. Altre,
provenienti dalla sella di Luico si avvicinano a Caporetto, dove
entreranno il 25 maggio. Solo il giorno successivo verrà occupato il
poderoso contrafforte del Polovnik in sx Isonzo e si giungerà al paese di
Dreznica, base di partenza per il sovrastante Monte Nero, la più alta
delle vette sulla sx Isonzo. Il
giorno 26 maggio, partendo da Caporetto alle 13, un battaglione di
bersaglieri ciclisti procede lungo le rotabili ai bordi dell’Isonzo. La
colonna di sinistra ha via libera fino alle case di Dolje. Quella di
destra viene bloccata dall’artiglieria austriaca a un paio di km dal
ponte di Tolmino. 24
La
testa di ponte di Tolmino, difesa sulla riva sinistra dell'Isonzo dalla
collina del Kozlov Rob m. 426 e sulla riva destra dalle due colline di
Mengore (m. 453) e Cvetje (m. 588), resta saldamente in mano austriaca. A
guardia di Gorizia, l'aspro e ben fortificato monte Sabotino si rivela
subito un baluardo insuperabile per gli italiani mentre ancora più a sud,
dove il terreno pianeggiante è pressoché libero, soltanto il 25 maggio
viene occupata Aquileia e il giorno successivo alcune pattuglie
giungeranno sulla sponda destra dell’Isonzo. Tutto
il fronte dell’Isonzo era ancora poco presidiato dagli austriaci. Fritz
Weber scrive che «ventiquattro battaglioni appena dovevano difendere la
porta spalancata tra il monte Nero e l’Adriatico, e di questi solo otto
appartenevano alla prima linea, gli altri erano battaglioni di marcia e
della leva di massa»25.
La linea di difesa, anche se non ancora completata a causa delle difficoltà
incontrate dalle autorità militari austriache nei confronti di quelle
civili per poter approntare trincee e fortificazioni 26, all'inizio degli
attacchi italiani poteva comunque contare, oltre alla naturale posizione
elevata del ciglione carsico, su tre ordini di reticolati «disposti in
alcuni punti su cinque file successive». Le trincee «erano costruite
quasi tutte in pietra ed in modo da poter riparare i soldati, che
combattevano seduti. Nulla fu tralasciato per creare ostacoli
all'avversario; il canale Dottori, che si dirama dall'Isonzo presso
Sagrado,… fu interrotto mediante una mina … [e] mediante
opportune dighe ed ostruzioni tutto il terreno fra Redipuglia e
Vermigliano venne allagato»27.
In realtà, secondo Lucio Fabi (Gente
di trincea, p. 35) «i soldati dell'impero che tra la metà di maggio
e gli inizi di giugno arrivarono dal fronte orientale per rafforzare la
sottile linea di difesa del confine meridionale, trovarono, accanto ad
alcuni muniti ricoveri in cemento armato sul Podgora e sul Sabotino ed
alle poche linee di trincee carsiche ancorate alle rocce con il cemento e
la ghiaia dell'Isonzo, numerosissime posizioni soltanto graffiate nella
pietra carsica, con parapetti di pietre spesso coincidenti con i muretti a
secco da sempre eretti dai contadini del Carso per tracciare i confini dei
loro campi ed impedire l'accesso alle pecore ed alle capre dei vicini». Il
primo mese di guerra passa così con la progressiva presa di contatto dei
due eserciti, con il rafforzamento delle rispettive linee e con gli
italiani che si rendono ben presto conto che la travolgente avanzata nel
cuore della duplice monarchia altro non era che un piano di battaglia
scritto sulla carta. L’unico risultato militarmente significativo in
questo primo mese, è per gli italiani la conquista della sommità del
Monte Nero, nella notte fra il 15 e il 16 giugno, ad opera degli alpini
dei battaglioni Susa ed Exilles. Ma restano ancora saldamente in mano
austriaca le posizioni dominanti di cima Mrzli e Vodil, le teste di ponte
di Tolmino e di Gorizia nonché il baluardo del Carso, con le sue pietre e
i suoi rilievi apparentemente insignificanti ma già pronti ad assorbire
il sangue e il sudore dei combattenti «quali insaziabili spugne»28. Le
grandi offensive dell’Isonzo Il
‘maggio radioso’ è finito, la calda estate è scoppiata, i due
eserciti sono ora a contatto. Centinaia di migliaia di uomini si
affrontano in armi, sprofondati nelle rispettive trincee a pochi metri gli
uni dagli altri, come già da quasi un anno avviene sul fronte
occidentale, in Galizia e negli altri fronti di questa guerra ancora
europea, ma destinata a diventare mondiale, «come se ciò fosse progresso»29.
