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Il bombardamento di Treviso |
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Era il Venerdì Santo, un giorno di sole lucido, bello, sereno. Mia mamma, con la scala, stava imbiancando il portico, perchè una volta sbianchesàva sempre lei. Mio papà era nei campi a bruscar e vide, non so… Un sole che era un paradiso. Abbiamo sentito l’allarme dell’aeroporto. Abbiamo visto per aria… abbiamo sentito gli aerei… Ecco, abbiamo sentito il rumore, più che sia, noialtri. E poi solo piume, piume per tutto il cielo. Sì, come una nuvola di piume che si è alzata da Treviso, perchè allora i letti avevano le colsére de péna (le coltri di piuma). Mi pare ancora di vederle adesso, vedevi sul cielo tutta questa nuvola, e le piume che cascavano sul nostro cortile, cascavano di qua e cascavano di là e basta. Mio zio Berto che faceva lo spazzino era appena arrivato a casa da poco, ed è partito subito perché doveva aiutare a tirare su i morti. Poi ha detto che avrebbe potuto diventare milionario, ma non si è azzardato a pendere una lira; tanti invece si sono approfittati e hanno fatto vandalismo e basta. Al pomeriggio hanno iniziato a passare i carri; carri dei nostri contadini qua della zona, con le vacche e i buoi. Portavano i morti per la strada del Capitello [ora via Priamo Tron], e andavano fuori a Frescada e poi al cimitero di San Lazzaro. Mi pare di vedere ancora le vacche, i carri, i cavalli… anche qualche camioncino, perchè non c’era tanta roba, di camion. Tutti pieni di morti, buttati su, senza casse (1). Tutti a tocchi, tocchi di morti… guarda, mi pare ancora di vederli… tocchi di osso, di qua e di là, teste, gambe… (2). Perché sono andati avanti per otto giorni, sai, a tirar su morti; che tu non creda che sia stata un’ora! (3) Passavano di qua forse perchè non cerano altre strade e hanno continuato a passar per cinque sei giorni di sicuro, con questi carri, con questi morti.
Testimonianza di Carmela Pavan (1937) registrata il 27 aprile 1986 da Camillo Pavan |
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Note
In linea d’aria l’abitazione della testimone si trovava a 2,8 km dalla stazione e 3,2 km dal duomo di Treviso.
1 - La carenza di casse da morto nei giorni immediatamente successivi al primo grande bombardamento è confermata da Mario Altarui in Treviso nel fuoco, 3.a ed. , Edizioni Ca' Spineda [Cassa di Risparmio, Treviso], maggio 1974, p. 44. Sui carri a trazione animale che si allontanavano, con morti e feriti, dai quartieri distrutti dalle bombe, cfr. Sergio Nave, testimone e studioso dei bombardamenti di Padova. «Le scene raccapriccianti cui assistemmo, il dolore per i compagni e i parenti così brutalmente strappati alla vita e, in mancanza di ambulanze, la lunga teoria di carri trainati da buoi e cavalli sui quali vennero adagiati i feriti e i cadaveri, a malapena nascosti con coperte e lenzuola, sono rimaste incancellabili nella memoria». (S. Nave, in La guerra dal cielo. I bombardamenti alleati 1943/1945. I testimoni a Padova e Treviso, Introduzioni di Antonio Fossa, Sergio Nave, Vincenzo Tempesta, Edito da Regione del Veneto Cooperativa Insieme Si Può TV, 2005, p. 27). 2 - Di cadaveri ridotti a pezzi parlano (oltre al “classico” Mario Altarui) diversi testimoni in Luisa Tosi, Testimoni loro malgrado. Memorie del bombardamento del 7 aprile 1944, Introduzione di Erika Lorenzon, Nota storica di Ernesto Brunetta, 2.a ed., Istresco, Treviso, 2006. Per tutti – a p. 54 – Olga Battistella (1933, abitante “nel luogo dove ora c’è il palazzo della Provincia”): «Lungo la rete di recinzione erano appesi pezzi di corpi umani: gambe, braccia, mani… una ragazza della famiglia del bar vicino è stata ritrovata dopo quindici giorni sopra la legnaia». 3 - « Le macerie accatastate ostacolarono per diversi giorni laccesso ai quartieri più popolati, come agli edifici più interessanti. ( ) squadre di operai dovettero lavorare più giorni per aprire il passaggio e per poter almeno raccogliere le salme sepolte fra le macerie e dare alle stesse una qualche sepoltura». (Costante Chimenton, Nel XI anniversario dell’incursione terroristica su Treviso del 7 aprile 1944, Vedelago, 1955, p. 22). E Vittorio Visentin (1922): «Hanno tirato fuori morti per diversi giorni. Sotto i portici di San Nicolò, vicino a piazza della Vittoria, ricordo che cera un negozio di frutta e verdura, di tre sorelle veneziane: una lhanno trovata dopo più di un mese, ancora seduta, ormai diventata cartapecora. Si lavorava in tanti, ma si scavava a mano, non cerano le attrezzature come adesso con le mani, con le vanghe e i picconi». (Tosi, Op. cit., p. 142).
