|
La contraerea di Sant'Angelo |
|
Testimonianza di Carmela Pavan (9-11-1937), |
|
|
|
Carmela Pavan (agosto 2008) |
|
A SantAngelo lintenzione dei tedeschi era forse quella di posizionare la contraerea nella parte iniziale di via Capitello, attuale via Priamo Tron, allaltezza della stradina dingresso a casa Reato. «C’erano i cannoni là per terra, in fianco alla “pioppa” (1), dove ora passa la tangenziale», ricorda Guido Marini. «Io li ho visti perchè andavo sempre a fare qualche giretto in bicicletta. Però erano per terra, non erano in posizione». Ma probabilmente quel luogo, facilmente individuabile per la presenza del grande pioppo come punto di riferimento, altro non era che il punto di raccolta dei vari pezzi prima di venire piazzati alla fine della stessa via Capitello, nei pressi della crosèra, l’incrocio con via Moncini, a fianco di casa Pavan, la mia casa paterna. Ed è qui che rimasero dall’8 febbraio 1945 fino alla resa ai partigiani del btg. Mirando, il 29 aprile 1945 (2).
L'arrivo dei tedeschi
«I cannoni sono arrivati che era la stagione del radicchio. Erano tanti, tanti e tanti e li hanno messi dritti lungo la strada, uno in fianco all’altro, sulla terra alta da Armeín, che era un campo e tre quarti di terra. Saranno stati dieci-dodici cannoni, o anche di più, e dietro c’erano i camion e le camionette dei soldati (3). Erano belli grandi e avevano la canna rivolta verso la nostra casa, cioè in direzione dell’aeroporto, tanto che dopo, quando sparavano, noi bambini avevamo paura che ci buttassero giù la casa. All’inizio, quando hanno portato i cannoni, c’erano tanti, tantissimi soldati, che subito sono venuti dentro a casa nostra, a invadere la casa. Non avevano tende, si sono sistemati nella casa. A noialtri ci hanno fatto andar via. Sono andati dentro nelle stanze, sotto e sopra, e guarda che la casa è grande, eh! Il peggio è stato quando hanno buttato fuori la roba per le finestre. Mi pare ancora di vederli. Hanno buttato fuori tutto quello che non gli serviva, padroni loro. Anche i letti, ma non tutti. Hanno preso di mira quello della zia Jolanda, che si era sposata da poco con Toni, il fratello di mio papà, e che era venuta su da poco tempo dal suo paese, Gragnano di Napoli. Si vede che era roba nuova, sai tu perchè? E lei che si disperava, urlava, piangeva matta ormai, disperata; robe che se non è morta allora non è morta più. E quando hanno liberato la stanza, non aveva neanche più coraggio di entrare sulla sua camera, no a gavéa pí stómego (le faceva schifo). Perchè capirai, cinquanta, sessanta soldati… vite randagie… sporconà, desfonà dappertutto. Pisciato, tutto quello che gli serviva. Come i cani, sai i cani? Che dopo abbiamo lavato, nettato… robe da morire!
