La contraerea di Sant'Angelo

Testimonianza di Carmela Pavan (9-11-1937),
registrata il 29 febbraio e il 14 aprile 2008

Carmela Pavan (agosto 2008)

A Sant’Angelo l’intenzione dei tedeschi era forse quella di posizionare la contraerea nella parte iniziale di via Capitello, attuale via Priamo Tron, all’altezza della stradina d’ingresso a casa Reato.

«C’erano i cannoni là per terra, in fianco alla “pioppa” (1), dove ora passa la tangenziale», ricorda Guido Marini. «Io li ho visti perchè andavo sempre a fare qualche giretto in bicicletta. Però erano per terra, non erano in posizione».

Ma probabilmente quel luogo, facilmente individuabile per la presenza del grande pioppo come punto di riferimento, altro non era che il punto di raccolta dei vari pezzi prima di venire piazzati alla fine della stessa via Capitello, nei pressi della crosèra, l’incrocio con via Moncini, a fianco di casa Pavan, la mia casa paterna.

Ed è qui che rimasero dall’8 febbraio 1945 fino alla resa ai partigiani del btg. Mirando, il 29 aprile 1945 (2).

 

L'arrivo dei tedeschi

 

«I cannoni sono arrivati che era la stagione del radicchio. Erano tanti, tanti e tanti e li hanno messi dritti lungo la strada, uno in fianco all’altro, sulla terra alta da Armeín, che era un campo e tre quarti di terra. Saranno stati dieci-dodici cannoni, o anche di più, e dietro c’erano i camion e le camionette dei soldati (3). Erano belli grandi e avevano la canna rivolta verso la nostra casa, cioè in direzione dell’aeroporto, tanto che dopo, quando sparavano, noi bambini avevamo paura che ci buttassero giù la casa.

All’inizio, quando hanno portato i cannoni, c’erano tanti, tantissimi soldati, che subito sono venuti dentro a casa nostra, a invadere la casa. Non avevano tende, si sono sistemati nella casa. A noialtri ci hanno fatto andar via. Sono andati dentro nelle stanze, sotto e sopra, e guarda che la casa è grande, eh!

Il peggio è stato quando hanno buttato fuori la roba per le finestre. Mi pare ancora di vederli. Hanno buttato fuori tutto quello che non gli serviva, padroni loro. Anche i letti, ma non tutti. Hanno preso di mira quello della zia Jolanda, che si era sposata da poco con Toni, il fratello di mio papà, e che era venuta su da poco tempo dal suo paese, Gragnano di Napoli. Si vede che era roba nuova, sai tu perchè? E lei che si disperava, urlava, piangeva… matta ormai, disperata; robe che se non è morta allora non è morta più. E quando hanno liberato la stanza, non aveva neanche più coraggio di entrare sulla sua camera, no a gavéa pí stómego (le faceva schifo). Perchè capirai, cinquanta, sessanta soldati… vite randagie… sporconà, desfonà dappertutto.

Pisciato, tutto quello che gli serviva. Come i cani, sai i cani? Che dopo abbiamo lavato, nettato… robe da morire!

 

Sfollati

 

Noi abbiamo dovuto andar via da casa, tanto, tanto tempo… adesso non ricordo quanto. Siamo andati da parenti che non so quali siano, ma erano parenti nostri, dei Pavani di Sambughè. Ci ha portato mio papà col carrettino e la bicicletta; eravamo in quattro, noi tre fratelli (io, Corrado e Geremia) più mio cugino Pio, figlio della zia Jolanda. Mio papà dopo è andato a prendere anche i vicini di casa: Antonietta, Piero e Gianni Corrò. Siamo stati là un pezzo, era freddo e si dormiva sulla paglia in stalla. Dopo, passato il peggio, siamo venuti qua a Sant’Angelo, da un altro parente, me barba Etore [Artuso]. Ricordo che avevo sei anni e andavo alle scuole di Sant’Angelo partendo da là. Era la fine del ‘43, l’inizio del ‘44. Il primo inverno, quell’inverno brutto e tetro là, noi siamo stati profughi (4).

