Alessandro Casellato,

 Le Piazze del Duce, Immagini e Riti -

 Introduzione a Il Duce nelle Venezie


Album di famiglia

"Quando e come si è, si è stati, si cessa di essere fascisti? E' un incidente di percorso o una macchia? E se è una macchia, è indelebile o scolora? E chi ne porta la responsabilità, un individuo, un gruppo, un partito, un paese, la storia?" (R. Rossanda): gli avvenimenti recenti della politica rilanciano anche a livello di pubblica opinione questi interrogativi che hanno segnato i momenti "alti" della nostra storia repubblicana. Proprio nell'anno in cui festeggiamo - con rinnovata consapevolezza e tensione morale - il Cinquantenario della Liberazione, proporre ad un pubblico "non specialista" un documento di immediata fruibilità come Il Duce nelle Venezie rappresenta un'occasione per ripensare una fase della nostra storia nazionale nella quale hanno trovato espressione alcuni dei caratteri del nostro essere "italiani". Questo percorso a ritroso promette di essere tanto più concreto e coinvolgente in quanto si dipanerà attraverso le strade e le piazze delle nostre città: sarà, per molti, un po' come guardarsi allo specchio, riconoscendo, tra quelle "folle oceaniche", un pezzo di sé o della propria memoria familiare, tramandata attraverso i racconti di quel grande "spettacolo" di massa che furono i viaggi del Duce tra le città d'Italia.

Mussolini immaginario

Proprio la componente "spettacolare" di questi avvenimenti (sceneggiature e coreografie preparate minuziosamente; rapporto diretto, teatrale, sulla scena di una piazza, tra un "grande comunicatore" e un pubblico massificato; carattere  propagandistico e rituale delle esibizioni...) ci suggerisce di accostarci con estrema cautela alle fotografie e ai testi qui riprodotti. Essi stessi, infatti, non sono impassibili testimoni di "ciò che è veramente accaduto", ma sono interni al sistema di comunicazione e di organizzazione del consenso del regime: ai fini della costruzione di un immaginario collettivo, il "racconto" dell'evento è spesso più importante dell'evento stesso. Il fascismo si mostrò sempre consapevole dell'importanza del mito come strumento per la gestione del potere in una società di massa: attraverso la produzione e l'attenta divulgazione di miti - primo tra tutti il mito del capo, di Mussolini - esso cercava tanto una soluzione al problema della nazionalizzazione delle masse ("fare gli italiani"), quanto una compensazione - sul piano simbolico - delle frustrazioni che la politica del regime stava producendo nella vita reale degli italiani (restrizioni delle libertà, accentuazione delle differenze sociali, peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, autarchia...).

Suggeriamo, quindi, di guardare a questo numero de "Le Tre Venezie" come ad un'ulteriore fase della strategia comunicativa del regime. Subito dopo il rito, il grande rito collettivo dell'incontro del popolo con il suo capo nelle piazze venete, cominciava infatti la leggenda. Non solo l'evento "prodigioso" era stato preparato e condotto con cura maniacale fin nei più piccoli dettagli, ma anche il suo ricordo doveva essere "aiutato", indirizzato, controllato. Dopo tutto era stato così sin dall'origine: il fascismo nasce per dar forma alla memoria della grande guerra, primo, traumatico evento di massa della storia nazionale.

Attraverso le pagine di questa rivista (fondata nel 1925 e pubblicata "sotto gli auspici della Federazione veneziana dei fasci di combattimento", ma capace di conquistarsi, a fasi alterne, un certo grado di autonomia dai suoi ingombranti "tutori" politici, assumendo, a partire dal 1939, una posizione via via sempre più politicamente defilata, fino a riuscire a riciclarsi nel dopoguerra, per una breve stagione, come "rivista di umanità lettere arti" con collaboratori del calibro di Croce, Montale e Bontempelli) il regime trova probabilmente il canale per presentarsi alle fasce medio-alte della società, a quel pubblico borghese che doveva essere il naturale destinatario di una "rivista mensile illustrata" dalle pagine patinate, curata nella grafica e ricca di fotografie e commenti prestigiosi.

Altre strade esso percorrerà per raggiungere il vasto pubblico di massa e popolare: la cura della memoria della visita del Duce alla propria città, piazza, addirittura alla propria grande fabbrica, sarà delegata alle cronache dei giornali locali, allo zelo dei singoli gerarchi e alla capillarità dei dopolavoro, oppure si alimenterà della dedizione spontanea e dell'entusiasmo che tanto hanno contribuito a radicare il mito di Mussolini nell'immaginario degli italiani. Eppure, scorrendo nell'oralità diffusa, nei discorsi quotidiani e familiari, l'immagine del Duce si potenzia ma anche si contamina, mescolandosi con la sua controimmagine che sopravvive negli "interstizi" della società, a contatto con gli umori sotterranei e repressi del latente antifascismo popolare. Risucchiata all'interno del sistema di immagini della millenaria cultura "comica" delle classi popolari, la figura del "capo" perde quel carattere magniloquente ma un po' troppo patinato che passa attraverso le pagine di una "rispettabile" rivista di regime, e si avvicina, si corporeizza, si "sporca", diventa, soprattutto, ambivalente. Nella cultura popolare l'esaltazione è legata dialetticamente all'abbassamento; "può predominare la lode o l'ingiuria, ma l'una è sempre pronta a trasformarsi nell'altra: la lode contiene implicite l'ingiuria, è gravida d'ingiuria e, viceversa, l'ingiuria è gravida di lode" (M. Bachtin). Mussolini, diventando moderno "re di massa", porta indissolubilmente con sé, insieme alle piazze oceaniche, anche il destino di Piazzale Loreto: quello del 29 aprile 1945 sarà l'estremo incontro tra il Duce e il suo popolo, e il rovesciamento - reale e simbolico - del capo sconfitto sancirà il rito della rigenerazione e del ricominciamento.