Sfollati
Noi abbiamo dovuto andar via da casa, tanto, tanto tempo adesso non ricordo quanto. Siamo andati da parenti che non so quali siano, ma erano parenti nostri, dei Pavani di Sambughè. Ci ha portato mio papà col carrettino e la bicicletta; eravamo in quattro, noi tre fratelli (io, Corrado e Geremia) più mio cugino Pio, figlio della zia Jolanda. Mio papà dopo è andato a prendere anche i vicini di casa: Antonietta, Piero e Gianni Corrò. Siamo stati là un pezzo, era freddo e si dormiva sulla paglia in stalla. Dopo, passato il peggio, siamo venuti qua a Sant’Angelo, da un altro parente, me barba Etore [Artuso]. Ricordo che avevo sei anni e andavo alle scuole di SantAngelo partendo da là. Era la fine del 43, linizio del 44. Il primo inverno, quellinverno brutto e tetro là, noi siamo stati profughi (4). Mio papà era rimasto a casa, perchè doveva téndarghe ae vache (governare le mucche) e veniva ogni tanto a portarci qualcosa da mangiare, un po di latte, dei radicchi. Ma doveva stare attento, perchè i tedeschi lo tenevano controllato, perchè avevano paura degli uomini. Una volta che stava venendo a portarci da mangiare gli hanno urlato. «Fermo là e mani in alto». Lui era vicino al cancello e ha mollato tutto in terra, e alzato le mani. Loro gli sono andati incontro, partendo dal portico, con lo schioppo in mano. Hanno controllato cosa avesse e poi lo hanno lasciato andare. Ma non cera niente da ridere, niente da ridere, sai. Si era in guerra. E pensare che mio padre [Pietro Pavan, 1909-1981] era stato in guerra fino a tre giorni prima, si può dire; è venuto a casa e si è trovato davanti a unaltra guerra! In tutto siamo stati sfollati quattro mesi, il periodo peggiore, quando i tedeschi sono arrivati coi cannoni e hanno occupato tutta la casa. Poi, un po alla volta, i soldati sono andati via, e così si sono liberate delle camere e siamo ritornati a casa.
La convivenza con i soldati
Da allora abbiamo vissuto insieme anche noi, con loro. Perchè i cannoni sono stati là un’eternità, e li hanno portati via un poco alla volta. Dopo, i tedeschi sono diventati più buoni. All’inizio no, quando si sono presentati erano come bestie feroci. Insomma, un poco alla volta sono diventati come di casa. So che abbiamo convissuto ancora tanto tempo con i militari. Erano buoni, loro, nell’insieme, pori cani. Ce nerano due in particolare, mi ricordo, che andavano su per la nostra scala e facevano tutto quello che volevano, padroni dispotici, ma poi si fermavano anche a parlare con i nostri e dicevano sempre che io ero una bambina che sembrava un angelo. Non si poteva nascondere niente, però. Vante Crò (Fioravante Corrò) aveva fatto in tempo a nascondere dietro un muro delle botti di vino, e ogni tanto andava a prendersene un pochino: finché una volta l’hanno scoperto e si sono bevuti loro tutto il vino, e Vante, quella volta si è anche ammalato, dalla paura e dal dispiacere. Padroni loro, insomma, e noi ci toccava dirgli signorsì. E poi ce n’erano anche di neri, non è che fossero tutti biondi tedeschi, c’era un po’ di tutto. Come, neri?! Sì, neri (5). Quella volta che mia zia Jolanda stava andando portare da mangiare ai maiali, dietro la casa ed è scappata gridando, con questi due neri che le correvano dietro. Non capiva cosa volessero perché non parlavano litaliano, ma poi si è capito che volevano imparare a fare le calze, volevano domandare a mia zia Jolanda come si facevano le calze che non le sapeva fare neanche lei! Non è che facessero delle malegrazie alle donne? No, perchè cera mia madre; sai chi era mia mamma, non era mica una era unautorità, lei, nellinsieme. Sì, ma era anche giovane, e cerano tanti soldati Soldati, sì, ma hanno sempre rispettato mia madre e anche le altre… C’erano queste ragazze, specie da Fonso, sullultimo pezzo di casa, quello vicino alla strada. E un po ridevano e un po scherzavano insieme, ma niente altro Solo che una volta un soldato si è ammazzato maneggiando una bomba a mano. Era un ragazzo giovane, un tosatiòl, un ragazzino; mi pare ancora di vederlo, con quella camicia sempre abbottonata. Era una sera tardi, verso le undici, undici e mezza e questi soldati stavano discutendo con le tose, con la Isetta, con la Tina. Tutt’un tratto si sente un tonfo: il tedesco aveva buttato una bomba a mano sul muro della casa, qua sul cortile, sull’angolo verso la strada. È successo la fine del mondo, quella volta. I tedeschi ci hanno impedito di muoverci, davano la colpa a Fonso, davano la colpa alle ragazze… ma poi hanno capito che non c’entravamo. Dapprima noi si diceva che il soldato voleva farsi vedere bello dalle ragazze; ma poi quando tutto si è calmato abbiamo pensato che l’aveva fatto apposta, che si era avvilito e che aveva tirato quella bomba su per il muro per farla finita.
