Dal Sile a Porto Marghera

Storia del mugnaio Guido Granello

di Canizzano  

 

 

di Camillo Pavan

 

 

Di là del Sile, oltre i fragili e stretti ponticelli dei mulini dove un tempo si estendeva il villaggio di Mure e dove ora sopravvivono, in un residuo cuneo di terra, poche persone isolate tra il fiume e l’aeroporto, abita Guido Granello, classe 1920, figlio di figli di mugnai, mugnaio fino al tempo della sua giovinezza interrotta da sei anni di guerra e di prigionia.

Guido Granello è alto, ha le spalle larghe e un volto squadrato che mal si concilia con l’innata gentilezza del suo modo di parlare e di muoversi. Tanto che si prova una strana sensazione a vedere quest’uomo grande e dall’aspetto robusto accudire alle caprette (che alleva in un piccolo spazio ricavato dietro le mura dell’aeroporto), dar da mangiare alle galline, curare gli alberi da frutta come fossero fiori, sempre seguito da un cane lungo poco più di venti centimetri.

Come per tutti i figli di mugnai anche per Guido l’iniziazione al lavoro avvenne ben presto: «Gavéa sìe àni quando gò scumissià a levàr a mòla» (avevo sei anni quando ho iniziato a “levàr a mòla”). Doveva cioè, appena finito un turno di macinazione, manovrare la leva che permetteva di alzare le macine (e mòle), per evitare che girassero a vuoto, mentre gli “uomini” andavano fuori a seràr a ròsta: chiudere le paratoie (e bòe) che convogliavano l’acqua alla ruota, permettendone il funzionamento.

Guido Granello crebbe nel muìn de mèso, il mulino di mezzo, quello fra i tre mulini di Mure situato proprio al centro del fiume, quasi zattera galleggiante. Una costruzione che un tempo era in legno e che, quando le macine giravano, si scuoteva tutta, tanto da sembrare sempre sul punto di essere travolta e trascinata lontano dall’impeto della corrente.

Il mulino di mezzo aveva due ruote che davano lavoro — nello stesso ambiente, senza muri divisori e uno a fianco all’altro — a due mugnai che, pur non essendo parenti tra loro, avevano entrambi il cognome Granello, e si distinguevano per i soprannomi: Ói gli uni, i familiari di Guido, e Benetín gli altri.

I Granello Benetìn lavoravano con una mola de scarto e una de sóturco. Con la prima macinavano le pannocchie di granoturco più scadenti (de seconda), intere, assieme ai tutoli (i bòtoi), ottenendo i ròstoi che venivano utilizzati come supplemento alimentare per il bestiame. Con la seconda macinavano il granoturco da farina.

I Granello detti Ói avevano invece a disposizione una mola da mais e una da frumento. «E ora - ricorda Guido - quando che a noaltri me ocoréva masenàr i bòtoi e e panòce i me e masenàva lóri, quando che lóri i gavéa da masenàr el fromento, o masenàimo noaltri». (Allora quando a noi occorreva macinare i tutoli e le pannocchie di scarto le facevamo macinare da loro, quando invece loro dovevano macinare il frumento, glielo macinavamo noi).

Per entrambi, comunque, era la mola da sóturco quella che girava con maggior frequenza.

Lavoro per vivere ce n’era a sufficienza durante tutto l’anno. Ma era soprattutto quando la troppa pioggia o la troppa siccità rendevano inservibili gli altri corsi d’acqua della pianura trevigiana che arrivava sul Sile grano da macinare anche da altri paesi: da Lancenigo, da Carbonera, da Zero Branco, ecc. «I ièra i stessi munèri che caricava a roba dei clienti e i vegnéa fin qua co e caréte, e i spetàa el so turno e dopo i tornàa co a farina masenàa». (Erano gi stessi mugnai che — dopo aver raccolto normalmente il grano dei clienti — venivano fino a Canizzano con le carrette, attendevano il turno per macinare e poi tornavano indietro con la farina).

In quei momenti nel muín de mèso non c’era riposo. Le macine giravano notte e giorno e la garanzia del lavoro facilitava la convivenza fra le due famiglie di mugnai.