Messa in posa

Le fotografie pubblicate nelle pagine che seguono, le belle fotografie che immediatamente colpiscono la nostra attenzione di lettori "postumi", non riescono a dar conto delle ambivalenze presenti nella figura di Mussolini e nel consenso tributatogli dagli italiani. La fotografia è una fonte infida, perché illude di riprodurre "oggettivamente" la realtà, mentre è un'interpretazione, un punto di vista sulla realtà. Al di là dei sempre possibili - e a loro modo altrettanto significativi - veri e propri falsi fotografici, la fotografia presuppone una "messa in posa", in quanto è in se stessa un piccolo evento spettacolare, che interferisce con l'"oggetto sociale" nel momento stesso in cui lo vuole fedelmente restituire. Ciò è immediatamente evidente nelle "messe in posa" collettive che furono le adunate nelle piazze fasciste. L'immagine, inoltre, modifica la realtà anche a posteriori, per il suo potere di suggestionare e creare miti, fantasie, verità "di secondo grado" - vere cioè esclusivamente nella sfera soggettiva - ma capaci di determinare azioni estremamente "reali".

Se l'immagine dà potere, è altrettanto vero che l'immagine è di chi ha potere: in una società di massa il potere non si esercita più tanto attraverso il monopolio della violenza, quanto attraverso quello dell'informazione e della comunicazione. Lo stesso fascismo, nel corso della sua parabola, ha cercato di ricapitalizzare in forma di "consenso" le sue origini squadristiche. Infatti, il controllo totalitario che esso opera sui mezzi di comunicazione rende estremamente difficile reperire immagini che diano conto di un punto di vista "non ufficiale" sul regime: se l'antifascismo continuerà a coltivare nella clandestinità la propria iconografia "povera", fatta di drappi rossi e bianchi, di "santini" e medaglioni di Matteotti, di falci e martelli tracciati furtivamente sui muri meno esposti, gli sarà comunque sempre preclusa la possibilità di esprimere la sua immagine di Mussolini, se non attraverso vignette e fotomontaggi ad opera, spesso, dei fuoriusciti.

Ma per gli attenti custodi dell'immagine del Duce persino l'entusiasmo dei profani poteva diventare pericoloso e sospetto: nel tour veneto del '38, insieme alle circolari del Minculpop sui servizi giornalistici e fotografici, a questori e prefetti arrivano ordini affinché sia attentamente controllato, e anche proibito, l'uso spontaneo delle macchine fotografiche dalle folle o dalle finestre lungo il percorso del corteo.

Il fotogramma, infine, fissa un istante - un tempo e un luogo - assolutizzandolo, scorporandolo dalla catena spazio-temporale in cui è inserito. Si dice che la storia sia la disciplina del contesto: nostro compito, allora, è ricordare il legame che unisce "geneticamente" queste piazze "domate" del massimo consenso, con le piazze ribelli e "contese" che furono i luoghi degli scontri nel primo dopoguerra e che saranno il teatro della crisi del fascismo nel '43-'45. Le fonti storiche sono significative anche per quello che non dicono, che nascondono. Di questo testo, sarà importante esplorare anche l'"altrove", ciò che l'obiettivo non ha inquadrato (la repressione del dissenso) o che affiora appena nei discorsi di Mussolini o nelle cronache delle cerimonie (i conflitti latenti mai pienamente risolti all'interno del fascismo; le tracce della "macchina coreografica" che, dietro le quinte, prepara e sostiene lo "spettacolo di massa").

 

LA VISITA DEL DUCE A TREVISO

(21 settembre 1938)

 

Adottare una scala d'osservazione ridotta consente di vedere meglio e più in profondità, di "bucare" la fotografia, restituendole le dimensioni che aveva perduto "appiattendosi" sull'occhio del regime. D'altro canto, la visita che Mussolini fa a Treviso si può considerare abbastanza "esemplare" rispetto alle altre tappe del suo viaggio nelle terre della grande guerra nel ventennale della vittoria.

L'attesa

L'annuncio dell'arrivo del Duce a Treviso viene pubblicizzato dai giornali a metà di settembre; tuttavia, già dalla fine di agosto la prefettura stava organizzando i servizi di sicurezza per la giornata del 21, e da parecchi giorni in città erano cominciati i preparativi: la notizia, ancor prima della comunicazione ufficiale, era dunque potuta trapelare ufficiosamente, alimentata dalle "voci" che stimolavano la curiosità dei trevigiani. Dopo il 15 settembre, sulla stampa i giorni sono scanditi da titoli sempre più enfatici che suscitano l'attesa per l'"incontro" fatidico: le cronache da Trieste, Gorizia, Udine raccontano di "folle oceaniche" e di grandiose coreografie, creando un clima di velata competizione tra le città per la migliore accoglienza al Duce. Radiocronache e registrazioni amplificano e moltiplicano la parola del Duce da ogni tappa del suo viaggio. Sui giornali si comincia a celebrare il "rito del ritorno" - topos della retorica mussoliniana - ricordando i "quattordici anni d'attesa" dall'ultimo passaggio di Mussolini nelle terre della Marca. La strategia pubblicitaria, che nei primi giorni aveva fatto leva sull'insicurezza dei "si dice" ("verrà? non verrà?"), cede ora il posto a messaggi che sottolineano la straordinarietà dell'avvenimento ormai prossimo.