|
|
|
|
Fine di via Priamo Tron – inizio di via Moncini. Casa Pavan e il luogo in cui si trovava la contraerea di S. Angelo (sulla destra, nel campo dietro il cartello stradale)
|
|
Il 7 aprile
Il giorno del bombardamento i nostri cannoni non hanno sparato. Abbiamo visto le piume che si alzavano dalla città distrutta, ma non abbiamo sentito i cannoni che sparavano. Ma, sei sicura che non abbiano sparato? Non hanno sparato! Tante altre volte li abbiamo sentiti, perchè quando sparavano facevano un rumore da far tremare la casa. Vhoom e sentivi il vuoto sulla casa, che passava, così Ma quella volta non so neanchio perchè niente. Tante volte hanno sparato. Si sentiva lallarme dellaeroporto, i cannoni sparavano e noi si scappava con una pignatta o con una mastella in testa, di corsa dentro alla trincea che avevamo preparato nellorto. Ma quella volta abbiamo sentito lallarme suonare, ma non i cannoni sparare.
La leggenda dell'aeroporto
L’aeroporto nostro, qua, di Canizzano… Dovevano sempre buttarlo giù, ma non l’hanno mai buttato. Non so perchè, ma i nostri uomini dicevano che dentro c’era un manutengolo, uno che era d’accordo con gli alleati e che se buttavano giù l’aeroporto l’avrebbero ammazzato, e invece a loro serviva che restasse vivo, perchè doveva dargli i dati, le informazioni. E così, per fortuna o per disgrazia, sull’aeroporto non hanno buttato una bomba mentre Treviso l’hanno disfatta. Io mi ricordo questa trama qua. Me lo diceva sempre Piero, mio padre che era dellAzione Cattolica e laveva sentito dire dal parroco. E anche a noi, quando andavamo a dottrina, el prete nostro ci spiegava la guerra e ce lo diceva sempre che: «cera una persona dentro allaeroporto che sapeva le trame» e per quello laeroporto si sarebbe salvato. Infatti, non lhanno mai colpito con le bombe. Mitragliato sì, ma bombardato no (6).
Mitragliamenti alleati, trincee-rifugio e feriti civili
Oltre allaeroporto, gli aerei venivano giù a mitragliare anche i cannoni, o i civili per i campi e le strade? Mitragliare? Sì, sempre, tutt’aldì (7). Non si sa chi fossero, saranno stati inglesi, americani Mitragliavano quelli dei cannoni, mitragliavano il cannone di Canizzano che era sulla stessa direzione nostra ma anche per prendere la gente, per ammazzare, per ferire. Le hai mai viste queste pallottole? Sentite fischiare tantissime volte. Sentite fischiare, si può dire, a livello della testa, eh! E a proposito, adesso che nominiamo le mitraglie, ti dirò che anche quelle sbregavano la gente. Una volta ero a scuola, e la nostra scuola era lungo la strada di SantAngelo. Ce lho ancora davanti agli occhi. Eravamo in ricreazione e vediamo passare un carro tirato da un paio di buoi, con sopra tre quattro persone che sanguinavano, sbregài dalle pallottole. Gente dai paesi nostri, da Canizzano. Ecco, mi è rimasta impressa questa gente che perdeva sangue e andava verso l’ospedale (8), col caro e i bò, perché non cerano mica mezzi, a quei tempi cera guerra, e mitragliavano. Hanno mitragliato tante volte. A casa nostra, per ripararsi delle schegge provenienti dalla contraerea quando sparava oppure dai mitragliamenti avevamo preparato tre trincee. Una era a metà dellorto, davanti a casa, ma era piccola e non ci si stava tutti. Allora ne abbiamo fatta unaltra sui campi sora Marinon, dove adesso ha la casa Francesco tuo nipote. La terza labbiamo fatta proprio dove tu hai il tuo pezzo di terra, vicino a via Torre dOrlando, la Strada Nova che