La grossa frizione, fra gli operatori del complesso dei mulini di Mure, era nata invece con l’arrivo, alla fine dell'Ottocento, dei Torresan: mugnai dai notevoli mezzi finanziari e dotati di una più moderna mentalità imprenditoriale che li portò in seguito ad utilizzare per primi l’impianto a cilindri e la corrente elettrica al posto della forza idraulica. Oltre tutto il mulino Torresan, trovandosi sulla riva destra del fiume, continuò ad essere facilmente raggiungibile anche dopo la costruzione dell’aeroporto e la conseguente interruzione delle antiche vie che, passando per San Giuseppe e La Moncia, mettevano in comunicazione con il  territorio a nord del Sile. Non è quindi un caso che il loro sia stato l’ultimo fra i mulini di Canizzano a chiudere i battenti, nel 1985.

Inoltre i Torresan, ricorda Guido Granello, avevano anche un altro vantaggio sulla concorrenza: grazie alle cinque bòe utilizzate per il loro impianto, potevano contare su un maggior numero di peschiére [impianti per la cattura delle anguille posti subito a valle del mulino]    che per di più erano situate verso la riva del fiume. E si sa che le anguille, nel loro movimento discendente, si spostano soprattutto sotto riva. Di conseguenza le peschière dei Torresan catturavano sempre un’abbondante quantità di bisàte: importante strumento commerciale in mano agli abili mugnai che, alla vigilia di Natale, le distribuivano con oculata generosità ai clienti migliori o alle casàe (famiglie) che volevano conquistarsi.

Le peschière del mulino di mezzo catturavano invece una quantità di anguille molto più limitata tanto che, per accontentare i tradizionali clienti, più di una volta i Granello, sotto le Feste, dovettero andare a rifornirsi al mercato.

Anche per questo i Granello dovevano prestare particolare cura alla clientela. E il modo migliore era il servizio a domicilio: vale a dire il ritiro del grano da macinare e la consegna della farina macinata il giorno successivo.

Questo giro per le famiglie dei contadini, che veniva effettuato seguendo un itinerario collaudato dalla consuetudine, era chiamato a pòsta. Ogni mugnaio aveva la sua pòsta che lo portava ad allontanarsi dal Sile anche per parecchi chilometri.

Guido Granello iniziò a fare il giro della pòsta non appena, verso i sedici anni, fu in grado di caricarsi un sacco in spalla, da solo. Si spostava con un mulo cui aveva dato il nome di Mughetto (a ricordo di una morosa di Santa Maria del Rovere che una volta gli aveva regalato un mazzolino di quel profumato fiore). 

Partiva di buon mattino, mai più tardi delle sette, dopo aver messo i sacchi con la farina sul caratteristico carretto chiamato bàra, fornito di due sole ruote (ma molto grandi) e il cui piano di carico era chiuso su tre lati ed aperto nella parte posteriore.

Arrivato nelle casàe dei contadini trattava soprattutto con le donne, essendo gli uomini fuori, nei campi. 

- Gàea gnénte, siora? (ha niente, signora?), era la sua domanda quando giungeva nel cortile, e la padrona di casa spesso lo accoglieva con un:

- Dài munèr, che go a calièra che bóje! (Sbrigati mugnaio, che ho l’acqua nel paiolo che sta già bollendo!).

Perché era la farina di granoturco, da polenta, che andava a consegnare, non certo farina per fare il pane. «Col formento i contadini i pagàa el paron», ricorda Guido e «el pan i lo magnàa el dì déa sagra». (Col frumento i contadini pagavano l’affitto della terra al padrone e il pane lo mangiavano solo il giorno della sagra).

Il ritorno dal giro della pòsta avveniva nel tardo pomeriggio e, specialmente durante la cattiva stagione, quando le sperdute strade vicinali e le carrarecce di campagna diventavano quasi impraticabili per il fango o il ghiaccio, anche a sera inoltrata. Un lavoro senza orari, quindi, che gli permetteva però di girare per le case, di incontrare persone diverse, di fermarsi a far merenda in osteria, di conoscere ragazze.