Eppure, era per molti versi impensabile che Mussolini, viaggiatore inesauribile, trascurasse di ricordare il ventesimo anniversario della vittoria nei luoghi che erano stati l'obiettivo (Trento e Trieste) e il teatro (Veneto) della guerra. L'organizzazione della memoria della vittoria da parte del fascismo si complicava, però, a seguito degli eventi internazionali che proprio in quei giorni del 1938 venivano a compimento. Nei suoi discorsi, infatti, Mussolini doveva destreggiarsi tra i riferimenti alla guerra vinta vent'anni prima e a quella ormai prossima che si stava solamente procrastinando attraverso gli accordi di Monaco. I tedeschi - nemico "storico" contro il quale era stata costruita la mitologia risorgimentale e nazionale, costitutiva dello stesso fascismo e particolarmente radicata nella popolazione veneta - erano ora presentati come alleati, e come tali rientravano a Trieste, ascoltando e applaudendo le invettive antisemite e le dichiarazioni di fedeltà alla Germania del capo del fascismo. L'attesa di massa per l'arrivo del Duce si caricava, dunque, anche delle preoccupazioni per gli esiti della crisi cecoslovacca, e le stesse cronache dei giornali intrecciavano i racconti delle grandi adunate con i riferimenti alla politica europea che Mussolini inseriva sapientemente nei suoi discorsi alle folle.

La coreografia

In città si aprono i cantieri e cominciano gli interventi sull'arredo urbano. In piazza del Grano si allestisce il podio da cui Mussolini terrà il discorso alla "folla oceanica", mentre a porta Altinia viene eretto in suo onore un arco di trionfo a forma di M. Nuove scritte compaiono sui luoghi più significativi della città: dalla torre civica in piazza dei Signori pende un grande gonfalone con la scritta "DUCE"; piazza del Grano si popola di molte altre bandiere e striscioni con frasi tratte dai discorsi di Mussolini ("Molti nemici molto onore", "Ricordare e prepararsi", "Duce tu sei tutti noi"...). Dai primi di settembre al prefetto arrivano le disposizioni del Minculpop volte ad agevolare, ma anche a "preparare" e controllare, il lavoro di decine di giornalisti e fotografi italiani e stranieri.

Il percorso del corteo è studiato con cura; nulla è lasciato al caso: ogni passaggio, ogni tappa hanno un significato. Il Duce arriva alla stazione ferroviaria poco dopo le due del pomeriggio, accolto da salve di cannoni e raffiche di mitra e da una folla in attesa sin dalla prima mattina. Passando sotto la M trionfale presso porta Altinia, Mussolini - in piedi sull'automobile - saluta la folla che si accalca lungo la strada. Il corteo fa tappa al Monumento ai caduti in piazza Vittoria, lambisce il quartiere di San Nicolò - il quartiere della malavita, il "bubbone" che i fascisti trevigiani vanno dicendo sempre più insistentemente di voler finalmente "bonificare" - attraversa piazza Duomo, passa davanti alla sede trevigiana del Fascio in via Cornarotta e lungo la strada della mura fino alla chiesa di San Francesco. A questo punto cessano le acclamazioni e tacciono tutte le sirene che suonavano dal momento dell'arrivo in città; il silenzio sottolinea uno dei momenti più solenni e significativi della giornata: l'inaugurazione, alla presenza delle massime autorità religiose e civili, del Sacrario dei caduti fascisti trevigiani che conserva le salme dei quattro "martiri" della "rivoluzione". Quindi Mussolini esce da porta Manzoni, percorre viale Vittorio Veneto, passa in rassegna i carri d'assalto veloci e i cannoni in piazza d'Armi e raggiunge villa Margherita, accolto dalle madri prolifiche e da tre gemelle "a nome di tutti i bimbi delle famiglie numerose della Marca". In villa visita la Mostra delle tradizioni popolari e assiste a spettacoli "popolareschi", poi torna nel centro di Treviso, ricevendo gli omaggi degli agricoltori trevigiani che hanno preparato un arco trionfale formato da un cavalletto per bozzoli e hanno disposto lungo la strada una doppia fila di trecento carri agricoli. In piazza del Grano il Duce tiene il discorso alla folla; successivamente si trasferisce a San Giuseppe, dove inaugura l'aeroporto, passa in rassegna gli apparecchi, assiste alle esibizioni acrobatiche di una squadriglia aerea ed esegue il "colpo di scena" finale, partendo per Roma in maniera spettacolare su un trimotore personalmente pilotato, dopo aver salutato Treviso con un'ampia evoluzione.

Dietro le quinte

La visita del Duce a Treviso, oltre a portar lustro alla città, avrebbe dovuto ridare smalto al fascismo locale, al cui interno si erano da poco riaperte vecchie divisioni mai pienamente sopite. Il radicamento a Treviso della classe dirigente fascista nei primi anni del regime era stato duramente contrastato dalle forze democratiche (cattoliche, laiche e socialiste); il fascismo trevigiano era rappresentato da un ceto politico fragile e rissoso al suo interno. Gli sforzi di legittimazione nei confronti della popolazione, che esso realizzava attraverso tutta una serie di opere sociali e assistenziali, erano minacciati dai comportamenti violenti di alcune frange di fascisti "irriducibili" scontenti degli esiti moderati della politica del regime. L'occasione di sfruttare l'indubbia popolarità del Duce per riscattare l'immagine del fascismo locale agli occhi della gente (e dello stesso Mussolini, che pare non avesse molta simpatia per Treviso) doveva, quindi, essere sfruttata al meglio, preparando con cura ogni particolare dell'avvenimento.

Tutti gli ingranaggi della macchina organizzativa dovevano essere oliati e collaudati. Oltre che all'arredo urbano, alle coreografie delle cerimonie e degli spettacoli, l'attenzione degli organizzatori si rivolgeva, infatti, anche ai dettagli minimi, giungendo a regolamentare minuziosamente, negli inviti ufficiali, l'abbigliamento delle autorità - "divisa fascista (nera, possibilmente con sahariana) e con la sciarpa tricolore e decorazioni" - e gli allestimenti delle vetrine dei negozi del centro - bellezza, stile, decoro e solo prodotti italiani. La giornata straordinaria aveva prodotto anche una piccola rivoluzione degli orari: per favorire la partecipazione di massa alla manifestazione, il lavoro delle maestranze sarebbe stato sospeso per tutto il 21 settembre (con l'avvertenza, però, di far recuperare nei giorni successivi le ore perdute). Anche gli orari dei negozi e dei pubblici esercizi di tutta la provincia dovevano essere sottoposti a una dettagliatissima normativa che scoraggiava la permanenza di popolazione nei paesi attorno a Treviso, incentivando, invece, l'afflusso in città. L'avvenimento politico della visita del Duce assumeva inevitabilmente anche l'aspetto della kermesse turistica e commerciale, mobilitando decine di migliaia di persone da gran parte della provincia, persone che dovevano mangiare, bere, e potevano approfittare dell'occasione per dare un'occhiata ai negozi del centro e fare qualche acquisto.