Mio papà era rimasto a casa, perchè doveva téndarghe ae vache (governare le mucche) e veniva ogni tanto a portarci qualcosa da mangiare, un po’ di latte, dei radicchi. Ma doveva stare attento, perchè i tedeschi lo tenevano controllato, perchè avevano paura degli uomini. Una volta che stava venendo a portarci da mangiare gli hanno urlato. «Fermo là e mani in alto». Lui era vicino al cancello e ha mollato tutto in terra, e alzato le mani. Loro gli sono andati incontro, partendo dal portico, con lo schioppo in mano. Hanno controllato cosa avesse e poi lo hanno lasciato andare. Ma non c’era niente da ridere, niente da ridere, sai. Si era in guerra. E pensare che mio padre [Pietro Pavan, 1909-1981] era stato in guerra fino a tre giorni prima, si può dire; è venuto a casa e si è trovato davanti a un’altra guerra!

In tutto siamo stati sfollati “quattro mesi”, il periodo peggiore, quando i tedeschi sono arrivati coi cannoni e hanno occupato tutta la casa. Poi, un po’ alla volta, i soldati sono andati via, e così si sono liberate delle camere e siamo ritornati a casa.

 

La convivenza con i soldati

 

Da allora abbiamo vissuto insieme anche noi, con loro. Perchè i cannoni sono stati là un’eternità, e li hanno portati via un poco alla volta. Dopo, i tedeschi sono diventati più buoni. All’inizio no, quando si sono presentati erano come bestie feroci. Insomma, un poco alla volta sono diventati come di casa.

So che abbiamo convissuto ancora tanto tempo con i militari. Erano buoni, loro, nell’insieme, pori cani. Ce n’erano due in particolare, mi ricordo, che andavano su per la nostra scala e facevano tutto quello che volevano, padroni dispotici, ma poi si fermavano anche a parlare con i nostri e dicevano sempre che io “ero una bambina che sembrava un angelo”.

Non si poteva nascondere niente, però. Vante Crò (Fioravante Corrò) aveva fatto in tempo a nascondere dietro un muro delle botti di vino, e ogni tanto andava a prendersene un pochino: finché una volta l’hanno scoperto e si sono bevuti loro tutto il vino, e Vante, quella volta si è anche ammalato, dalla paura e dal dispiacere.

Padroni loro, insomma, e noi ci toccava dirgli signorsì.

E poi ce n’erano anche di neri, non è che fossero tutti biondi tedeschi, c’era un po’ di tutto.

Come, neri?!

Sì, neri (5). Quella volta che mia zia Jolanda stava andando portare da mangiare ai maiali, dietro la casa… ed è scappata gridando, con questi due neri che le correvano dietro. Non capiva cosa volessero perché non parlavano l’italiano, ma poi si è capito che volevano imparare a fare le calze, volevano domandare a mia zia Jolanda come si facevano le calze… che non le sapeva fare neanche lei!

Non è che facessero delle malegrazie alle donne?

No, perchè c’era mia madre; sai chi era mia mamma, non era mica una… era un’autorità, lei, nell’insieme.

Sì, ma era anche giovane, e c’erano tanti soldati…

Soldati, sì, ma hanno sempre rispettato mia madre e anche le altre… C’erano queste ragazze, specie da Fonso, sull’ultimo pezzo di casa, quello vicino alla strada. E un po’ ridevano e un po’ scherzavano insieme, ma niente altro…

Solo che una volta un soldato si è ammazzato maneggiando una bomba a mano. Era un ragazzo giovane, un tosatiòl, un ragazzino; mi pare ancora di vederlo, con quella camicia sempre abbottonata. Era una sera tardi, verso le undici, undici e mezza e questi soldati stavano discutendo con le tose, con la Isetta, con la Tina. Tutt’un tratto si sente un tonfo: il tedesco aveva buttato una bomba a mano sul muro della casa, qua sul cortile, sull’angolo verso la strada.