allora non c’era. E quella ci serviva quando si doveva andare distante da casa; la usava anche Piero, me pare, quando eravamo sfollati da me barba Etore e veniva a portarci da mangiare. Quando sparavano, quando mitragliavano, via tutti a scappare con qualcosa in testa, un secchio, una sedia, una mastella. Tutti di corsa, chi piangeva, chi urlava, chi rideva, chi moriva dalla paura Ciò, eravamo ciapai coe bonbe… adesso è un modo di dire, ma allora era proprio vero! Come erano fatte queste trincee? Un buco profondo, che avevano scavato gli uomini di casa: me pàre e me zio Berto, Vànte Crò, Fónso e so fiol Tano. Sopra al buco ci avevano messo dei tronchi di gasìa (acacia) a far da travi, e sopra i travi la terra che era stata scavata. Era profondo quel che bastava per camminarci, e largo un paio di metri, poi era rinforzato allinterno da una specie di telaio di tavole e ci avevamo messo anche delle panche e delle sedie per star seduti (9). E sai cosa? Che finita la guerra sono venuti i V. a fregarci tutte le gasíe. Non ti ricordi? È stato el Moro V. Portate via, rubate tutte. «O te me e dà o te copemo», ha detto a mio padre. E Piero ha dovuto lasciare che le prendessero. Ecco, le abbiamo tirate su dalla trincea e messe a posto bene e arrivano quelli e ce le portano via tutte, senza darci neanche una lira. Ed erano acacie, eh, legno buono acacie nostre, che avevamo una siepe grandissima. Ah, che gente! Bestie erano, bestie feroci.
I resti della guerra
Finita la guerra, il campo dove c’erano i cannoni lo abbiamo comprato noi. E quando si arava, oppure si andava a buttare su il fosso, o a rastrellare le foglie sotto la siepe, quante volte abbiamo trovato pezzi di ferro, schegge, resti di bomba. Per fortuna mai roba che scoppiava. Ma fai conto che ne abbiamo trovato fino a quando è morto lo zio Berto, ed era il 1978, più di trent’anni dopo. E quante volte anche adesso, quando sono sul campo, da sola a lavorare, mi capita di pensare ai cannoni che c’erano là, ai soldati che avevamo in casa, ai pezzi di ferro che continuavano a venir fuori dalla terra…
|
|
Note
1 - Un enorme pioppo che vene abbattuto verso il 1980. 2 - «Il mese di febbraio [1945] e propriamente l8, nel paese si avvertono dei movimenti insoliti che preannunciano avvenimenti bellici preoccupanti. Cè un senso di smarrimento generale ( ). Infatti in Via Capitello, ora Via Priamo Tron sui campi dArmellin vengono installati sei cannoni da 88 m/m antiaerei con cannoncini e mitraglie in difesa del campo daviazione. Un centinaio circa di soldati tedeschi serventi i pezzi trovarono alloggio presso le vicine abitazioni di Vittorio Pavan, di Corrò, e di Alfonso Pavan che, ebbero lordine di sloggiare entro le 12 ore. Essi trovarono una precaria sistemazione in case più lontane». (Sartoretto - Sottana, pp. 145-46). Sulla resa della batteria contraerea ai partigiani del comandante Golfetto, dopo aver fatto saltare i pezzi, cfr. Bizzi, 2006, pp. 59-60. 3 - Un campo trevigiano tradizionale ha una superficie di 5204 metri quadri, disposta a rettangolo (m 100 x 50 ca.). Tuttavia, nell’accezione comune, s’intendono 5000 metri quadri. Ovvero: due campi = un ettaro. 4 - Mia sorella ha anticipato di un anno larrivo dei tedeschi. Questo spiega anche perché, durante il bombardamento di Treviso del 7 aprile 1944, Carmela affermi di non aver sentito in azione i cannoni della contraerea. Evidentemente l’assoluta eccezionalità dell’avvenimento, per una bambina che all’epoca aveva da poco compiuto sette anni, ha trasformato un lasso di tempo relativamente breve (inferiore a tre mesi) in un periodo sospeso nel tempo e dalla durata indefinita. 