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Sante Rossetto, presentazione del volume Drio el Sil di Camillo Pavan Santa Maria del Sile (TV), Scuola elementare Anna Frank, 1 maggio 1985 |
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Trascrizione integrale
Dopo Cino Boccazzi che ha detto quasi tutto, per me sarà un po’ difficile dire qualche cosa di nuovo. E… ho letto tutto d’un fiato questo libro… e Camillo Pavan ha una grossa colpa nei miei confronti: mi ha introdotto circa quindici anni fa a fare il giornalista, fu proprio lui a incitarmi. Lui ha smesso e invece io ho continuato. Non so se sia una colpa, comunque si è rimediato (…). Con lui mi lega una grossa amicizia. Quando mi ha detto di presentare, di fare due parole (quando io sono un pessimo parlatore, preferisco mettere il nero su bianco, quando posso) ho accettato volentieri. Mi ha dato questo libro e ho visto che ha qualche cosa di veramente interessante e lo dice già Bernardi nella sua presentazione: «La parte (…) originale e generosa di stimoli per il ricercatore, è quella dove sono raccolte le “storie di vita” dei testimoni attuali». Ci sono parole raccolte, storie di vita che andrebbero perse, se noi non le raccogliamo, non le raccogliamo subito, diciamo, perché evidentemente questa gente non ha più vent’anni, non ha più quarant’anni, ne ha ormai (…) verso i sessanta-settanta. Dobbiamo raccoglierle, perché raccogliamo una tradizione, raccogliamo qualche cosa che altrimenti andrebbe perduto, inevitabilmente e irreparabilmente. Mentre possiamo studiare la storia sugli archivi sulle cose già scritte, ed è la prima parte del libro di Camillo, che è una cosa che naturalmente noi scopriamo ma che possiamo scoprire anche in altre sedi o con altre persone, se non ci affrettiamo a raccogliere tutto questo, tutto quello che ci dà il paese, la tradizione, noi avremo perso un patrimonio. Patrimonio che, come diceva, mi pare, un vecchio adagio: « È meglio bruciare un paese che perdere una tradizione»… se non mi sbaglio. Nella prima parte Camillo riporta dei registri. Registri che dal Concilio di Trento in poi i parroci tenevano per quanto erano i battesimi (…). Ed erano una specie di giornali, gli unici giornali che abbiamo, per la verità, del tempo, visto che parliamo di giornali. Era una periodicità che non era naturalmente prestabilita, ma che ci dà una fotografia di quello che era la nostra terra nel passato. Diciamo che con questo testo Camillo introduce o segue un filone che si sta muovendo molto attivamente, mi pare, nella Marca Trevigiana. C’è una proliferazione di studi, alcuni buoni qualche altro meno buono, qualcuno con una grossa spesa da parte delle amministrazioni (ne abbiamo visto spesso) qualcuno invece che deve essere pubblicato un po’ così, artigianalmente. Noi speriamo che questo libro di Camillo possiamo in qualche maniera farlo pubblicare in maniera che venga valorizzato meglio. Diciamo che c’è una grossa richiesta anche da parte del pubblico… e lo vedo qui, la sala è piena, di noi stessi, di quello che eravamo, di quello che erano i nostri predecessori (…) ancora vivi. Cioè abbiamo il piacere di conservare quello che siamo, quelle che erano le nostre — ormai se ne parla spesso — tra virgolette, radici. Cioè noi sentiamo questa terra come nostra. Qui si parla del Sile, in altre parti si parla della montagna, si parla della campagna. Cioè, non vogliamo che vada perso quello da cui noi siamo discesi e questa tradizione che in fin dei conti ci ha formati. Prima, parlando con degli amici, dicevamo: «Mah, vediamo fin tante parole dialettali, trevigiane, e anch’io che non sono poi più tanto giovane alcune non me le ricordo». E sicuramente questi ragazzi qui, che hanno dieci anni, probabilmente se le leggono non sanno più cos’è. Dicevamo “bartoèl”, tanto per dire, che sicuramente è una parola che tanti di noi sanno, ma se andiamo a chiederlo a qualcuno, qualche ragazzo di sei sette anni, delle elementari, a momenti non sa più cos’è. Dico “el bartoèl” perché ho visto questa parola e tante altre. Le “nasse” sicuramente, io che non ho vissuto sul fiume non sapevo cos’erano e ho imparato adesso cosa sono. La raccolta di queste fonti orali che — per dirla così, citando i greci, erano i “logografi”, cioè quelli che scrivevano le cose dette, è la vera storia— è il pregio di questa nuova raccolta, di questo libro, di questo opuscolo, che ha questo grosso merito. Un merito che Camillo ha insieme in due anni di lavoro, e in questi ultimi sei mesi veramente si è dedicato anima e corpo, la moglie, la signora, mi ha detto che era “elettrizzato” in questi ultimi giorni. Chiudo, e poi passiamo ad altre cose, dicendo un grazie… e mi ha commosso la dedica che ha fatto qui. Qualche volta lo penso anch’io quando vado nei miei momenti liberi in biblioteca dove trovo degli amici che stanno facendo delle cose molto interessanti e mi auguro che vengano presto alla luce… Una dedica commovente a un figlio di Camillo Pavan, Libero (non so se sia lui… è qui). Libero è uno splendido nome fra l’altro che indica un po’ la tua personalità… tu sei sempre stato un po’ (un po’ come me, per la verità) amante di questa libertà. Dice: «Il mio piccolo dolce bambino, che malgrado lo abbia sfrattato per lunghi mesi dalla stanza della televisione…» lo ha aiutato. Ecco, a volte, per queste nostre ricerche, per questi lavori… Giampaolo Cagnin è un caro amico e forse lo sa… dobbiamo sacrificare qualche cosa della famiglia. Allora noi diciamo un grazie a tutti quelli che ci hanno aiutato, ma soprattutto a quei familiari, che devono sopportare questi ritagli… questi “furti” diciamo, di tempo, che invece di dedicare alla famiglia dedichiamo a queste cose. Ma in fin dei conti il paese e questa tradizione è veramente una grande famiglia per tutti. |
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aggiornamento
12/01/09
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