È successo la fine del mondo, quella volta. I tedeschi ci hanno impedito di muoverci, davano la colpa a Fonso, davano la colpa alle ragazze… ma poi hanno capito che non c’entravamo.

Dapprima noi si diceva che il soldato voleva farsi vedere bello dalle ragazze; ma poi quando tutto si è calmato abbiamo pensato che l’aveva fatto apposta, che si era avvilito e che aveva tirato quella bomba su per il muro per farla finita.

 

 

Fine di via Priamo Tron – inizio di via Moncini. Casa Pavan e il luogo in cui si trovava la contraerea di S. Angelo (sulla destra, nel campo dietro il cartello stradale)

 

Il 7 aprile

 

Il giorno del bombardamento i nostri cannoni non hanno sparato. Abbiamo visto le piume che si alzavano dalla città distrutta, ma non abbiamo sentito i cannoni che sparavano.

Ma, sei sicura che non abbiano sparato?

Non hanno sparato! Tante altre volte li abbiamo sentiti, perchè quando sparavano facevano un rumore da far tremare la casa. Vhoom… e sentivi il vuoto sulla casa, che passava, così… Ma quella volta – non so neanch’io perchè – niente. Tante volte hanno sparato. Si sentiva l’allarme dell’aeroporto, i cannoni sparavano e noi si scappava con una pignatta o con una mastella in testa, di corsa dentro alla trincea che avevamo preparato nell’orto. Ma quella volta abbiamo sentito l’allarme suonare, ma non i cannoni sparare.

 

La leggenda dell'aeroporto

 

L’aeroporto nostro, qua, di Canizzano… Dovevano sempre buttarlo giù, ma non l’hanno mai buttato. Non so perchè, ma i nostri uomini dicevano che dentro c’era un manutengolo, uno che era d’accordo con gli alleati e che se buttavano giù l’aeroporto l’avrebbero ammazzato, e invece a loro serviva che restasse vivo, perchè doveva dargli i dati, le informazioni. E così, per fortuna o per disgrazia, sull’aeroporto non hanno buttato una bomba mentre Treviso l’hanno disfatta.

Io mi ricordo “questa trama” qua. Me lo diceva sempre Piero, mio padre che era dell’Azione Cattolica e l’aveva sentito dire dal parroco. E anche a noi, quando andavamo a dottrina, el prete nostro ci spiegava la guerra e ce lo diceva sempre che: «c’era una persona dentro all’aeroporto che sapeva le trame» e per quello l’aeroporto si sarebbe salvato.

Infatti, non l’hanno mai colpito con le bombe. Mitragliato sì, ma bombardato no…(6).

 

 

Mitragliamenti alleati, trincee-rifugio e feriti civili

 

Oltre all’aeroporto, gli aerei venivano giù a mitragliare anche i cannoni, o i civili per i campi e le strade?

Mitragliare? Sì, sempre, tutt’aldì (7). Non si sa chi fossero, saranno stati inglesi, americani… Mitragliavano quelli dei cannoni, mitragliavano il cannone di Canizzano che era sulla stessa direzione nostra… ma anche per prendere la gente, per ammazzare, per ferire.

Le hai mai viste queste pallottole?

Sentite fischiare tantissime volte. Sentite fischiare, si può dire, a livello della testa, eh!

E a proposito, adesso che nominiamo le mitraglie, ti dirò che anche quelle sbregavano la gente. Una volta ero a scuola, e la nostra scuola era lungo la strada di Sant’Angelo. Ce l’ho ancora davanti agli occhi. Eravamo in ricreazione e vediamo passare un carro tirato da un paio di buoi, con sopra tre quattro persone che sanguinavano, sbregài dalle pallottole. Gente dai paesi nostri, da Canizzano. Ecco, mi è rimasta impressa questa gente che perdeva sangue e andava verso l’ospedale (8), col caro e i bò, perché non c’erano mica mezzi, a quei tempi… c’era guerra, e mitragliavano. Hanno mitragliato tante volte.