La stessa partecipazione di massa ai festeggiamenti al Duce doveva essere attentamente regolata. Tutti gli iscritti alle organizzazioni del regime avevano l'obbligo di partecipare: il controllo era favorito dall'inquadramento "totalitario" di ogni settore della società nella miriade di associazioni che suddividevano e irreggimentavano pressoché l'intera popolazione italiana a seconda del sesso, dell'età, della professione. Molto sottile e incerto era il crinale che separava la spontaneità dalla coercizione, all'interno del "consenso" tributato a Mussolini dalle masse trevigiane. Il fascismo, d'altra parte, tendeva ormai a identificarsi senza scarti con lo Stato: iscriversi al partito, aderire alle sue organizzazioni, era divenuto, per i più, scontato come andare a scuola o a messa. Per la giornata del 21, inoltre, anche la popolazione non direttamente inquadrata nelle organizzazioni del partito doveva mettersi agli ordini del proprio fascio locale, il cui segretario aveva il compito di controllare strettamente tutti gli spostamenti previsti, all'interno della città, da un punto all'altro del corteo.

L'incontro collettivo con il Duce (che era poi metafora e compimento - secondo le parole di uno tra i più autorevoli fascisti trevigiani, Luigi Faraone - della fusione del "popolo nello Stato", del definitivo superamento di ogni "antitesi fra il singolo e la Nazione" realizzati dal fascismo) non doveva essere anonimo e individuale, ma filtrato da tutta una serie di corpi intermedi. Ognuno era lì, in piazza o lungo le strade, in quanto membro di un'organizzazione, GUF, Balilla, ex Combattenti o Massaie Rurali che fosse. E ad ogni gruppo - rigorosamente in divisa, con distintivi, gagliardetti e insegne associative - erano stati assegnati un luogo ed un'ora per l'adunata, un preciso itinerario da seguire per raggiungere le proprie postazioni, un ruolo simbolico all'interno della coreografia e, per quanto possibile, un proprio momento di "gloria", di protagonismo al cospetto del Duce.

Troncare e sopire

Il regime adottò una strategia di repressione preventiva per evitare incidenti che potessero incrinare l'immagine unanimistica che voleva dare alle celebrazioni. In otto punti alla periferia della città vennero stabiliti dei posti di controllo per tutte le persone che, a piedi o con qualsiasi altro mezzo di locomozione, si recassero entro l'abitato del capoluogo. Ogni tratto del percorso previsto per il corteo di Mussolini venne setacciato, ispezionando particolarmente locande e pubblici esercizi e presidiando tutti i punti a rischio (terrazze, soffitte, cortili...). L'anagrafe, per l'occasione, ritrovava la sua funzione originaria di strumento di polizia: attraverso le informazioni ricavate dall'ultimo censimento, la questura operò un'ispezione a tappeto in tutte le case disposte lungo il percorso, controllandone gli abitanti e prescrivendo loro una meticolosa regolamentazione dei comportamenti da tenere durante le manifestazioni (non accogliere persone in casa, non tenere vasi di fiori sui davanzali, non lanciare fiori a mazzo ma solo sciolti, non usare dalle finestre macchine fotografiche o altri oggetti che potessero celare insidie, chiudere i portoni ma spalancare persiane e finestre al passaggio del corteo...).

Una "cura" particolare andava riservata agli 11 "sovversivi" (repubblicani, comunisti, socialisti, antifascisti) che abitavano lungo il tragitto, i quali - com'era usanza nei casi di visite di personalità ufficiali - dovevano essere sorvegliati o precauzionalmente trattenuti in questura. La vigilanza, inoltre, era stata estesa agli stranieri e intensificata, in tutti i comuni della provincia, soprattutto sugli elementi "pericolosi e squilibrati", di cui erano state opportunamente aggiornate le schedature e le segnalazioni. Dietro l'appoggio di massa al regime scorrevano sottopelle tensioni e conflitti che non venivano raccontati. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che lo stato fascista fu (anche) uno stato di polizia che schedò e sorvegliò 160.000 italiani e ne mandò al confino 12.330 perché antifascisti (120 dalla provincia di Treviso). Ai margini dell'adesione al fascismo esisteva, dunque, un'area di generica insoddisfazione (per le cattive condizioni economiche, soprattutto) che sfociava talvolta in aperto dissenso politico.