«Di
faccia a noi… si scorge una grande barriera, una muraglia che
chiude l’orizzonte abbassandosi dalla parte dell’Adriatico. Queste
montagne costituiscono i bastioni d’una smisurata fortezza della quale
l’Isonzo è il fossato». Così appare il Carso a Maurice Barrès
dell’Academie Française, in visita al fronte italiano 30.
L’Austria è una fortezza assediata, e si difende con tutte le sue forze. L’Italia, che l’ha attaccata, non può certo stare sulla difensiva, deve andare avanti. Deve superare quel fossato, deve arrampicarsi su quei bastioni dove è sufficiente una mitragliatrice a inchiodare al terreno centinaia di uomini, dove quelle maledette matasse di filo spinato fermano anche il più coraggioso dei fanti che nei primi tempi vi si avvicina con le cesoie, in pratica a mani nude.
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Bisogna allora fare le cose in grande stile e attaccare la fortezza con tutti i mezzi a disposizione. E così, a un mese esatto dalla dichiarazione di
guerra, il Comando supremo italiano dà il via alla prima delle 11
battaglie che trasformeranno il fronte dell’Isonzo, il più bel fiume
d’Europa, nel «peggiore di tutti i fronti»31,
nel «terribile carnaio umano che si stende tra Tolmino e l’Adriatico»32
che nulla avrà da invidiare alla “battaglia delle battaglie” della
Grande Guerra: il “frantoio delle ossa” di Verdun, la piazzaforte
francese in riva alla Mosa dove i tedeschi invano tentarono di passare fra
il febbraio e il luglio del 1916. Anzi, secondo Weber, fu peggio
sull'Isonzo, perché «la titanica lotta attorno a Verdun — il cui campo
di battaglia corrispondeva circa come estensione a quello dell'Isonzo —,
sebbene fosse stata terribile oltre ogni immaginazione, era durata
soltanto cinque mesi. Sull'Isonzo si combatté due anni e mezzo, con
sempre crescente accanimento … In questi due anni e mezzo, le bocche da
fuoco non tacquero mai, neppure un giorno, neppure un'ora: gli uomini
erano sotto la macina di un mulino che girava inesorabile, ora più in
fretta ora più adagio, ma che non dava mai requie»33.
Sarà
una lotta che, accanto ai più moderni ritrovati della tecnologia dello
sterminio di massa vedrà sempre e comunque alla ribalta la tecnica antica
dell'assalto all'arma bianca, del corpo a corpo dove l'osso del collo del
nemico che si spezza sotto le tue mani è garanzia della tua
sopravvivenza. Guerra
di uomini e di materiali. La
guerra del portaordini che si avvia a piedi sul campo di battaglia e
spesso non arriva a destinazione. La guerra dei piccioni viaggiatori, e
dei cani da trincea, che vanno là dove altri non arrivano. Ma
anche la guerra dei nuovi mezzi di comunicazione. Gli impulsi radio, con
il prodigio della trasmissione del messaggio via etere (e l'altrettanto
prodigiosa capacità di intercettare tali messaggi, come impareranno a
proprie spese gli italiani a Caporetto).
La guerra del telefono, con chilometri di fili che si stendono
dalle retrovie alle prime linee.34
La guerra del gas, con la morte che ti prende alla gola, con quei
“cloroderivati” che — con leggere modifiche nella formula — tanta
importanza avranno negli anni successivi (e continuano ad averne) per
sterminare gli insetti che impediscono alle mele, alle pesche e alle
ciliegie di diventare così belle come noi le vogliamo. Soprattutto
sarà guerra di artiglieria, con i suoi obici e cannoni, «monumenti
d'acciaio»35
che «drizzano verso l'alto i loro colli autoritari»36, animali insaziabili
che sollevano le fauci a intervalli regolari e vomitano il loro alito di
fuoco 37.