A casa nostra, per ripararsi delle schegge provenienti dalla contraerea quando sparava oppure dai mitragliamenti avevamo preparato tre trincee. Una era a metà dell’orto, davanti a casa, ma era piccola e non ci si stava tutti. Allora ne abbiamo fatta un’altra sui campi sora Marinon, dove adesso ha la casa Francesco tuo nipote. La terza l’abbiamo fatta proprio dove tu hai il tuo pezzo di terra, vicino a via Torre d’Orlando, la Strada Nova che allora non c’era. E quella ci serviva quando si doveva andare distante da casa; la usava anche Piero, me pare, quando eravamo sfollati da me barba Etore e veniva a portarci da mangiare.

Quando sparavano, quando mitragliavano, via tutti a scappare con qualcosa in testa, un secchio, una sedia, una mastella. Tutti di corsa, chi piangeva, chi urlava, chi rideva, chi moriva dalla paura… Ciò, eravamo ciapai coe bonbe… adesso è un modo di dire, ma allora era proprio vero!

Come erano fatte queste trincee?

Un buco profondo, che avevano scavato gli uomini di casa: me pàre e me zio Berto, Vànte Crò, Fónso e so fiol Tano. Sopra al buco ci avevano messo dei tronchi di gasìa (acacia) a far da travi, e sopra i travi la terra che era stata scavata. Era profondo quel che bastava per camminarci, e largo un paio di metri, poi era rinforzato all’interno da una specie di telaio di tavole e ci avevamo messo anche delle panche e delle sedie per star seduti (9).

E sai cosa? Che finita la guerra sono venuti i V. a fregarci tutte le gasíe.

Non ti ricordi? È stato el Moro V. Portate via, rubate tutte. «O te me e dà o te copemo», ha detto a mio padre. E Piero ha dovuto lasciare che le prendessero. Ecco, le abbiamo tirate su dalla trincea e messe a posto bene e arrivano quelli e ce le portano via tutte, senza darci neanche una lira. Ed erano acacie, eh, legno buono… acacie nostre, che avevamo una siepe grandissima. Ah, che gente! Bestie erano, bestie feroci.

 

 

I resti della guerra

 

Finita la guerra, il campo dove c’erano i cannoni lo abbiamo comprato noi. E quando si arava, oppure si andava a buttare su il fosso, o a rastrellare le foglie sotto la siepe, quante volte abbiamo trovato pezzi di ferro, schegge, resti di bomba. Per fortuna mai roba che scoppiava. Ma fai conto che ne abbiamo trovato fino a quando è morto lo zio Berto, ed era il 1978, più di trent’anni dopo.

E quante volte anche adesso, quando sono sul campo, da sola a lavorare, mi capita di pensare ai cannoni che c’erano là, ai soldati che avevamo in casa, ai pezzi di ferro che continuavano a venir fuori dalla terra…

 

Note

 

1 - Un enorme pioppo che vene abbattuto verso il 1980.

2 - «Il mese di febbraio [1945] e propriamente l’8, nel paese si avvertono dei movimenti insoliti che preannunciano avvenimenti bellici preoccupanti. C’è un senso di smarrimento generale (…). Infatti in Via Capitello, ora Via Priamo Tron sui campi d’Armellin vengono installati sei cannoni da 88 m/m antiaerei con cannoncini e mitraglie in difesa del campo d’aviazione. Un centinaio circa di soldati tedeschi serventi i pezzi trovarono alloggio presso le vicine abitazioni di Vittorio Pavan, di Corrò, e di Alfonso Pavan che, ebbero l’ordine di sloggiare entro le 12 ore. Essi trovarono una precaria sistemazione in case più lontane». (Sartoretto - Sottana, pp. 145-46).

Sulla resa della batteria contraerea ai partigiani del comandante Golfetto, dopo aver fatto saltare i pezzi, cfr. Bizzi, 2006, pp. 59-60.

3 - Un campo trevigiano tradizionale ha una superficie di 5204 metri quadri, disposta a rettangolo (m 100 x 50 ca.). Tuttavia, nell’accezione comune, s’intendono 5000 metri quadri. Ovvero: due campi = un ettaro.