Il 1938, da questo punto di vista, non fu un anno facile per il regime: la disoccupazione e le restrizioni dei consumi, le prime avvisaglie della guerra, l'annessione dell'Austria alla Germania, l'alleanza con i vecchi nemici tedeschi stavano oscurando le celebrazioni del ventennale della vittoria. Il Trevigiano, che dalla grande guerra era stato dilaniato e che aveva radicato nelle sue popolazioni un antico sentimento antitedesco (anche questo, però, complicato da un mito tutto nuovo del "tedesco ariano" che cominciava a farsi strada soprattutto tra le nuove generazioni), viveva questi momenti con particolare trepidazione. Mentre, a pochi giorni dall'arrivo del Duce a Treviso, era cominciata l'emigrazione da lavoro degli operai trevigiani per la Germania, le fonti di polizia registravano - e sanzionavano con l'arresto o il confino - le voci dissidenti. Esse ora le consegnano allo storico, conferendo loro una sorta di "visibilità postuma" che le rende ancor più preziose, in quanto sono tra le rare fonti capaci di dar conto di un punto di vista esterno alla "macchina del consenso". Anche per questo sarà utile riportare parole come quelle di Arrigo Princivalli che, tra gli operai in partenza il 9 settembre da Oderzo per la Germania, affermava: "Viva il comunismo; chi è comunista si faccia avanti. E' vergogna mandare in Germania operai a lavorare dopo 600 mila morti che abbiamo avuto", e di Riccardo Zambon, falegname disoccupato, che così si rivolgeva al fratello partente: "Ricordati di non andare in Germania per fabbricare armi contro i tuoi fratelli"; pochi giorni dopo, veniva arrestato Enrico Girardi, notaio di Ponte di Piave, sorpreso a riferire ad una "popolana" che "tutti i tedeschi sono delinquenti e delinquente è il loro capo Hitler, come sono delinquenti tutti coloro che appoggiano quest'ultimo. Tutto il mondo è indignato contro la Germania. La Francia, la Russia e l'Inghilterra metteranno una volta per sempre a posto questa masnada di facinorosi. Hitler ha ucciso tutti i suoi compagni e Dolfuss. Tradirà anche l'Italia". L'odio per i tedeschi si rovesciava anche sull'"alleato" Mussolini: l'accalappiacani municipale di Treviso Galliano Conte si rammaricò di non essere stato inviato in rappresentanza del Comune a Roma da Hitler e Mussolini "per prenderli tutti e due per il collo con il laccio". La pervasività del Duce, della sua immagine, delle sua voce e della retorica legata al suo arrivo a Treviso poteva produrre anche effetti di saturazione e fastidio, come nel caso dell'industriale di Giavera Giuseppe Baggio che dichiarava di non aver partecipato alle manifestazioni del 21 settembre in suo onore perché "l'ho visto anche troppo, adesso non è tempo di far lavori e cose per i capricci suoi mentre il popolo langue".

La piazza ambivalente di Mussolini

La violenza è l'altra faccia - nascosta, sfumata, rimossa dal racconto ufficiale - del consenso nella piazza del Duce. Essa, dopo tutto, è inscritta geneticamente nella storia del fascismo, che nasce - anche in queste strade e piazze trevigiane - squadrista e rivoluzionario. Il fascismo, infatti, non risolverà mai pienamente le sue interne contraddizioni tra spinte rivoluzionarie e "ritorni all'ordine". Anche nel momento dell'esibizione plateale della massima unanimità e compattezza di popolo attorno al suo capo, esso continua a pensarsi e a celebrarsi come il frutto di una duplice guerra vinta: quella di Vittorio Veneto contro gli stranieri e quella - più lacerante, più faticosa da comporre anche nella memoria ufficiale - contro i nemici interni. Uno dei momenti più sentiti - almeno da parte dei fascisti "militanti" - della giornata di Mussolini a Treviso è l'inaugurazione del Sacrario degli eroi trevigiani caduti della rivoluzione fascista, vittime degli scontri del primo dopoguerra. Il ricordo dei propri morti è tanto più enfatizzato quanto più alto è il suo valore simbolico, che spesso compensa una debolezza reale. I fascisti trevigiani non riuscirono a prendere Treviso con le proprie forze: la resistenza sia politica che militare suscitata da alcune figure carismatiche come Guido Bergamo costrinse il fascismo ad una vera e propria conquista armata della città ad opera di duemila camicie nere provenienti da tutto il Veneto e oltre. I quattro "martiri" commemorati rappresentano il mito fondante, il momento "glorioso", ma anche la falsa coscienza del regime: essi svelano che la piazza "domata", da cui ogni conflitto è ufficialmente rimosso, è essa stessa l'esito di un conflitto. Lo spettro della divisione trova cittadinanza - anche se solo per essere negato - nelle piazze del consenso. Esso viene esorcizzato e allontanato, relegandolo in un passato mitico e perciò irripetibile (le origini, la rivoluzione); eppure, arriva a lambire in modo inquietante il presente (solamente al 1929 risale l'ultima "vittima del pugnale sovversivo", Antonio Grava di Revine Lago), e scorre carsicamente sotto la coltre repressiva alimentando quella "guerra civile strisciante" che riemergerà nella Resistenza. I meccanismi mentali messi in atto dai fascisti per elaborare pubblicamente i propri lutti sono, infatti, già allora, quelli tipici delle guerre civili, che prevedono la negazione dell'identità del nemico e la sua espulsione dalla comunità di appartenenza ("sovversivi" e "negatori della Patria" sono chiamati i repubblicani che, difendendo le proprie sedi dall'assalto del luglio 1921, procurano la morte del giovane squadrista Giulio Boscaro).

"Alle origini di quella 'piazza domata' - ha scritto Mario Isnenghi - c'è anzitutto una ben nota duplicità originaria: la forza della piazza e il timore della piazza; il fascino della folla e l'anarchica imprevedibilità della folla". L'ambivalenza è persino "strutturale" in piazza del Grano, teatro del discorso di Mussolini ai trevigiani: il luogo dell'ufficialità e dell'esibizione del potere è la piazza più vasta, ma anche la più "plebea" della città. Lontanissima dalla ricercata austerità di piazza dei Signori - cuore della trevigianità - , essa "non ha niente di grandioso: sa di lavoro e fatiche campestri"; più che una piazza, è uno slargo, che da secoli ospita il mercato e regola il contatto tra mondo urbano e rurale. Questa piazza "bastarda", gremita da ottantamila persone venute a vedere il Duce, si sdoppia ulteriormente agli occhi di due diversi osservatori, i poliziotti e i giornalisti, entrambi pienamente interni alle strutture del regime. Eredi di un'antica cultura di sospetto e diffidenza nei confronti della piazza, le forze di polizia preparano "la stretta vigilanza sulla folla in sosta sulle piazze e lungo l'itinerario del corteo, [...] l'allontanamento e fermo di tutte le persone sospette che fossero notate tra la folla degli spettatori", il mantenimento "a conveniente distanza" della "massa del popolo che affluisce sulle strade e sulle piazze"; due linee di agenti conterranno e sorveglieranno la piazza dall'esterno, dalle transenne e dalle retrovie, mentre una linea mobile, costituita da uomini frammischiati alla folla con le spalle al corteo, non avrà "altro compito che quello di osservare attentamente la folla, di scrutare le mosse dei singoli".

