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La
borella
di
Camillo Pavan
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La
borella era il gioco contadino per eccellenza, sia per il materiale
[legno di
acero campestre "òpio"
un tempo diffusissimo nelle siepi e come sostegno per le viti] sia
per la terminologia usati, sia anche per i luoghi — nei cortili delle
case di campagna o tra i filari delle viti (oltre che, ovviamente
all’osteria) — in cui era praticato. La
borella si giocava, e sempre meno si gioca, con una grossa boccia di legno
di òpio (acero campestre), pesante da 500 grammi a un chilogrammo, e tre birilli in legno, alti
circa 60 cm e chiamati sòni. Il
gioco consiste nel lanciare ad una distanza di trenta metri la palla e nel
colpire al volo i tre birilli messi in fila. Sono ritenuti borellisti di
classe gli specialisti nel gambarèl
e nei San Martin, ossia nel
colpire rispettivamente due sòni
o tutti e tre. (Giorgio Garatti, Sports
e giochi nella Marca Trevigiana, Treviso, 1966, p. 331). Non
può sfuggire come il San Martin
richiami alla mente la data della scadenza del contratto d’affitto dei
contadini, l’11 novembre, che molto spesso corrispondeva allo sfratto
dalla canpagna. Tipica è anche
l’espressione xe sta un San Martin,
per indicare che tutto è stato rovinato, buttato per terra, distrutto,
dopo una grandinata. Far San Martin
a borella era quindi un esorcizzare tali drammatici frangenti. (C. Pavan, La borella: poche regole per fare un S. Martin, Il diario di
Treviso, 27-28 agosto 1978). Sull’antichità
della diffusione della borella nelle nostre campagne, ecco un paio di
testimonianze. Durante
la visita pastorale del 1592 un fabbriciere di Casier, interrogato sul
comportamento del parroco Giacomo Antonelli, dichiarava: «… questo
nostro prete zuoga a carte, e ogni zuogo pubblicamente con gran scandalo
del populo, et anco l’havemo ripreso; l’ho visto anco zugar alla
borella … ». (G. De Pieri, Casier e Dosson, ieri e oggi, II ed., s.l., 1977, p. 17). Pur essendo la
borella un gioco prevalentemente contadino, non per questo era
disdegnato dai residenti in città. Tanto che Marco Zen, podestà e
capitano di Treviso, nell’estate del 1782, accogliendo i reclami del
rettore del seminario vescovile, pubblica e fa affiggere ai muri esterni
dell’istituto un proclama — tuttora visibile sotto i portici
dell’attuale via Manzoni all'altezza del civico 17 — in base al quale
«si fa (…) pubblicamente intendere e sapere che alcuno di qualsivoglia
grado e condizione egli sia non debba farsi lecito in qualunque tempo ed
ora di giorno di notte radunarsi in dette calli conterminanti e che
circondano detto seminario a giocare alla palla, pallone, borelle né
altri giochi restando proibita ogni radunanza che porti seco
sconvolgimento, strepito sussurro e scandalo (…)». Ma torniamo ai
nostri contadini. Il 5 agosto del 1808 un funzionario della prefettura
di Treviso non trova «argomento per soggiungere parere contrario
all’istanza» presentata «da Giuseppe Nicoletto della Comune di
Paese Chiedente licenza d’istituire un giuoco di borella entro il
circuito d’una Melonera [campo dedicato alla coltivazione di meloni e/o
angurie] di sua ragione, da verificarsi nei giorni festivi terminate le
funzioni di chiesa». (Segnalazione di Giovanni Netto, 1-12-1986, da
un documento dell’Archivio di Stato di Treviso, appartenente a un fondo
all’epoca in fase di catalogazione). E per finire questa breve carrellata, sempre nel 1849, viene stigmatizzato dalle autorità locali il comportamento di un contadino di Caravaggio — zona Valdobbiadene — nella cui cucina «trovavasi molti individui che stavano bevendo ed altri nel cortile che giocavano alle burelle», il tutto, ovviamente, senza la prescritta licenza. (Giancarlo Follador, 1988, Le stagioni del vino, p. 47).
-------------- © 1986, dal libro
Drio
el Sil. Storia, vita e lavoro in riva al Sile a S. Angelo e Canizzano
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| Ultimo
aggiornamento
27/02/09
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