(Sotto) La strada percorsa dai carri con i morti per raggiungere il cimitero comunale di San Lazzaro. I tratti iniziali (uscita da Treviso) sono presunti. Tuttavia, avendo le bombe sicuramente colpito viale Cacciatori (il percorso più a sud), è molto probabile che il tragitto iniziasse da porta Calvi – se non da porta SS. 40 – per prendere poi la Strada del poaréto (attuale via Benzi), girare a sinistra per ponte e via Ottavi fino a congiungersi con strada Sant'Angelo a poca distanza dal capitello che dava il nome alla stretta e alberata stradina che si inoltrava nella campagna (ora via Priamo Tron). Cerchiata di verde è la casa di Carmela Pavan. (Carta dell'Istituto Geografico Militare, 1:25.000, aggiornata al 1940)
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Il tragitto dal centro cittadino al cimitero di San Lazzaro lungo la via più breve era evidentemente ostruito dalle macerie. Il Terraglio era stato duramente colpito nel suo tratto iniziale. A questo riguardo, riporto parte di una mail inviatami nell'aprile 2008 da Bruno Fanton, appassionato e studioso della storia dei due conflitti che interessarono Treviso e la sua provincia nel secolo scorso. «Tengo a precisare che durante l'incursione del 7 aprile 1944 le famiglie di provenienza di mio padre e di mia madre si erano rifugiate in un "paraschegge" scavato nei giuochi di bocce dell' Osteria al numero civico 78 di Via Terraglio / San Lazzaro, un rifugio coperto da traversine ferroviarie e corredato da gradini, sedie, nicchie per l' illuminazione a petrolio, ecc.- Casa di mio nonno (civico numero 84, adiacente all'osteria) ricevette sul tetto un platano sradicato da una bomba (una delle tante) e divenne temporaneamente inabitabile, per ben ovvi motivi. Le famiglie Fanton e Sibillin, assieme ad altre, sfollarono a Sambughè, scuola elementare (...). Nel corso della stessa incursione vennero centrate, nel sagrato della chiesa di San Lazzaro, le carovane dei giostrai e venne fatta una strage, con i morti dilaniati lanciati sui platani rimasti ancora in piedi. Anche altre case a est e a ovest del Terraglio vennero spazzate via, e al loro posto rimasero delle buche immense, a seconda di dove erano temporizzati per lo sgancio i "grappoli" di bombe. Diceva mia nonna "Paréa che da a panza dei quadrimotori vegnesse fora carbonéti" (quelle piccole caramelline di liquerizia che una volta si acquistavano in piccoli contenitori rotondi...). Intontiti e impolverati i superstiti del gioco di bocce (nessuna perdita fra gli ospiti del rifugio) si videro soccorrere da due ufficiali tedeschi che, in assenza di elmetto d' acciaio, si erano protetti con dei secchi da mungitura mucche. Erano alloggiati o nella villetta che sarebbe stata poi del cav. Fabris (Via Cavini, 2) o di là della strada, nella villa (poi) dell' avvocato Raho. La zona in cui poi sorse l'Istituto Professionale "Giorgi" era allora a campi. (...) Fra le macerie arrivate in zona da lontano, alcuni spezzoni di rotaie, verosimilmente dallo scalo merci, e un tavolino metallico a 3 gambe, che non era in uso in nessuna osteria fuori della cinta muraria urbana». |
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Ultimo aggiornamento 27/02/09 |