Le folle temute dai poliziotti si integrano, però, con quelle raccontate dai giornali. Dentro il fascismo c'è posto per le une e le altre, che tra loro si completano, non si respingono. Il fascismo non è né vuole essere una dittatura di vecchio stampo: già Togliatti, definendolo "regime reazionario di massa", ne aveva individuato la caratteristica innovativa di affrontare il problema tutto moderno dell'inserimento delle masse nella vita politica. I giornalisti, che da pochi anni (dal tempo delle manifestazioni interventiste) avevano scoperto le virtù delle masse irreggimentate, esprimono ora il fascino per quella "formidabile adunata in Piazza del Grano":

La moltitudine affluisce a torrenti, a ondate, [...] le masse stanno addensandosi, [...] la folla si agita paurosamente mentre nuove ondate di popolo si susseguono di continuo. Ora prorompe impetuoso dalla piazza il triplice grido: Duce! Duce! Duce! La folla continua a martellare questa parola di invocazione. Ecco il Duce arriva. Sono gli squilli di tromba che l'annunciano. La moltitudine è in delirio. Non è più un grido poderoso quello che si leva dalla piazza: è un boato che scuote la terra. Quando la maschia figura del Capo appare dall'alto del podio, migliaia e migliaia di mani si levano in alto, migliaia e migliaia di voci pronunciano una sola parola: Duce!

Mussolini è il demiurgo di questa piazza, il tramite (nelle due direzioni) tra il popolo e lo stato:

Il popolo - scrive Luigi Faraone sul "Piave" - ha ritrovato un Capo degno finalmente di guidarlo. A Lui affida, con riposante certezza, il proprio destino. Sa che Egli, figlio di popolo, ha sofferto; ha morso la fame, ha patito il carcere, ha insanguinato la trincea, per il proprio ideale.

Mai, prima di allora, il potere era stato così "popolare", incarnato da un "figlio del popolo" (di più, da un ex socialista, accettato come il male minore ma mai pienamente "digerito" dai detentori dei poteri "forti" - la chiesa, l'aristocrazia e l'alta borghesia - che gli sopravviveranno) e capace di parlare al popolo con il suo linguaggio, di piazza e di teatro, di parole ma anche di mimica: "Benito Mussolini guarda compiaciuto la folla, si volge da ogni lato e sorride facendo segni di assenso", l'urlo si placa, Mussolini risponde col braccio alzato, sorride, poi fa cenno di tacere, ma viene interrotto dalle evoluzioni di tre aeroplani, "il Duce li osserva e li addita alla folla sorridendo. La moltitudine ora tace con ansia profonda". Le cronache del dialogo tra Mussolini e la folla assomigliano a dei copioni teatrali, in cui parole, silenzi e gesti sono attentamente miscelati.

Il Duce, professionista della piazza, conosce le tecniche della comunicazione "di scena", sa come toccare le corde più profonde del suo pubblico: quando accenna agli sviluppi della crisi cecoslovacca, "la moltitudine si fa profondamente silenziosa. Vediamo il Capo estrarre dalla tasca dei pantaloni un foglietto di carta", legge un telegramma che annuncia la resa della Cecoslovacchia alle proposte anglo-francesi "e il pubblico che lo apprende prorompe nuovamente in applausi". Mussolini rifunzionalizza i trucchi antichi dell'"imbonitore" (la gestualità; la suspense; il gioco delle parti con il pubblico; il far sentire ogni piazza come unica e irripetibile, ogni volta come la preferita...) all'interno del sistema moderno di comunicazione: questa piazza è ambivalente anche perché segna il tramonto del "ciarlatano" e la nascita del "divo" di massa, e Mussolini ne rappresenta, in qualche modo, la frontiera:

Quando finisce, il problema è di staccarsi da questa massa, pazza di entusiasmo. Scende due gradini, sente il clamore sempre crescente e non può proseguire. Ritorna su, si presenta. Sono minuti di uragano, di bufera, di delirio. Scende ancora. E ancora deve risalire, vuol risalire, perché il fascino è reciproco: lo esercita Lui sulla massa ma la massa l'esercita su Lui. Un goliardo, di sotto al podio, non riuscendo più come fare per esprimere quello che ha in sé, lancia in alto il berretto tutto scritte, tutto medaglie. E il Capo l'afferra a volo, lo osserva sorridente, lo rilancia in basso. E' bastato l'accenno: dalla piazza gli piovono addosso mille altri berretti, mille bustine nere, mille fez, mille fazzoletti. E il Capo? Ma il Capo si diverte, la cosa Gli piace, ne prende al volo altri dieci e li ributta in basso.