Sempre ben accolto nella compagnia dei coetanei, Guido fungeva da tramite nell’organizzazione delle feste campestri, sull’aia (el sédese) delle famiglie in cui più numerosi erano i giovani. I contadini vedevano in lui non solo la persona che portava quel po’ di farina indispensabile per il pasto quotidiano, ma anche il messaggero e il rappresentante di un mondo diverso. «Parché el munèr na volta el ièra come un sindaco» (perché il mugnaio, una volta, era come un sindaco), ricorda Guido con orgoglio.

Soprattutto le ragazze perdevano la testa per questo giovane alto e forte. «E me coréa drio parché ièro grando, gavéa senpre qualche sínque franchi in scarsèa, gavéa a bicicléta nòva, ndàa balàr, ndàa al cinema, gavéa un vestitín cavà fòra». (Mi correvano dietro perché ero alto, avevo sempre qualche moneta da cinque lire in tasca, avevo la bicicletta nuova, andavo a ballare, andavo al cinema, avevo un vestito un po’ fuori dell’ordinario).

Le ragazze quindi non gli mancavano, né lui si tirava di certo indietro. E chi era il suo più inseparabile compagno nelle molte escursioni amorose? Era proprio il figlio del più temibile concorrente del mulino di famiglia: Bepi Torresan. Così, se i vecchi Granello e Torresan si guardavano in cagnesco, i giovani Guido e Bepi erano invece legati da una lunga amicizia collaudata da mille comuni avventure.

Il fatto di starsene in giro di sera con le ragazze creava però non pochi problemi, specie d’autunno, all’epoca del nuovo raccolto di granoturco. Il mais novello infatti doveva essere macinato al mattino presto, prima di iniziare il giro della pòsta per la consegna della farina. Altrimenti, se la farina veniva messa nei sacchi il giorno precedente — contenendo ancora una notevole percentuale di umidità — rischiava di prendere il rumàtego (stantìo, odore di muffa). «E cussì tante volte tornàa casa da a morosa e dovéa subito metàrme a lavorar e dopo partìa pa a pòsta». (Così, tante volte, appena tornato a casa dalla ragazza dovevo mettermi a macinare e, subito dopo, partire per il giro della pòsta).

Ma il suo fido Mughetto ormai conosceva il percorso e s’incamminava alle prime luci del mattino trascinando il carro che traballava ad ogni buca della strada (ed erano tante) facendo dondolare la lanterna ad olio che vi era appesa sotto, mentre Guido, seduto a cassetta, poteva sonnecchiare e cercar di recuperare un po’ d’energia.

Nei momenti liberi Guido e la compagnia déa ròsta erano instancabili anche nei giochi, specie nella borella, l’antico passatempo diffuso — si può dire da sempre — nelle campagne della Marca.

Memorabili erano poi gli scherzi nei confronti di qualche malcapitato che veniva preso di mira.

«Come qua da Nàssimben ch’él gavéa un canpo de pèrseghi proprio drio el Sil, co un guardian che ghe tendéa dentro un casòto de càne. I tosàti i se méte d’acordo e na nòte, in quatro-sìnque, i gà traversà el Sil co a barca, i se gà ben rifornío de pèrseghi e, intanto ch’el guardian ronfegàa dentro, i ghe gà alsà el casòto, giràndoeo co a porta verso el Sil. Dopo i xe ndàti un poco distante e i se gà mésso a far bordèo. El guardian se svéja e, ancora mèso insucà de sòno, el va fora de corsa dal casòto e el casca dentro el Sil!». (Come accadde qui a Mure, dove la famiglia Nascimben aveva un campo di peschi proprio in riva al Sile, con un guardiano che lo sorvegliava dentro un capanno di canne. I ragazzi si misero d’accordo e una notte, in quattro-cinque attraversarono il Sile in barca, si rifornirono ben bene di pesche e, mentre il guardiano ronfava all’interno, alzarono il capanno e lo girarono con la porta verso il Sile. Subito dopo si allontanarono un poco e si misero a far baccano. Il guardiano si svegliò e, ancora mezzo intontito dal sonno, uscì di corsa dal capanno e cascò dentro al Sile!).

 

Poi iniziò a soffiare il vento di guerra.