Il cannone, questa “macchina d'acciaio rovente” sarà il principale
artefice della guerra di logoramento e i soldati delle trincee dovranno
imparare a conviverci, a riconoscere il suono dei suoi vari calibri, a
pregare in cuor loro che ancora una volta il proiettile vada a scoppiare
un pochino più in là.
Ma
dietro a tutti i prodigi della tecnica e ad ogni ritrovato della scienza
c'è ancora lui, l'uomo, o meglio il ragazzo — età media sui vent'anni
o poco più —costretto a vivere, a uccidere e a morire fra queste pietre
e doline. 3.140
nella prima battaglia, 28.974 nell'ultima; morti, ovviamente. Senza
contare i feriti e i cosiddetti “dispersi”, che in parte sono i
prigionieri (raramente nelle statistiche ufficiali vengono nominati sotto
questa voce che ricorda troppo la “resa” e la “viltà”, cioè
l'opposto delle virtù guerresche), ma che più spesso sono soldati morti
e non identificabili o recuperabili 38.
Come puntualizza Weber: «quelli che venivano dichiarati dispersi si
trovavano in gran parte già dilaniati nelle buche insanguinate, ultimo
rifugio dei morenti in questo inferno sulla terra»39. Non
è scopo di questo libro rifare la storia delle undici offensive italiane
sull'Isonzo. Esse furono, come si usa dire, tutte “sanguinose” e, per
riprendere un recente articolo di Vladimir Lipovec, non si differenziarono
fra loro che per il numero delle perdite, che oscillava fra le poche
migliaia e le oltre centomila 40.
Nella crudele ma lucida logica di logoramento dell’avversario
(cioè uccidere e mettere fuori combattimento più uomini e distruggere più
materiali possibile del nemico) su cui si basava la strategia di Cadorna,
queste battaglie non furono però inutili, a differenza di quella di
Verdun. Perché, alla fine dell'undicesima offensiva, l’Italia era ormai
pronta a cogliere il frutto della vittoria. La difesa austriaca che fino a
quel momento aveva opposto una «muraglia di sangue e fiamme» e aveva
perduto in tante tremende battaglie «si e no un’ora di marcia di
terreno, macellando il fior fiore della gioventù italiana»41,
cominciava infatti a vacillare. La
forza messa in campo dall’esercito italiano nella sua ultima offensiva
è imponente. Dall’alto Isonzo al mare, su un fronte di 70 km, vengono
schierati (compresi i servizi) 1.245.379 uomini, 3747 bocche da fuoco,
1882 bombarde, 5656 mitragliatrici, oltre a 193.388 quadrupedi 42. L’Austria,
che a una tale massa di mezzi e di uomini non può che opporre numeri di
gran lunga inferiori («i reparti combattenti potevano calcolarsi in circa
260.000 uomini») 43,
riesce a resistere ancora una volta. Ma alla fine dello scontro, pur
avendo l'Italia raggiunto obiettivi inferiori al previsto, l'Austria è
alle corde, è come un pugile sul ring in attesa di andare al tappeto. Il
“diabolico” San Gabriele e l’Hermada “maledetta”, i baluardi
settentrionale e meridionale del fronte ancora resistono. Ma un altro
simile colpo di ariete sarebbe stato fatale. Se
ne rende conto l’imperatore Carlo 1° che, a battaglia non conclusa, il
26 agosto 1917 chiede aiuto al suo potente alleato, l’imperatore
Guglielmo 2° di Germania. «Le esperienze della 11a battaglia
sull’Isonzo fanno maturare in me la convinzione che in una dodicesima
battaglia ormai imminente ci troveremo in una situazione oltremodo grave»
44. Sarà
questa la genesi della 12a offensiva. Quella
che allontanò il fronte dall’Isonzo, liberandolo dagli orrori di 29
mesi di guerra, quella che per poco non riuscì a chiudere definitivamente
la partita, ma questa volta a spese dell'Italia, quella che passerà alla
storia come la battaglia di Caporetto.