Tra l'aeroplano e la stalla

Dietro di sé Mussolini lascia, oltre al ricordo, anche una manciata di elargizioni agli enti assistenziali della Marca. Si celebra così - dopo la sua partenza, ma in suo nome, ed alla presenza delle autorità locali (dal vescovo, al federale, giù giù fino al presidente dell'Unione professionisti e artisti) - una sorta di rito di ridistribuzione. Il percorso delle risorse è, infatti, tipicamente pendolare: dapprima tutti i 90 comuni della provincia sono sollecitati a concorrere alle spese per la venuta del Duce, ritagliando i contributi dai magri bilanci comunali (Cimadolmo li preleva dalla voce "premi di natalità e nuzialità", S. Polo dalle "spese di spedalità", Segusino dal licenziamento dello stradino comunale...); poi, il Duce stesso devolve i suoi contributi - naturalmente amplificati - alle istituzioni assistenziali locali, scatenandone inevitabilmente la sotterranea corsa per garantirsi la sovvenzione. Il particolare "stato sociale" messo in piedi dal regime ricalca le forme del potere delle società arcaiche: il capo, detentore di un potere personale e principale elemento integrante della società, acquisisce status in funzione della sua "generosità", della sua capacità di ridistribuire beni, e la sua investitura conferisce carisma ai detentori di un'autorità locale.

E' persino superfluo far notare la "lunga durata" di certe forme di gestione del potere: dopo tutto, il fascismo ha rappresentato uno snodo fondamentale per la modernizzazione della società italiana. Se è ancora un problema aperto dare una valutazione complessiva su quale sia stato l'effettivo contributo del regime a questo processo, non si può tuttavia prescindere dalla constatazione che - anche solo per ragioni cronologiche - il fascismo declinò per la prima volta in Italia la società di massa. E ad esso dobbiamo tornare, anche oggi, per capire le ragioni e la genesi di molte caratteristiche e "anomalie" del nostro stato, della nostra economia, del nostro "carattere" nazionale.

Più utile, forse, è mettere qui in evidenza l'"astuzia della storia", che per procedere non esita a ripercorrere ("rifunzionalizzare", dicono gli antropologi) anche vecchi sentieri che si credevano definitivamente sepolti.

Questo spiega anche la contaminazione tra elementi arcaici e moderni che segna molti dei momenti e luoghi simbolici attraversati dal Duce nel corso della sua visita a Treviso: i due poli sono rappresentati dalla duplice inaugurazione, a distanza di poche ore, della Mostra delle tradizioni popolari della Marca Trevigiana e dell'Aeroporto dedicato al "volatore dall'ala incombusta", pioniere del volo notturno di caccia e legionario fiumano, Giannino Ancillotto. Immagini di tradizione e modernità si alternano nelle autorappresentazioni del regime: l'aereo e l'aratro, la velocità del progresso e il tempo immobile della tradizione, proseguono, all'interno del fascismo ormai al governo, il dilemma originario che già si era presentato durante la guerra (sorta di "prova generale" della modernizzazione autoritaria) tra l'eroismo "anarchico" delle élite guerriere e l'ordine della truppa, tra l'ardito e l'alpino.

Ma ci sono elementi che permettono di andare oltre l'immagine che il regime si dà e vuol dare ed attingere, per certi gradi, ai movimenti reali della società. La Mostra delle tradizioni popolari di Villa Margherita è in sintonia con il ruralismo predominante nella coreografia delle celebrazioni. Preparata dal Dopolavoro Provinciale con la collaborazione del neonato Ente Provinciale per il Turismo, essa, agli occhi dei suoi organizzatori, "è una rassegna che accoglie quanto di più bello, più semplice, più artisticamente ammirevole si trova nelle nostre campagne, dove le opere degli umili lavoratori dei campi e degli artigiani assumono spesso una sana e commovente poesia". I riflessi del programma nazionale di "andare al popolo" si combinano qui con una specificità tutta locale di radicata contrapposizione tra città e campagna che il fascismo cerca in molti modi di sanare. Eppure, la "scoperta del popolo" - e di quello contadino, in primo luogo - avviene quando lo si sente ormai inoffensivo e prossimo alla scomparsa ("questa rassegna delle arti popolari diventerà una delle documentazioni più colorite ed efficaci dell'attività paesana"). Gli intellettuali - come Bepi Mazzotti e Sante Cancian, protagonisti di primo piano della realizzazione della mostra - hanno il compito di tradurre in "folklore" l'antica cultura delle classi contadine, rifunzionalizzandola all'interno della nascente società moderna. Dietro l'enfatizzata valorizzazione delle "caratteristiche di lavoro, di iniziativa ed inventiva della popolazione di campagna e della pedemontana" c'è in realtà un'operazione rivolta ad un pubblico cittadino, borghese e piccolo-borghese, che cerca, durante il tempo libero, un rapporto turistico, mediato e commerciale, con l'"esotico" di fuori porta: l'allestimento - si legge in un articolo di presentazione - prevede

la trasformazione del "teatro" [il teatrino di Villa Margherita] in osteria paesana dove i visitatori della Mostra potranno sostare e gustare i piatti ed i vini della mensa trevigiana, mentre nel vicino laghetto i pescatori saranno intenti alla pesca con i caratteristici sistemi locali. Nel parco, di fronte all'aranciera, un grande roccolo è stato ricostruito e gli uccellatori effettueranno dimostrazioni pratiche di questo sistema di caccia. [...] Al centro della Mostra è stata realizzata una civettuola saletta da ricevimento e di vendita al pubblico delle pubblicazioni che in occasione della rassegna sono state date alle stampe.

Proprio mentre il mondo contadino si avvia al suo tramonto (il ruralismo è una copertura ideologica per meglio governare e addolcire gli effetti della penetrazione del capitalismo nelle campagne), gli intellettuali trevigiani propongono una nuova prospettiva - vincente, nel lungo periodo - con cui guardare ad esso, riscattandolo, se non dalla subalternità e dal paternalismo, almeno dagli aspetti più fastidiosi dell'antica "satira del villano".