Guido partì soldato il 9 marzo 1940. Per un po’ di mesi restò a Mantova e, quando a giugno l’Italia aggredì la Francia, venne subito inviato sul fronte occidentale, sulle montagne sopra Cuneo a oltre 2000 metri d’altezza, sotto la neve, contro i francesi.

Granello, nel ricordare quegli episodi, usa poche volte il singolare. Per la data della partenza, ad esempio.

Nella maggior parte del racconto usa invece il plurale. La tempesta che si era abbattuta sulla sua vita, strappandolo dal suo Mughetto, dai suoi giri per la campagna trevigiana, dai suoi balli e dai suoi scherzi di ragazzo, fu la tragedia di tutta una generazione.

Sulle montagne di Limone Piemonte, dove la guerra poteva forse sembrare ancora una scampagnata, rimase per poco. Già a luglio «i me gà portà a Nàpoi, dove i me gà fato de chée puntúre che fasséa vegnér i pèti come ae signorine. E a tanti ghe xe vegnúo anca a frève a quaranta e ghe gà tocà star destirà par tèra, soa paja, par do tre giorni a spetàr che a finisse». (Ci portarono a Napoli dove ci fecero di quelle iniezioni sul petto che provocavano dei rigonfiamenti simili alle mammelle delle signorine. A tanti le iniezioni causarono una febbre a quaranta che li costrinse a rimanere sdraiati per terra sulla paglia anche due o tre giorni ad aspettare che finisse). 

A Napoli furono imbarcati per Bengasi, in Libia, dove giunsero dopo tre giorni di navigazione e dove trovarono quasi 45 gradi di caldo. Loro avevano ancora i vestiti pesanti ed erano equipaggiati di tutto punto, con la dotazione completa da guerra: moschetto, maschera antigas, tascapane, coperta, ecc. (35-40 kg di peso, in spalla). «E óra tuti in tèra, come e mosche»: i soldati cadevano a terra come le mosche, per il gran caldo.

Questo fu il loro primo contatto con il suolo d’Africa. Poi avanzarono con i camion verso oriente per trecento chilometri. Si fermarono nei pressi di Bardia finché, ai primi di dicembre, “loro” contrattaccarono. E «i me ga becà tuti»: ci fecero tutti prigionieri.

Era il 5 gennaio 1941: un’altra data che a Guido è rimasta ben impressa, perché segnò l’inizio di sessantadue interminabili mesi di prigionia, sotto gli inglesi, col numero 112381 di matricola, nel fiore della giovinezza, dai 21 ai 26 anni.

Rimasero per due mesi ad Alessandria d’Egitto e per tre a Suez, nelle chèbe: recinti di reticolati in cui erano ammassati in mille prigionieri alla volta. Poi arrivò il loro turno di partire. Destinazione Sudafrica.

«E gaémo fato ventisète giorni de nave. Co na nave che a ndàva vànti tre passi e uno a tornàva indrío, na nave da carico. E quanta fame! Quanta fame! Eà, destirài in tèra, sémo rivài a Durban». (Facemmo ventisette giorni di navigazione, con una nave che andava avanti tre passi e uno tornava indietro: una nave da carico. E quanta fame! Quanta fame! Là, sdraiati per terra, finché arrivammo a Durban).

Durante la navigazione il cibo consisteva in una fettina di pane, pochi cereali macinati grossolanamente, minestroni. Poca roba, perché gli inglesi avevano paura che, con un’alimentazione normale, i prigionieri riacquistassero le forze, si ribellassero e s’impadronissero della nave.

«So rivà a Durban descàlso, parché gavéa perso e siòe dée scarpe in Egito, so rivà cóe piaghe tropicài soi piè». (Arrivai a Durban scalzo, perché avevo perso le suole delle scarpe in Egitto, sono arrivato con le piaghe tropicali ai piedi).

Nel campo di prigionia allestito presso la città sudafricana furono lavati, vestiti ed iniziarono a ricevere un’alimentazione normale anche se mai abbondante, ma furono lasciati due anni senza assistenza medica. Gli ufficiali italiani, fra i quali c’erano i medici, erano stati infatti condotti in India, separati dai soldati. E quando, dopo tanto, arrivò un dottore italiano, si sedette a un tavolino sotto un albero e tutti i prigionieri (erano circa duemila) iniziarono a sfilargli davanti, uno alla volta.