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| Note |
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1
Senzza
una metta, senzza destinazzione,
Diari, ricordi, testimonianze di
profughi trentini in esilio, 1914-1918, a cura di Aldo Miorelli,
1989, Biblioteca comunale di Mori, TN. (Diario di Cecilia Rizzi Pizzini di
Nomesino, pp. 44-48). Cfr. anche il diario di Pina Bauzon di Versa — un
paese del Friuli orientale, vicino al confine —, in La
guerra in casa, 1991, 1914-1918,
Soldati e popolazione del Friuli
Austriaco nella Grande Guerra: Romans,
a c. di Lucio Fabi, Edizioni della Laguna, Monfalcone., p. 91 (22 maggio
1915): «Siamo andate al ponte del Torre. Il tempo è splendido, le
campagne sono magnifiche, sembrano giardini». E il 24 maggio: «Ore 4
antimeridiane svegliate dagli scoppi di mine. Sembrava una fucileria. Ci
siamo alzate, il mattino è radioso, la guerra è dichiarata». 2 Gianni Pieropan, 1988, 1914-1918,
Storia della Grande Guerra sul fronte italiano, Mursia, Milano, p.
52. 3
Testimonianza di Darinka Pirc, Bovec. 4 Piero Melograni, 1969, Storia
politica della grande guerra 1915-1918, Laterza, Bari, (Prima ediz.
UL, 1977), p. 29. 5 Id., 9. Analoga convinzione aveva caratterizzato l'inizio della
guerra, l'anno precedente, anche negli altri paesi europei. « …Nel 1914
gli uomini vanno in guerra credendo che per Natale tutto sarà finito.
Questa illusione nasce dal tipo di addestramento prebellico che prevede
una guerra di movimento rapidamente risolutiva». (Selezione
dal Reader's Digest, Milano, 1996, Il mondo in guerra, Prima guerra mondiale, a c. di J.
M. Winter. — Ediz. orig. The
experience of world war I, Andromeda Oxford Ltd, 1988 —
p. 37). 6 Melograni, op. cit., p.
10. 7 A. Valori,
cit. in Pieropan, op.cit., 1988, p. 71. 8 Pieropan, op.cit., p. 69. 9 Fritz Weber, 1967, Dal
Monte Nero a Caporetto, [MNC] 1a
ediz. ital., Mursia, Milano, 1967. (Titolo originale, Isonzo,
1915, 1916, 1917, s. i. d. e ed.) p. 10. 10 La valle
corre parallela al confine nord est dell’Italia, subito al di là del
crinale delle Alpi Carniche. Il fiume Gail, da cui la valle ha origine,
confluisce nella Drava all’altezza di Villach. 11 Weber, MNC, p.
12. 12 Id., p. 13. Sui servizi informativi italiani prima della guerra e
sulle loro carenze, cfr.
Giuseppe Del Bianco, 1937,
La guerra e il Friuli, vol. 1°,
Tipografia Del Bianco, Udine., pp. 309-311. 13 Memoria riassuntiva circa una
eventuale azione offensiva verso la Monarchia austro-ungarica durante
l’attuale conflagrazione europea. Cfr. Pieropan, p. 35 e per la
descrizione della manovra di Cadorna: TCI (Consociazione Turistica Italiana), 1939, Sui
campi di battaglia, La nostra guerra. Terza edizione, pp. 43-45. All’epoca
Cadorna aveva appena assunto il comando dello Stato Maggiore
dell’esercito italiano, in seguito alla morte del precedente capo gen.