La visita del Duce a Treviso presiede, dunque, anche ad uno strano incontro tra cittadini che vanno - mentalmente - verso la campagna e contadini che vanno - in carne ed ossa - in città, nella piazza e a vedere le vetrine: un rito collettivo (del tutto informale, questa volta, dettato da logiche più profonde delle urgenze politiche) che prelude a quella "grande trasformazione" che si dispiegherà pienamente nel secondo dopoguerra, realizzando finalmente la "nazionalizzazione delle masse" attraverso il più potente degli integratori sociali, lo sviluppo dei consumi.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E ARCHIVISTICI

La citazione iniziale di Rossana Rossanda è tratta da Rimozioni, "il manifesto", 6 gennaio 1995, p. 9; su questi temi, cfr. G. DE LUNA, M. REVELLI, Fascismo antifascismo. Le idee, le identità, Firenze, 1995.

Molti riferimenti all'"immaginario fascista" (e al suo "contro-immaginario") sono ricavati da: L. PASSERINI, Mussolini immaginario. Storia di una biografia 1915-1938, Roma-Bari, 1991; M. ISNENGHI, Il corpo del Duce, in S. BERTELLI, C. GROTTANELLI (a cura di), Gli occhi di Alessandro. Potere sovrano e sacralità del corpo da Alessandro Magno a Ceausescu, Firenze, 1990, pp. 170-183; M. DONDI, Piazzale Loreto 29 aprile: aspetti di una pubblica esposizione, "Rivista di storia contemporanea", 2, 1990, pp. 219-248; E. FRANZINA, "Bandiera rossa ritornerà, nel cristianesimo la libertà". Storia di Vicenza popolare sotto il fascismo, Verona, 1987; L. PASSERINI, Torino operaia e fascismo. Una storia orale, Roma-Bari, 1984; R. DE FELICE, L. GOGLIA, Mussolini. Il mito, Roma-Bari, 1984; V. DE GRAZIA, Consenso e cultura di massa nell'Italia fascista. L'organizzazione del dopolavoro, Roma-Bari, 1981; R. DE FELICE, L. GOGLIA, Storia fotografica del fascismo, Roma-Bari, 1981. Sul carattere "ambivalente" della cultura popolare, cfr. M. BACHTIN, L'opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Torino, 1979. Fondamentale la lettura di M. ISNENGHI, L'Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri, Milano, 1994.

Per ulteriori punti di vista sui passaggi del Duce nelle città venete, cfr. il saggio di F. SELMIN, La scena del tiranno. Il passaggio del Duce a Este (10 ottobre 1940). Immagini, parole, ricordi, "Terra d'Este", 6, 1993, pp. 111-137, e il racconto grottesco della visita di Mussolini a Vicenza ne Il prete bello di Goffredo Parise.

Numerose informazioni e citazioni sulla preparazione e sullo svolgimento della visita di Mussolini a Treviso sono ricavate dalla lettura dei numeri di settembre 1938 dell'edizione trevigiana de "Il Gazzettino" (soprattutto i nn. del 20 e del 22.9.1938) e de "Il Piave. Foglio d'ordini. Settimanale della Federazione Trevigiana dei Fasci di Combattimento" (soprattutto i nn. del 21.9 e dell'1.10.1938: il n. del 21.9 contiene anche l'articolo di L. FARAONE, Torna il Duce, cui ho fatto più volte riferimento).

L'esplorazione del "dietro le quinte" sarebbe stata impossibile senza la consultazione dei documenti contenuti nella B. 328, f. "Visita del Duce", del fondo Gabinetto di Prefettura presso l'Archivio di Stato di Treviso: in particolare, ricchissimo di informazioni sull'organizzazione e il controllo delle manifestazioni è l'opuscolo "riservatissimo" a stampa per i funzionari di P.S. e dei RR.CC.,  R. QUESTURA DI TREVISO, Visita a Treviso di Sua Ecc. il Capo del Governo. 21 settembre 1938 - XVI [con allegati], Treviso, 1938; per l'interpretazione del "rito della ridistribuzione", mi sono riferito soprattutto ai documenti contenuti nei ff. "Manifestazioni per la visita del Duce. Contributi deliberati dai Comuni" e "Visita del Duce. Elargizioni" (cfr. anche la voce Reciprocità-ridistribuzione redatta da J.C. GARAVAGLIA per la einaudiana Enciclopedia, XI, Torino, 1980, pp. 688-702).

Sul contrastato radicamento del fascismo a Treviso, cfr. R.A. VICENTINI,  Il movimento fascista veneto attraverso il diario di uno squadrista, Venezia, [1935] e L. VANZETTO (a cura di), L'anomalia laica. Biografia e autobiografia di Mario e Guido Bergamo, con un saggio di Mario Isnenghi, Treviso, 1994. Per un quadro generale della situazione sociale e politica a Treviso alla vigilia della visita di Mussolini, cfr. E. BRUNETTA (a cura di), Storia di Treviso. IV. L'età contemporanea, Venezia, 1993, L. VANZETTO, E. BRUNETTA, Storia di Treviso, Padova, 1988; U. BIDINOTTO, Sviluppo economico e società rurale nel Trevigiano fra le due guerre, "Venetica", 1, 1984, pp. 123-153; T. TESSARI, La città nella storia, in L. POLO (a cura di), Treviso nostra, Treviso, 1964, pp. 1-96.

La documentazione delle scorribande condotte, nell'aprile del '37, da un gruppo di fascisti intransigenti è depositata presso l'Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea della Marca Trevigiana, in un fondo - raccolto da Ivo Dalla Costa e provvisoriamente ordinato in base agli anni - formato da copie di documenti ora inaccessibili agli studiosi, riguardanti la situazione politica e l'ordine pubblico in provincia di Treviso nel periodo tra le due guerre. Da questo stesso fondo ho ricavato - per il 1938 - le "voci dissidenti" (sulla cui "visibilità postuma", cfr. E. FRANZINA, Schedati, schedature e schedatori, prefazione a E.M. SIMINI, Di fronte e di profilo. Tutti gli schedati dalla polizia in provincia di Vicenza dal 1893 al 1945, Verona, 1995).

 

 

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(c) 1995, Camillo Pavan Editore, Treviso

 

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Ultimo aggiornamento 27/02/09