5 - La testimone ne parla con assoluta sicurezza. Tuttavia, pur ricordando il passato coloniale tedesco in Africa e che molti di questi africani avevano già combattuto con i tedeschi nella Prima guerra, stabilendosi poi in Germania come afro-tedeschi, resta difficilmente comprensibile la presenza di soldati neri nellesercito di uno stato che teorizzava la superiorità della razza bianca. Tanto più che, secondo uno studio recente, i tedeschi neri furono sottoposti dai nazisti a sterilizzazione e in seguito a vera e propria discriminazione e persecuzione, come gli ebrei. (S. Bilè, Neri nei campi nazisti, Ed. Missionaria 2006, cit. in http://www.articolo11.org/index.php?option=com_content&task=view&id=2437&Itemid=7). Con tutta probabilità si trattava invece di soldati alleati che, subito dopo la liberazione, erano passati a rastrellare i cannoni tedeschi. 6 - La presenza di un traditore, di un infiltrato, di qualcuno che opera nell’ombra in favore del nemico è un classico di tutte le guerre per cercare di dare una spiegazione a fatti altrimenti inspiegabili. (Cfr., per tutti, Marc Bloch, La guerra e le false notizie, Donzelli, 1994). Senza andare troppo indietro nel tempo diamo unocchiata alla battaglia di Caporetto. La leggenda di un tradimento (della Seconda armata, di Badoglio, dei socialisti o di chi più ne ha più ne metta) è stata a lungo lasciata circolare pur di non accettare la realtà di una dura sconfitta militare (con precisi responsabili, ad iniziare da Cadorna) o se si vuole pur di non accettare la bruciante vittoria tedesco-austriaca. Ma a loro volta i vincitori di Caporetto, bloccati sul Piave, non furono da meno: pronti a parlare anche loro di tradimento per non essere riusciti a proseguire lavanzata (accusando neppure troppo velatamente addirittura limperatore Carlo 1°, marito dell«italiana» Zita) dimenticando la banale realtà che una guerra moderna non consente un troppo veloce spostamento di avanguardie che vengono poi a trovarsi prive del supporto logistico necessario per proseguire lavanzata in sicurezza. Ed è per questo che parlo di leggenda anche per laeroporto non bombardato e per Treviso distrutta in seguito a fantomatiche segnalazioni della presenza in città di importanti personaggi della RSI e tedeschi, di cui peraltro — che si sappia — non sono mai state esibite prove archivistiche, le uniche che in fatti di tale importanza hanno un reale significato storico. 7 - Va ricordato che casa Pavan si trovava a circa 900 metri in linea d’aria dalla ferrovia Venezia-Udine, che era sottoposta a mitragliamenti pressoché quotidiani. (Morlin, 2007, p. 58). 8 - Come è noto, lospedale civile di Treviso, dal 1944 al 1948, fu trasportato a Casier, nella villa Carlotta. 9 - «Noi a Canizzano lo chiamavamo rifugio», interviene il marito Guido Marini, presente all'intervista «ed era scavato a sette: due metri in una direzione e due metri in unaltra, ad angolo retto, in modo che se entrava uno spezzone forse ti salvavi. Poi avevamo fatto un armamento di pioppe, tutte così, una attaccata allaltra in modo di rinforzarlo. E sopra ancora pioppe, e poi la terra di scavo ». |
|
|
|
|
|
|
Questo sito — online dal 15 giugno 2000 — è stato ideato, messo in rete e curato da Libero Pavan |
|
Ultimo aggiornamento 27/02/09 |