Alberto Pollio. (Pieropan, op. cit.,
p. 33). 14 Pieropan, op. cit., p. 83. 15 Dove fino al
30 maggio1915 ha sede il Comando supremo italiano, che poi si trasferirà
a Udine, fino alla ritirata di Caporetto. (Mario
Altarui, 1978, Treviso combattente, La Marca trevigiana nella guerra
1915-18, Cassa di Risparmio della Marca Trivigiana, TV, p. 8) Il
comando della IV armata era a Vittorio Veneto. (Pieropan, p. 64) 16 Pieropan, op. cit., p. 91. 17 Id., p. 94. 18 Id., p. 96; Fritz
Weber, 1935, Alpenkrieg. Trad.
ital. Guerra sulle Alpi, 1915-1917, Mursia, Milano, 1995, Collana
Testimonianze, pp. 11-12. 19 Pieropan, pp. 104-105. 20 Id., p. 107. 21 Weber,
MNC, p. 27. 22 Id., p. 31. 23 Ibidem. 24 Pieropan, op.cit., p. 109. 25 Weber,
MNC, p. 35. 26 «Dappertutto
dove era stato necessario scavare una trincea o erigere un muretto, la
messa in esecuzione si era scontrata con la resistenza accanita delle
autorità civili. Guerra? Macché, qui non vi sarebbe stata nessuna
guerra. Non si potevano danneggiare i vigneti. I campicelli stenti e i
miseri pascoli dovevano essere rispettati. Chi li avrebbe indennizzati se
il temuto peggio non si fosse avverato?». Id.,
p. 34 27 TCI (Touring Club Italiano),1930,
Sui campi di battaglia del Medio e
Basso Isonzo. Seconda edizione p. 31. Le citazioni sono tratte dal
volume del gen. Lukachich “La
difesa di Doberdò”. 28 Pieropan, op. cit., p.
118. 29 Mario Rigoni Stern, 1978, Storia
di Tönle, Einaudi, Torino, p. 59. 30 Maurice Barrès, 1917, Dieci
giorni in Italia, Libreria internazionale Firenze, p. 29. 31 Weber,
MNC, p. 180. 32 Fritz Weber,
1933, Das Ende einer Armee. Trad. ital. Tappe
della disfatta, Mursia, Milano, 1993, Collana Testimonianze, p.
98. 33 Id., MNC,
p. 29. 34 « …e
giubba e pantaloni e mutande e calzette appese sui fili telefonici ad
asciugarsi. Quei poveri fili telefonici! Ogni mulo che passa, se li porta
appresso col basto; e la fanteria quando ha bisogno di lacci per le scarpe
se li ritaglia di lì. Allora la linea naturalmente non funziona più, il
guardafili esce e va in giro, si sprecano ore di ricerche…». (D'Amico
Silvio, 1996, La vigilia di Caporetto, Diario di guerra, 1916-1917, a c. di
Enrica Bricchetto, Prefazione di Giovanni Raboni, Giunti, Firenze, p. 69). 35 Alberto Farassino, “Che
set meraviglioso! È la Grande Guerra”, in La Repubblica,
1.XII.1993. 36 Carlo Salsa, 1924, Trincee,
Confidenze di un fante, Prefazione di Luigi Santucci. (Mursia,
Milano, 1995, Collana Testimonianze), p. 39. 37 Weber,
MNC, p. 358. 38 Pieropan, op. cit., p. 315. 39 Weber,
MNC, p. 256. 40 Vladimir Lipovec, 1996, "Saggio sul fronte isontino, (Saggio
contro la guerra)", in Sulle
tracce del fronte sull'Isonzo dal Rombon al Krn, Zgodovinska
Sekcija - Drustvo 13 13, Bovec/Plezzo, pp. 9-14., p. 14. 41 Weber, MNC, p.
358. 42 Pieropan, op. cit., p.
327. Alla vigilia dell’offensiva il tenente d’artiglieria Silvio
d’Amico, riportando nel suo diario (p. 214) una convinzione diffusa tra
i combattenti italiani, scrive che si stava preparando «la più grande
battaglia della guerra Europea, la più grande battaglia della storia». I
protagonisti tendono sempre ad ingigantire gli episodi cui partecipano, è
naturale. Ma in effetti per l'occasione l'esercito italiano schierò
sull'Isonzo ben i due terzi delle sue forze. (Pieropan,
op. cit., p. 327) 43 Id., p. 329. 44 Ministero della Difesa, Stato
Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, 1967, L'esercito italiano nella Grande
Guerra, 1915-1918, Vol. IV/3°, Le
operazioni del 1917, (Ottobre-Dicembre),
p. 78. ---------- © 1997 Camillo Pavan. Dal libro Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto
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