Fra i vari malanni, quello che maggiormente aveva colpito i soldati riguardava i denti, che si erano guastati quasi a tutti. A Granello in un colpo solo ne furono strappati quindici.

Finalmente, dopo sessantadue mesi di filo spinato, ritornò a casa. E anche di questo momento ricorda la data precisa: era l’undici marzo del 1946.

La gioia del ritorno durò poco, il tempo di giungere a Canizzano, dove trovò i vecchi genitori senza più niente. Partiti i figli per la guerra avevano infatti dovuto cedere il mulino, che conducevano in affitto. Quel po’ di terra di cui erano proprietari era già stato espropriato per la costruzione dell’aeroporto. Anche la pòsta, assieme a Mughetto e al carro, era stata venduta, ai Torresan.

Non restava che rimboccarsi le maniche e ripartire da zero. Lui che aveva trascorso la prima giovinezza all’aperto, girando di casa in casa con un’attività indipendente e di sicuro prestigio sociale, dovette cercarsi un appartamentino e ritenersi fortunato di trovare un lavoro salariato.

Fino al 1948 fece il carpentiere alla caserma Salsa, ancora una volta sotto gli inglesi, a mille lire al giorno. Poi passò come operaio alla ceramica Pagnossin, a scaricàr pière.

Volle anche tentare l’avventura dell’emigrazione. Era il 1952. Si presentò all’Ufficio del lavoro di Treviso dove la società italo-americana Wilchell cercava operai per la costruzione di ferrovie in Canada. «Eà i te vardàva e man: se no te gavéi i cài no i te ciapàva». (Ti guardavano le mani: se non avevi i calli non ti prendevano).

Non fu certo un problema per lui essere assunto, e dopo la traversata dell’Atlantico intraprese quella del mare verde rappresentato dalla sterminata pianura del Canada: sette giorni e sette notti per raggiungere Vancouver da Halifax. La cosa che maggiormente lo colpì, abituato com’era a macinare ai suoi tempi poco più di dieci quintali di grano al giorno, fu il correre per due giorni e due notti in mezzo a un’unica distesa di frumento.

L’avventura canadese durò poco. Dapprima un’infezione di itterizia e poi un’acuta nostalgia di casa — era sposato ed aveva già due figli — lo convinsero a prendere la via del ritorno, nel 1953.

Divenne allora òmo (operaio) di Torresan, per quattro anni, passando in seguito — sempre come òmo — al mulino dei Benetín. Vi rimase per tre anni, impiegato quasi esclusivamente sui bòtoi. «Anca tresénto quintài al giorno, tuti lavorài a spàe!». (Anche trecento quintali al giorno di tutoli, trasportati tutti a spalle!).

Finalmente, nel 1960, trovò lavoro a Marghera, alla Edison (ora Montedison). Vi entrò come manovale ma frequentò un corso interno che gli permise di diventare operaio specializzato, quadrista per la precisione.

All’inizio raggiungeva Marghera in Vespa, in modo da trovare il tempo anche per passare da Torresan a “battere le mole” per due-tre ore. «E cussí me ciapàa colcòssa». (Così mi guadagnavo qualcosa).

Poi andò in fabbrica con i mezzi pubblici. Il lavoro, anche se fisicamente poco pesante, gli diventava sempre più faticoso, ed era già tanto riuscir a portare a termine le otto ore. Perché il suo reparto era uno dei più nocivi: l’AS 9, dove venivano recuperati i residui della lavorazione dell’acido solforico e si produceva solfito di bisolfito. «Tuto el giorno in mèso al gas: un anbiente da morir», ricorda Guido Granello.

Il suo forte fisico iniziò a cedere. Cominciarono le peregrinazioni dentro e fuori gli ospedali. Fu ricoverato ben trenta volte, di cui sei al CTO di Padova. Finché nel 1979 fu messo a riposo.

Con il sessanta per cento di invalidità permanente.

 

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© 1986, dal libro Drio el Sil. Storia vita e lavoro in riva al fiume a S. Angelo e Canizzano

 

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Ultimo aggiornamento 12/01/09