4 - Mia sorella ha anticipato di un anno l’arrivo dei tedeschi. Questo spiega anche perché, durante il bombardamento di Treviso del 7 aprile 1944, Carmela affermi di non aver sentito in azione i cannoni della contraerea.

Evidentemente l’assoluta eccezionalità dell’avvenimento, per una bambina che all’epoca aveva da poco compiuto sette anni, ha trasformato un lasso di tempo relativamente breve (inferiore a tre mesi) in un periodo sospeso nel tempo e dalla durata indefinita.

5 - La testimone ne parla con assoluta sicurezza. Tuttavia, pur ricordando il passato coloniale tedesco in Africa e che molti di questi africani avevano già combattuto con i tedeschi nella Prima guerra, stabilendosi poi in Germania come afro-tedeschi, resta difficilmente comprensibile la presenza di soldati neri nell’esercito di uno stato che teorizzava la superiorità della razza bianca. Tanto più che, secondo uno studio recente, i tedeschi neri furono sottoposti dai nazisti a sterilizzazione e in seguito a vera e propria discriminazione e persecuzione, come gli ebrei.

(S. Bilè, Neri nei campi nazisti, Ed. Missionaria 2006,

cit. in http://www.articolo11.org/index.php?option=com_content&task=view&id=2437&Itemid=7).

Con tutta probabilità si trattava invece di soldati alleati che, subito dopo la liberazione, erano passati a rastrellare i cannoni tedeschi.

6 - La presenza di un traditore, di un infiltrato, di qualcuno che opera nell’ombra in favore del nemico è un classico di tutte le guerre per cercare di dare una spiegazione a fatti altrimenti inspiegabili. (Cfr., per tutti, Marc Bloch, La guerra e le false notizie, Donzelli, 1994). Senza andare troppo indietro nel tempo diamo un’occhiata alla battaglia di Caporetto. La leggenda di un tradimento (della Seconda armata, di Badoglio, dei socialisti o di chi più ne ha più ne metta) è stata a lungo lasciata circolare pur di non accettare la realtà di una dura sconfitta militare (con precisi responsabili, ad iniziare da Cadorna) o se si vuole pur di non accettare la bruciante vittoria tedesco-austriaca. Ma a loro volta i vincitori di Caporetto, bloccati sul Piave, non furono da meno: pronti a parlare anche loro di tradimento per non essere riusciti a proseguire l’avanzata (accusando neppure troppo velatamente addirittura l’imperatore Carlo 1°, marito dell’«italiana» Zita) dimenticando la banale realtà che una guerra moderna non consente un troppo veloce spostamento di avanguardie che vengono poi a trovarsi prive del supporto logistico necessario per proseguire l’avanzata in sicurezza.

Ed è per questo che parlo di leggenda anche per l’aeroporto non bombardato e per Treviso distrutta in seguito a fantomatiche segnalazioni della presenza in città di importanti personaggi della RSI e tedeschi, di cui peraltro — che si sappia — non sono mai state esibite prove archivistiche, le uniche che in fatti di tale importanza hanno un reale significato storico.

7 - Va ricordato che casa Pavan si trovava a circa 900 metri in linea d’aria dalla ferrovia Venezia-Udine, che era sottoposta a mitragliamenti pressoché quotidiani. (Morlin, 2007, p. 58).

8 - Come è noto, l’ospedale civile di Treviso, dal 1944 al 1948, fu trasportato a Casier, nella “villa Carlotta”.

9 - «Noi a Canizzano lo chiamavamo rifugio», interviene il marito Guido Marini, presente all'intervista «ed era scavato “a sette”: due metri in una direzione e due metri in un’altra, ad angolo retto, in modo che se entrava uno spezzone forse ti salvavi. Poi avevamo fatto un armamento di pioppe, tutte così, una attaccata all’altra in modo di rinforzarlo. E sopra ancora pioppe, e poi la terra di scavo… ».

 

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Ultimo aggiornamento 27/02/09